Quella festa che non c’è

Alle porte del Primo Maggio, un’analisi lucida di ciò che ci attende dopo il coronavirus. Tra rappresentanza e rappresentazione del lavoro, ecco tre priorità da considerare

Un sorprendente incrocio simbolico per il tema lavoro nel prossimo mese. Il primo evento è la celebrazione del Primo Maggio, che quest’anno può essere definito la “Festa del lavoro che non c’è”. Milioni di persone tenute a casa, molti disoccupati in più, diffusione della precarietà, un’esplosione delle reti del passato, le cui conseguenze non sono chiare né prevedibili. Qualche giorno dopo, il 20 maggio, si celebrano i 50 anni della nascita dello Statuto dei lavoratori (legge 300, 20 maggio 1970), che oggi è sotto tensione sul tema delle tutele e subisce gli sconvolgimenti in corso nel rapporto tra contratti, sicurezza e privacy. Il lavoro al tempo del coronavirus è in fibrillazione, al ritmo di una trasformazione del tutto inaspettata, che ci ha trovati sconnessi e concentrati su una bassa crescita che si pensava non potesse finire mai. Così, improvvisamente, oggi ci troviamo di fronte alla polverizzazione dei vecchi paradigmi e alla necessità di sostituire una travolgente pandemia con una salvifica palingenesi.

Il lavoro è oggi difficile da definire, perché sta aumentando e aumenterà le sue forme e le sue sfide, trascinandoci in un cammino a cui non siamo preparati. Per questo dovremmo ridefinire i confini e i contenuti delle nostre culture ma anche le nostre azioni. Siamo in piena crisi della rappresentazione del lavoro, con culture frammentate: c’è chi lo definisce un mezzo, e così l’abbiamo ridotto a un prezzo; c’è chi lo considera una fatica, una pena, una sofferenza, e così ne abbiamo tolto il piacere; c’è chi lo definisce un destino, una missione, una lotta di liberazione, giocandosi un sistema di valori che chiede maggiore comprensione. Se è difficile oggi rappresentare il lavoro, ne consegue che è ancor più difficile offrirgli una rappresentanza. Tra rappresentazione e rappresentanza c’è un nesso inscindibile, che rende sempre più difficile l’azione e l’interpretazione.

La riflessione ha bisogno di tempo, per capire ciò che sta succedendo e rifuggire da banali semplificazioni. Ma il tempo stringe. E ci sono delle priorità. Ci troviamo improvvisamente sopra una giostra che non sappiamo governare e per tranquillizzarci andiamo a caccia di colpevoli e di complotti da capro espiatorio. L’evidenza è che non solo si è rotto il “mercato” del lavoro, ma siamo entrati in un nuovo “mondo” del lavoro. Dobbiamo così riprendere in mano la questione dei fondamentali, alla ricerca di nuove connessioni. In poche settimane abbiamo dovuto lasciare l’inconcludente balbettio sul tema sicurezza e siamo stati catapultati nella voragine della salute, nel benessere (o malessere) che coinvolge la vita e il lavoro, nell’urgenza di nuovi parametri e modelli di valutazione della crescita del Pil. Nel frattempo, abbiamo assistito alla mancanza di nuove politiche industriali, di destinazioni su cui puntare, di settori e filiere per cui vale la pena di lavorare e spendere le nostre vite nel futuro.

Non solo si è rotto il “mercato” del lavoro, ma siamo entrati in un nuovo “mondo” del lavoro

Se queste sono solo tre evidenze di un’analisi ancora tutta da fare, vi sono altrettanti obiettivi su cui riprendere a lavorare. Al primo posto dovremo mettere la creazione di nuovi posti di lavoro. Il lavoro sarà la locomotiva trainante dell’economia e il primo impegno per le classi dirigenti di tutti i paesi. Pubblico e privato dovranno competere e cooperare (coopetition). “Non uno di meno” significa che non solo nessuno dovrà perdere per un lungo tempo il lavoro, ma che saranno necessari nuovi posti di lavoro, sostitutivi ma anche aggiuntivi, per incrementare la crescita. La seconda azione è la rivoluzione della formazione, che dovrà fornire nuove competenze ricercate ma a volte introvabili, per un canale più fluido tra domanda e offerta di lavoro. La terza azione è legata agli spazi, ai luoghi di lavoro e ai tempi delle prestazioni. L’unico sottoprodotto utile di queste settimane è stato lo sdoganamento dello smart working, da tempo arenato in dibattiti filosofici e astratti inutili, che hanno messo in evidenza le peggiori tentazioni delle relazioni sindacali.

I manager dovranno sempre più confrontarsi con il tema del governo, mostrando generosità e competenza, differenziandosi dai troppi cattivi esempi della politica

Infine, una sfida per le associazioni della rappresentanza. La figura del manager risulta un po’ sfuocata negli ultimi anni, sommersa dalle tristi litanie mediatiche sulle top retribuzioni, che colpiscono i pochi per punire tutti. C’è bisogno di etica ma anche di azioni simboliche, che ridiano smalto a una figura professionale fondamentale. Ora si avvertono alcune chiamate per figure manageriali di alto profilo a cui passare la patata bollente della ripresa. Già si sentono i primi scricchiolii. La mission e la vocazione dei manager dovrà sempre più confrontarsi con il tema del “governo”, mostrando generosità e competenza e differenziandosi dai cattivi esempi della politica. Solo così cadrebbe la zavorra di stereotipi ormai defunti e rinascerebbe una nuova stagione per i manager, svelando la siderale distanza esistente tra chi opera con responsabilità per il bene comune e chi vuole sempre rappresentarsi come un uomo solo al comando.