
Ingegner Panesi, la space economy assume un’importanza sempre maggiore nel dibattito pubblico. Di cosa si occupa D-Orbit e in quali ambiti della nuova economia dello spazio opera?
D-Orbit nasce nel 2011 da un progetto che Luca Rossettini e io avevamo sviluppato due anni prima in Silicon Valley, durante un corso di technology entrepreneurship con borsa Fulbright. Avevamo intuito che l’economia dello spazio stava cambiando: i grandi satelliti di diverse tonnellate (che pure continuano a esistere) lasciavano spazio a costellazioni di satelliti più piccoli, e nuovi servizi downstream, connettività, osservazione della Terra, controllo traffico aereo e marittimo, venivano preparati tramite costellazioni di decine, centinaia o migliaia di piccoli satelliti. Questa infrastruttura ha bisogno di servizi di logistica. Noi facciamo proprio questo: logistica spaziale. Abbiamo scelto di non competere con gli operatori, ma di servirli, costruendo le strade e i porti dell’economia orbitale, accompagnando i satelliti in tutto il loro ciclo di vita. Operiamo in quattro ambiti complementari. Il trasporto orbitale “last mile delivery“: con il veicolo ION Satellite Carrier consegniamo i satelliti dei clienti direttamente nello slot operativo, riducendo fino all’85% i tempi e fino al 40% i costi rispetto al lancio tradizionale. Lo Space Cloud, che trasforma gli ION in nodi di calcolo per elaborare dati in orbita. L’in-orbit servicing, manutenzione, rifornimento, estensione della vita operativa, riposizionamento, rimozione a fine vita, che è il nostro DNA originario. E, dall’integrazione con Planetek nel 2025, l’intelligence geospaziale: trasformare i dati satellitari in prodotti finali per clienti istituzionali e industriali.
Quali orizzonti si aprono per la logistica e il trasporto spaziale già nei prossimi decenni?
I prossimi vent’anni saranno per lo spazio quello che la rivoluzione industriale è stata per la Terra. Si stima che i satelliti attivi passeranno dagli 11mila di oggi a oltre 43mila entro il 2034, e ciò richiede un’infrastruttura più grande ed evoluta: rotte, stazioni di servizio, manutenzione, riciclo, fabbricazione di satelliti in orbita. In questo contesto si inserisce la missione RISE che sviluppiamo per l’ESA: nel 2029 il nostro veicolo GEA sarà lanciato in orbita geostazionaria, a 36mila km dalla Terra, e lì aggancerà un satellite per prolungarne la vita operativa. Sarà la prima missione europea di in-orbit servicing e inaugurerà il mercato europeo. Si profilano già i salti successivi: data center orbitali integrati con quelli a terra, riciclo di materiali da satelliti dismessi, assemblaggio di nuovi veicoli direttamente nello spazio. Quando opereremo stabilmente sulla Luna, sarà un’infrastruttura digitale già nello spazio a fornirci connettività, calcolo e dati prima ancora della superficie lunare. La meta è una space economy non solo circolare ma rigenerativa.
Avete scelto di stabilire il vostro headquarter in Italia, vicino Como. A testimonianza di un forte legame con il nostro Paese, che vanta diverse eccellenze nel settore. Si può parlare di un protagonismo dell’Italia nell’economia dello spazio?
Assolutamente. Il 15 dicembre 1964, con il satellite San Marco 1, fummo il terzo Paese al mondo, dopo Unione Sovietica e Stati Uniti, a progettare, costruire, lanciare e operare un satellite interamente con personale nazionale. Sessant’anni dopo siamo il terzo contributore dell’ESA, abbiamo un Piano Strategico Nazionale per l’Economia Spaziale e risorse Pnrr per oltre due miliardi destinate al settore, oltre a un ecosistema unico in Europa: 15 distretti industriali aerospaziali e 4 Space Factory nate grazie al Pnrr, dove convivono grandi player globali e centinaia di Pmi. In Italia troviamo competenze ingegneristiche d’eccellenza, una manifattura di precisione che il mondo ci invidia, una filiera di fornitori specializzati. Insieme alla Francia siamo gli unici Paesi in Europa (e fra i pochi al mondo) a disporre della filiera completa per progettare, costruire, lanciare e operare un satellite. Tradizione accademica e ricerca sono da sempre di altissimo livello. Il fatto che l’ESA abbia scelto un’azienda italiana come prime contractor di RISE racconta il peso reale della filiera tricolore.
Accanto alle necessarie competenze tecniche, quanto conta per voi una managerialità che in azienda sia capace di favorire crescita, competitività e organizzazione del lavoro?
Moltissimo. Senza una solida managerialità anche le competenze tecniche più brillanti restano un potenziale inespresso. In 15 anni siamo passati da poche decine a circa 600 persone, considerando l’integrazione di Planetek, con sedi in Italia, Portogallo, Regno Unito, Grecia, Stati Uniti e altre in apertura: governare questa crescita significa costruire processi, attrarre e trattenere talenti, organizzare il lavoro su scala internazionale. Per questo, sin dall’inizio, abbiamo voluto manager senior con esperienze in gruppi industriali ben più strutturati: da loro si impara, e l’ecosistema attorno a noi diventa parte integrante della crescita. Lo spazio è un maestro severo e non perdona l’improvvisazione: servono visione di lungo periodo, disciplina, capacità di decidere in fretta e una cultura manageriale che tenga insieme innovazione e sostenibilità economica, ambientale e sociale.
Nel 2029 il nostro veicolo GEA sarà lanciato in orbita geostazionaria, a 36mila km dalla Terra, e lì aggancerà un satellite per prolungarne la vita operativa
Cosa direbbe a un giovane che oggi sogna di lavorare “al di là del cielo”?
Ai giovani dico tre cose. La prima: sognate in grande. Viviamo un’epoca dominata dalle cattive notizie, ma il presente offre opportunità impensabili fino a pochi anni fa, e il futuro è nelle vostre mani. La seconda: non mollate. Imparate a leggere i segnali, decidete in fretta e contate sull’ecosistema attorno a voi: chiedete aiuto, scambiate esperienze, circondatevi di chi ne sa più di voi. La terza: lo spazio non è solo per astronauti o ingegneri. Servono fisici, biologi, giuristi, esperti di cybersecurity, psicologi, medici, comunicatori, manager. “Al di là del cielo” oggi c’è bisogno di tutti i talenti, e il vostro posto, lassù, esiste già.
In 15 anni siamo passati da poche decine a circa 600 persone, considerando l’integrazione di Planetek, con sedi in Italia, Portogallo, Regno Unito, Grecia, Stati Uniti e altre in apertura
