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Alla ricerca del patto sociale

Tra difesa dei salari e aiuti alla produzione industriale, il Paese è chiamato a trovare una quadra. Non si può perdere tempo, è il momento della responsabilità, a tutti i livelli

C’è un gran parlare in queste settimane di patto sociale, con l’immancabile riferimento esplicito al grande accordo del 1993, quello firmato da Ciampi e Giugni in quella calda e difficile estate. L’idea di un nuovo grande accordo era stata lanciata nell’autunno da Carlo Bonomi, presidente di Confindustria, e subito ripresa da Mario Draghi. Si stava uscendo dalla pandemia, o ci si illudeva che così fosse, l’economia aveva un grande rigoglio, che poi ha portato a una crescita del Pil del 7%, serviva un regolamento generale che desse ordine a questa ripresa, un po’ troppo a macchia di leopardo. Era in corso l’assemblea annuale degli industriali e sembrava davvero l’occasione migliore per avviare questo discorso.

Ma il sindacato non rispose positivamente, o meglio non tutto il sindacato rispose come Governo e imprenditori si aspettavano. Se Luigi Sbarra si dichiarò totalmente a favore di questa scelta, che del resto auspicava da tempo, Maurizio Landini si pose di traverso, fece subito capire che non era d’accordo. Patto sociale sì, disse, ma dobbiamo prima capire quali obiettivi si vogliono raggiungere. Il segretario della Uil si accodò, anche lui su una linea di intransigenza. Che non era un fuoco fatuo, perché dopo nemmeno un paio di mesi il confronto che intanto era stato avviato tra Governo e sindacati abortì e quelle due confederazioni, appunto Cgil e Uil, arrivarono allo sciopero generale.

Tutto perso, allora? No, perché le ragioni di un grande accordo c’erano tutte. La contrattazione non sta marciando come dovrebbe, tantissimi settori non riescono a rinnovare i loro contratti nazionali, il rischio è una paralisi del dialogo tra parti sociali. E del resto la situazione continua ad aggravarsi pericolosamente. È ormai davanti agli occhi di tutti la corsa che ha ripreso l’inflazione, adesso schizzata in maniera incredibile, e le parti sociali non sanno come far fronte a questo fenomeno, che è capitato proprio nel momento in cui le retribuzioni stanno mostrando la loro debolezza. Proprio quando il sindacato ha manifestato la propria volontà di aumentare in maniera sostanziosa i salari, l’inflazione ha ripreso a falcidiare i redditi dei più indifesi, lavoratori dipendenti e pensionati. Come se non bastasse è scoppiata la guerra in Ucraina mettendo in difficoltà tutto il sistema produttivo per la crescita abnorme del costo dell’energia e per le difficoltà di un sistema produttivo troppo globalizzato.

 

La contrattazione non sta marciando come dovrebbe, tantissimi settori non riescono a rinnovare i loro contratti nazionali, il rischio è una paralisi del dialogo tra parti sociali

 

Nella consapevolezza delle difficoltà di questa situazione il dialogo per un patto sociale è stato ripreso. È stato ancora Draghi a volere questa ripresa e ha convocato a Palazzo Chigi le parti sociali, sindacati e imprenditori, con l’obiettivo dichiarato di un accordo a tratto generale. Come aveva fatto nell’autunno, adesso però sostenuto dall’esigenza di affrontare una situazione che nel frattempo si era ulteriormente complicata. Stavolta ha avuto più fortuna, perché il segretario della Cgil non se l’è sentita di rispondere con un altro no secco. Ha lasciato intendere che ci si poteva anche provare, mettendo però alcuni paletti, come si dice nel gergo del sindacato. Soprattutto ha tenuto a dire che la Cgil non potrà mai accettare una trattativa per ridurre i salari. Lavoratori e pensionati, ha detto Landini, hanno già dato, adesso semmai devono prendere. Il che significa che i salari devono recuperare l’inflazione e che la produzione deve essere sostenuta per evitare che si perdano posti di lavoro.

Su queste premesse e con l’assicurazione dell’Esecutivo come degli imprenditori che nessuno vuole ridurre i salari, il dialogo si è avviato, più o meno stentatamente, aggravato da problemi non facili da affrontare, tanto meno in una situazione così compromessa. Arrivare a un accordo non sarà semplice. Landini ha anche fatto capire di non gradire accordi troppo ampi, preferendo affrontare pochi problemi e possibilmente risolverli uno ad uno, separatamente. In realtà, i precedenti non sembrano a favore della tesi avanzata dal segretario della Cgil. La memoria corre subito infatti alla difficile trattativa sui temi della scala mobile che si svolse nei primi anni ‘80 del secolo scorso e che nel gennaio del 1983 portò all’accordo che da allora reca il nome del ministro del lavoro che lo negoziò, Enzo Scotti.

Le cronache di quegli anni raccontano infatti che Scotti si trovò subito in difficoltà, perché sul tema specifico, la crescita dei salari e la battaglia contro l’inflazione, le parti avevano tesi del tutto opposte e ogni soluzione avanzata si era rivelata non gestibile. Il ministro si salvò, e portò tutti al grande accordo, come fu subito definito, mettendo sul tavolo una lunga serie di altri problemi, il rinnovo dei contratti in scadenza, la gestione del mercato del lavoro, anche con strumenti innovativi, gli aiuti alla produzione, la formazione continua dei lavoratori, la gestione degli orari di lavoro e via dicendo. In questo modo riuscì a dare a ogni parte al tavolo un motivo per accogliere la proposta finale che lui fece infine alle parti sociali, un prendere o lasciare che tutti alla fine, pur con grande fatica, accettarono. Tutti guadagnarono qualcosa, l’accordo fu più facile, soprattutto fu più facile far fronte alle pressioni esterne che, per lo più per motivi di ordine politico, anzi partitico, venivano esercitate spesso anche senza pudore.

Per questo non convince molto la suggestione di Maurizio Landini a favore di accordi su temi ristretti, perché è più facile che tesi diverse portino alla paralisi che alla soluzione dei problemi. Ma soprattutto sarebbe questo il momento in cui ciascuna parte sociale si assuma fino in fondo le proprie responsabilità, nella comprensione della gravità dei problemi in atto. Un esempio viene da Federmanager, che nella propria assemblea del 12 novembre ha lanciato il “Patto della dirigenza” per rinnovare in maniera sostanziale la struttura stessa della contrattazione. I manager non sono certo nuovi a questa presa di coscienza del proprio ruolo e tutta la loro storia è stata puntellata da offerte di collaborazione nei confronti delle autorità di Governo. I risultati, sempre all’altezza delle necessità, hanno fatto capire che questa è la strada da seguire. Perdere tempo sarebbe colpevole, molto colpevole.