Il settore della mobilità rappresenta uno dei pilastri fondamentali della competitività del sistema produttivo e della qualità della vita delle persone. Oggi, tuttavia, non è più possibile parlare di mobilità senza integrarla con il concetto di sostenibilità. La vera sfida di sistema si sostanzia quindi nel realizzare una mobilità sostenibile, capace di coniugare efficienza economica, tutela ambientale e responsabilità sociale.
In questo percorso, manager e imprese sono chiamati a svolgere un ruolo decisivo. Ecco perché per la nostra Federazione è importante valorizzare nuove professionalità che stanno emergendo nelle aziende più managerializzate e per questo, come sottolineato nel nostro “Manifesto 2026”, più dinamiche e innovative.
In merito alle emergenti professionalità manageriali di settore mi riferisco, in particolare, al fleet manager, quale figura responsabile della gestione del parco veicoli aziendale. Il suo compito incide su aspetti cruciali quali l’ottimizzazione dei costi, l’efficienza operativa, la riduzione delle emissioni di CO₂ e la sicurezza dei dipendenti.
In sinergia con questa figura c’è quella del mobility manager, che ha il delicato compito di gestire gli spostamenti casa-lavoro del personale e di incoraggiare l’adozione di modalità di trasporto privato maggiormente sostenibili, contribuendo a ridurre gli impatti sui territori.
Entrambe queste figure rispondono a una parola chiave che deve guidare ogni scelta aziendale: consapevolezza. La sostenibilità non può infatti essere affrontata come un semplice adempimento burocratico né come un “distintivo reputazionale”. Richiede la capacità di valutare con attenzione il delicato equilibrio tra competitività, costi, impatto ambientale e benefici sociali.
Il settore dei trasporti – non è certamente un caso – è al centro delle strategie europee di decarbonizzazione. Pensiamo ai comparti “hard to abate”, come il trasporto marittimo e quello aereo, in cui la riduzione delle emissioni rappresenta una sfida particolarmente complessa. Per realizzare obiettivi così ambiziosi servono competenze manageriali in grado di accompagnare il cambiamento con pragmatismo e visione industriale.
La sostenibilità deve entrare stabilmente nei processi produttivi e organizzativi, certo. Al tempo stesso, occorre evitare approcci eccessivamente ideologici che rischiano di produrre rilevanti effetti indesiderati sul piano industriale e occupazionale. Sul punto, il caso dell’automotive è emblematico: non si può compromettere, in maniera non meditata a sufficienza, una filiera strategica per l’economia europea, che coinvolge milioni di lavoratori e migliaia di imprese.
La strada da seguire è quella di una sostenibilità concreta, fondata sull’innovazione e sulla capacità di guidare imprese e lavoratori verso una mobilità efficiente e responsabile. È proprio in questo equilibrio da ricercare che si gioca una parte importante del futuro industriale europeo.
