
La Professoressa Simonetta Di Pippo, astrofisica, è tra le massime esperte mondiali di space economy, Professor of Practice di Space Economy alla SDA Bocconi e Direttore dello Space Economy Evolution Lab – SEE Lab, già Direttore dei Voli Umani presso ESA, Direttore dell’Osservazione dell’Universo presso l’Agenzia Spaziale Italiana e Direttore dell’Ufficio per gli affari dello spazio extra-atmosferico delle Nazioni Unite.
Da dove partire per parlare di economia spaziale?
Dal fatto che siamo già una società spaziale, perché abbiamo non solo attività spazio per lo spazio, quelle fatte in orbita o nello spazio e che si stanno sviluppando ora come in-orbit servicing, in-orbit refueling. Ci sono anche quelle spazio per la Terra, o la parte downstream e utilizzo dati e infrastrutture spaziali per servizi e applicazioni sulla Terra: telecomunicazioni o GPS, essenziali per le mappe e il food delivery.
Aziende con business model dipendenti dal satellite appartengono alla space economy?
In parte. È importante capire cosa effettivamente possiamo calcolare come valore generato dalla space economy. Per farlo, oltre a considerare le aziende solo spazio, estraiamo informazioni su aziende che fanno altro come scopo principale grazie ad algoritmi che consentono di illustrare numeri ragionevoli e più vicini possibile al reale e a un database proprietario che abbiamo sviluppato in Bocconi, denominato SEEData. Così evitiamo di gonfiare i valori e al tempo stesso valorizziamo le specifiche attività.
Quanto vale quindi complessivamente il settore?
Le valutazioni attuali ci sembrano sottostimanti – la più diffusa indica per il 2024 circa 630 miliardi di dollari – perciò restiamo abbastanza cauti sulle proiezioni. McKinsey per il World Economic Forum nel 2024 prevedeva 1,8 trilioni di dollari nel 2035. La UE più recentemente parla di 1 trilione nel 2032. Sono tutti valori plausibili, forse prudenti. L’evoluzione reale dipenderà molto da come andranno i prossimi anni.
Quali regole per la space economy?
Le regole sono di livello internazionale. Ovviamente vanno trasdotte in legislazioni nazionali: sono gli Stati i responsabili delle proprie attività spaziali. Gli Stati Uniti, a esempio, hanno un sistema di approvazione licenze e di monitoraggio molto strutturato, anzi hanno assorbito le norme di indirizzo, in alcuni casi, in modo addirittura più stringente.
Le regole sono di livello internazionale. Ovviamente vanno trasdotte in legislazioni nazionali: sono gli Stati i responsabili delle proprie attività spaziali
Serve a questo punto una governance globale all’altezza?
Penso che le regole dovrebbero essere sempre condivise a livello globale. Questo finora è stato fatto e si continua a fare, ma è molto delicato e richiede tempo, mentre il settore cresce. L’Onu ha in corso attività come l’organizzazione della conferenza mondiale Unispace 4. Prevista per l’anno prossimo, tratterà proprio di coordinamento del traffico spaziale e governance globale. Non si andrà a toccare la sovranità degli Stati, quindi delle costellazioni e degli asset in orbita, ma sarà utile per evitare collisioni e avere una migliore gestione delle risorse spaziali.
Cosa può offrire il nostro Paese?
Abbiamo molto da offrire. Ci sono molte attività che vanno avanti da tempo, ci sono aziende impegnate in questo settore e c’è la recente legge italiana sullo spazio che prevede un fondo specifico per la space economy. Lo sviluppo reale è molto legato anche a strategie e investimenti. A livello italiano e anche europeo forse dovremmo fare uno sforzo in più per supportare al meglio le nostre aziende. Le competenze però da noi ci sono senza dubbio tutte.
La creatività italiana quindi trova spazio?
Certamente. Abbiamo delle punte di diamante e un ecosistema che copre tutta la filiera, dai lanciatori fino ai satelliti e ai sistemi a terra. C’è molta attività in corso ma dobbiamo collaborare e guardare al futuro, anche con l’idea che magari con più finanziamenti e una strategia che può essere rinforzata possiamo strutturarci maggiormente. Lo stiamo già in parte facendo, quindi sono molto positiva.
Quanto conta la filiera?
Moltissimo. Soprattutto nella situazione geopolitica attuale perché va a rafforzare l’ecosistema nazionale. Serve coesione e questa è data anche dal fatto che le aziende della space economy si avvalgono anche di fornitori che non necessariamente nascono per lo spazio, ma coinvolgono aziende che sono già eccellenze attive in altri settori.
Gli investimenti attuali sono adeguati?
Sviluppando nuovi prodotti servono finanziamenti adeguati, serve disponibilità di fondi. Ma ci sono già e c’è anche una parte di fondi privati che si sta affacciando a questo ambito. Per sua natura, però, lo sviluppo di prodotti di questo mercato richiede più tempo di quello a cui i fondi possono essere abituati. Quindi c’è necessità di avere, diciamo, una finanza paziente.
Cosa direbbe ai giovani che pensano a una carriera in questo ambito?
Il settore spaziale è interdisciplinare, richiede preparazioni tecniche e scientifiche ma anche economiche, legali, di progettazione. Quindi specializzazioni verticali e visione ampia, anche geopolitica. Abbiamo una prospettiva di attività sul nostro satellite naturale – la Luna – con un aggregato abbastanza ampio che rimarrà su quella superficie a lungo. Non domani ma certamente dopodomani andremo a vivere e lavorare anche su altri corpi del sistema solare. In quest’ottica, attitudini e competenze manageriali saranno vitali perché si tratterà di progetti complessi che includono più risorse.
Il settore spaziale è interdisciplinare, richiede preparazioni tecniche e scientifiche ma anche economiche, legali, di progettazione. Quindi specializzazioni verticali e visione ampia, anche geopolitica
Nasceranno figure nuove per fare questo?
Sì, prevedo figure come l’architetto spaziale, il medico spaziale, utili poi anche sulla Terra in situazioni che richiamino quelle dello spazio: ambienti e territori estremi. Servirà continua ricerca applicata ma anche ricerca di base, decisiva per aprire strade inattese verso prodotti e servizi oggi impensati.
