Salari, emergenza nazionale

Da oltre trent’anni in Italia i salari reali arretrano. Ne deriva una svalutazione del lavoro che indebolisce il sistema produttivo, riduce la capacità innovativa e accresce le diseguaglianze

Roberto Mania, giornalista

 

Da trent’anni in Italia c’è una questione salariale. Questione, appunto. Perché complessa, irrisolvibile e quasi strutturale nel nostro sistema economico e sociale. Perché riguarda tutti, non allo stesso modo, ma tutti: i lavoratori più anziani e quelli più giovani; le donne e gli uomini; chi è occupato al Nord e chi al Sud; i profili professionali in basso come quelli che stanno in alto o a metà nella scala retributiva. È una questione nazionale – unica tra i paesi più sviluppati – che incide sulle dinamiche di crescita del Pil, sul livello degli investimenti, sui processi innovativi. E poi: sul nanismo delle aziende, sulla diffusione delle diseguaglianze, sulla qualità del lavoro, sulle scelte migratorie e sulla coesione sociale. Sui tanti mali dell’Italia di questo secolo.

È una questione nazionale – unica tra i paesi più sviluppati – che incide sulle dinamiche di crescita del Pil, sul livello degli investimenti, sui processi innovativi

Dal 1991 al 2023 – secondo l’0cse – i redditi dei lavoratori dipendenti a parità di potere d’acquisto sono diminuiti del 3,4 per cento. Non è accaduto in nessun altro paese. Nello stesso periodo negli Stati Uniti i redditi reali da lavoro dipendente sono aumenti di circa il 50 per cento, in Francia del 30,9 per cento, in Germania del 30,4 per cento, in Spagna del 9,15 per cento. In media nei paesi Ocse l’incremento è stato intorno al 30 per cento. L’anomalia è l’Italia. I cui salari reali continuano ad essere più bassi del 7,5 per cento rispetto al 2021. Vuol dire perdere uno stipendio mensile all’anno.

Non c’è una sola causa che ha determinato questo andamento. Intanto c’è un aspetto che riguarda il nostro modello produttivo e, conseguentemente, il modo con il quale siamo entrati nell’era della globalizzazione.  L’Italia è un paese di piccole imprese, troppo piccole (il 95 per cento delle aziende italiane ha meno di 50 dipendenti). Anche in Francia, in Germania, e negli stessi Stati Uniti le piccole aziende sono protagoniste dell’economia. La caratteristica italiana è che sono mediamente più piccole e occupano più lavoratori. Dunque, hanno un peso maggiore nelle dinamiche dell’economia. Così, abbiamo dapprima sofferto la concorrenza della Cina nel Wto e poi, con l’adesione all’euro, ci siamo trovati privi dell’arma della svalutazione competitiva con cui per decenni avevamo nascosto sotto il tappeto le nostre magagne. Senza più la svalutazione monetaria abbiamo svalutato il lavoro. Meno costi produttivi ma anche meno investimenti innovativi. Perché se manca la tensione salariale conviene non investire risorse per migliorare processo produttivo e prodotto. Si investe sul lavoro, mal pagato e inutilmente flessibile, come dimostra un recente studio di alcuni ricercatori della Banca d’Italia (D. Daruich, S. Di Addario, R. Saggio, The effects of partial employment protection reforms: evidence from Italy). Non tutti – va detto – sono andati in questa direzione: il cosiddetto “quarto capitalismo” delle medie aziende manifatturiere ha investito in innovazione, ha aperto la gestione ai manager, ha conquistato leadership ancorché di nicchia, ha internazionalizzato ed esportato tanto.  Un capitalismo competitivo ma non sufficientemente forte – purtroppo – da trascinare con sé tutto il resto dell’economia.

C’è poi il fattore contratti. Dopo l’esperienza del sistema corporativo, si scelse di attribuire agli attori sociali (sindacati e associazioni datoriali) il compito di definire, attraverso la contrattazione collettiva, i minimi retributivi. Nel 1993, superata la scala mobile, con il protocollo Ciampi si fissarono le regole del gioco: doppio livello contrattuale, al contratto nazionale l’obiettivo di tutelare il potere d’acquisto delle retribuzioni e a quello aziendale di distribuire quote di produttività/redditività generate a livello micro. Il secondo obiettivo è stato largamente disatteso data la scarsa diffusione della contrattazione integrativa (interessa non più del 20 per cento delle aziende, concentrate nelle regioni industriali del Nord). Il contratto nazionale (per quanto non in tutti i settori) ha provato – in una lunga stagione di moderazione salariale – a garantire lo stipendio reale, ma lo ha fatto molto spesso con rinnovi in ritardo (pubblico impiego in primis) e fino a quando il ritorno violento dell’inflazione per l’impennata dei prezzi del gas, nel 2022, dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ne ha spiattellato tutti i limiti (e i difetti). C’è stata una caduta verticale del potere d’acquisto che ancora non è stata recuperata.

Ma c’è di più. C’è un sistema fiscale che penalizza i redditi da lavoro dipendente e in particolare una parte di essi. Il nostro sistema fiscale non tratta tutti i redditi allo stesso modo. È un sistema Arlecchino, nel quale sempre più ciascuno ha la propria tassazione, i propri bonus, i propri sconti. E sì, anche il proprio peso politico contingente. Un sistema nel quale il principio costituzionale della progressività è rimasto solo per il lavoro dipendente. Sugli affitti grava un’imposta fissa del 21 per cento (la prima casa è esentasse), sugli investimenti finanziari la tassazione varia dal 12,6 al 26 per cento; i lavoratori autonomi versano la flat tax del 15 per cento fino a un fatturato di 85 mila euro lordi annui (5 per cento nei primi cinque anni, niente addizionali Irpef), per un lavoratore dipendente che supera l’asticella dei 50 mila euro lordi annui scatta l’aliquota marginale del 43 per cento. Ma questo è anche il ceto medio che paga le tasse più degli altri e si è visto ridurre ulteriormente il proprio reddito reale dal perverso meccanismo del drenaggio fiscale.

Per un lavoratore dipendente che supera l’asticella dei 50 mila euro lordi annui scatta l’aliquota marginale del 43 per cento

L’estensione dei contratti pirata è preoccupante perché minaccia la tenuta stessa del gracile sistema di relazioni industriali. Non sarà il salario minimo legale a rilanciare i redditi da lavoro. Ma può servire per chi sta in fondo alla classifica. Non ci sono ricette salvifiche per alzare i bassi salari italiani, bisogna aprire la cassetta degli attrezzi e agire con tutti gli strumenti (contratti, fisco, modello di sviluppo). Poi uscire dalla retorica e dalle divisioni ideologiche perché la questione salariale è una vera emergenza nazionale che impone per questo un’azione corale, come più volte ha detto il Presidente della Repubblica.

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