Servizio pubblico

Con Milena Gabanelli parliamo di malaffare, dei rischi del giornalismo d’inchiesta, di querele intimidatorie e di una informazione che a volte, purtroppo, è costretta a volare basso

In venti anni alla guida di Report Milena Gabanelli ha legato il suo nome e quello della sua ex redazione ad alcune delle più importanti inchieste giornalistiche sulla corruzione e il malaffare nella Pubblica amministrazione. Per questo poche testate nell’immaginario collettivo si adattano meglio della trasmissione Rai a quel ruolo di “cane da guardia pubblico” che la Corte di giustizia europea assegna alla stampa. «Il buon giornalismo fa bene a qualunque paese, sotto tutti gli aspetti – ci dice – Però se parliamo di solidità di una democrazia io invertirei il paradigma e direi esattamente il contrario: solo dove c’è una democrazia matura può esserci buon giornalismo».

Milena Jole Gabanelli, giornalista, autrice televisiva e conduttrice.

L’Italia nel 2013 ha approvato la legge che disciplina e regolarizza la diffusione di informazioni da parte delle Pubbliche amministrazioni. Quella legge quanto ha cambiato il modo di fare giornalismo d’inchiesta nei confronti degli atti della Pubblica amministrazione? 

Poco purtroppo, e per due ragioni. La prima è che la trasparenza è rimasta comunque modesta: spesso gli atti resi pubblici non sono aggiornati, navigando nella sezione “trasparenza” di enti o amministrazione ci si imbatte in pagine in eterno aggiornamento e quindi non fruibili. Poi c’è una seconda problematica: perché un atto consultabile sia davvero utile occorre che sia comprensibile, in molti casi questi documenti resi pubblici lo sono in forme di fatto illeggibili. Prendiamo il bilancio di Invitalia: è tutto consultabile online, ma provi a decifrarlo se è capace. Ciò detto, non c’è dubbio che quella legge è stato un primo passo avanti.

Gli omicidi di Daphne Caruana Galizia e Jan Kuciak hanno evidenziato quanto oggi indagare sui fenomeni corruttivi che riguardano la politica possa essere pericoloso per chi fa giornalismo. Un recente rapporto Unesco ha segnalato che sono in preoccupante aumento i casi di reporter assassinati per i loro lavori di inchiesta sulla corruzione nella politica, casi di violazioni dei diritti umani e reati ambientali. Oggi, secondo l’Unesco, è più pericoloso indagare sulla corruzione che raccontare un conflitto.

Dipende ovviamente dal paese in cui si lavora. Indagare sulla corruzione o violazione dei diritti umani in Russia o in Cina è fuori di dubbio pericoloso e piuttosto elevato è il rischio di prendersi un buco in fronte o finire in un campo di detenzione. Negli Usa o in Europa il rischio è minore, ma dipende sempre a chi si va a “rompere le scatole”. Basta vedere cosa accade in Italia a quei colleghi che si occupano di vicenda relative alla ’ndrangheta o alla mafia. Oggi per fortuna si è sviluppata una certa attenzione e sensibilità per cui cronisti finiti sotto minaccia da parte delle organizzazioni mafiose sono posti sotto tutela o protezione prima che ci rimettano la pelle, ma per anni è andata diversamente.

Oggi i cronisti finiti sotto minaccia da parte delle organizzazioni mafiose sono posti sotto tutela prima che ci rimettano la pelle, ma per anni è andata diversamente

Quando parliamo di rischi per chi fa informazione, riferendoci alla situazione italiana, non possiamo non toccare l’argomento delle querele, usate spesso come arma di intimidazione nei confronti della stampa. Si parla da anni, inutilmente, di una legge contro le querele temerarie. Ritiene che manchi la volontà politica di affrontare il problema?

Visto che bisogna intervenire sulla legge rafforzando l’articolo del codice di procedura civile che prevede la sanzione per le liti temerarie, ma non è mai stato quantificato il “quanto”, direi proprio di sì. Ora se sai che pur avendo tutte le carte per inchiodare un imprenditore o una banca, ti arriverà comunque una richiesta di risarcimento danni per decine di milioni di euro, forse quell’articolo non lo scrivi, perché puoi mettere in crisi il tuo editore. Le cause civili durano anni e, nel frattempo, occorre accantonare una quota nel fondo rischi. Quando la causa si chiude con un nulla di fatto, chi ti ha portato in tribunale al massimo rischia una sanzione di mille euro. Nel diritto anglosassone l’atto intimidatorio è punito severamente con la condanna a risarcire il querelato con una cifra proporzionale a quella che è stata chiesta nell’atto di citazione. Capisci bene che anche un grande gruppo magari ci pensa prima di muoverti una causa che è evidentemente pretestuosa. Faccio un esempio personale: il gruppo della telefonia H3G mi aveva fatto causa, evidentemente intimidatoria, chiedendo risarcimenti per 137 milioni di euro. È finita che hanno dovuto pagare anche le mie spese legali, ma ci sono voluti sette anni.

Pur avendo tutte le carte per inchiodare qualcuno, sai che ti arriverà comunque una richiesta di risarcimento danni per decine di milioni di euro. E forse quell’articolo non lo scrivi

In Italia, salvo rarissimi casi, non esistono editori puri e sempre più spesso giornali e tv sono solo un asset di gruppi aziendali con interessi economici variegati. Quanto influisce questo sulla indipendenza dell’informazione?

A parte il servizio pubblico, gli altri vivono di pubblicità. Nel caso dei giornali, il calo delle vendite è un dato consolidato e i lettori preferiscono informarsi online senza pagare nulla. E quindi chi paga? Quali soldi fanno quadrare i bilanci delle aziende editoriali? Quelli che i grandi marchi investono in pubblicità. Allora quanto puoi essere libero di fare le pulci a chi tiene in piedi la testata per cui lavori? Parliamo di grandi gruppi alimentari, marchi del lusso, grandi imprese, case automobilistiche e così via… A queste condizioni è più facile fare del pettegolezzo politico e riempirci giornali, rotocalchi e trasmissioni televisive. La libertà ha un prezzo e qualcuno lo deve pagare: se gli utenti non si abbonano o non comprano i giornali, le testate che non hanno le spalle larghe sono costrette a volare basso.

Nei suoi anni a Report”, ma anche oggi con Sigfrido Ranucci, sono stati decine i casi di tentativi di imbavagliare” alcuni servizi o di impedirne la messa in onda. Quali sono gli episodi che maggiormente l’hanno colpita?

Talmente tanti che preferisco dimenticarli. Ricordo però che ci sono state almeno 300 cause, finora vinte anche se alcune non sono ancora arrivate a conclusione. Ma ho sempre saputo che potevo permettermi di tirare dritto perché alle nostre spalle c’era il servizio pubblico, ovvero il canone pagato dai cittadini. A volte ho dovuto scendere a patti, ma sono sempre stati piccoli e ragionevoli aggiustamenti. In 20 anni nessuno mi ha mai censurato.