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Occupiamoci delle donne

Negli anni, il divario esistente tra donne e uomini nel mondo del lavoro si è ampliato. Ma, anche grazie alle risorse del Pnrr, una decisa inversione di rotta è possibile

Nel suo ultimo rapporto sul global gender gap il World economic forum non manca di sottolineare quanto la parità di genere sia non solo un tema di equità, giustizia e riscatto sociale, ma anche strumento competitivo per il Paese, e quanta strada, purtroppo, ci sia ancora da percorrere su questo fronte.

L’Italia si posiziona soltanto al 63° posto su 156 Paesi, ancora una volta ultima a livello europeo. Il tasso di occupazione femminile è crollato negli ultimi due anni, tornando al di sotto del 50%, con un triste e imbarazzante primato al Sud Italia che si attesta intorno al 32%, e un divario di ben 14 punti rispetto al tasso medio europeo (oltre il 62%). Ed è evidente quanto pesi, in questo contesto, la maternità: tra le donne di età 25-49 anni senza figli, il tasso di occupazione è del 72,7%, ma eccolo precipitare al 53,3% per le donne della stessa età con almeno un figlio.

La pandemia ha contribuito ad accrescere quella disparità che già conoscevamo, perché la crisi si è accanita in particolare sulle donne: che hanno perso più posti di lavoro degli uomini e, contemporaneamente, hanno subito un forte peggioramento delle condizioni lavorative, anche a causa dell’incremento del carico di cura nel contesto familiare o, in altre parole, dell’aumento della quantità di lavoro non retribuito a scapito del tempo disponibile per le occupazioni retribuite.

Una situazione così drammatica da dare vita al neologismo she-cession a sottolineare quanto la crisi economica dovuta al Covid abbia impattato, a differenza delle precedenti, soprattutto sulle lavoratrici, determinando una vera e propria recessione al femminile. Sappiamo quanto questo sia dovuto in particolare alla segregazione dell’attività lavorativa femminile in quei settori che maggiormente sono stati colpiti dalla pandemia e sono stati più a lungo oggetto di misure restrittive: la ristorazione e l’hôtellerie (54%), i servizi e il tempo libero (46%), il commercio (43%); ma anche alla tipologia contrattuale delle lavoratrici che, in proporzione maggiore rispetto agli uomini, usufruiscono di contratti di lavoro meno protetti e a termine.

 

Il neologismo “she-cession” sottolinea quanto la crisi economica dovuta al Covid abbia impattato soprattutto sulle lavoratrici, determinando una vera e propria recessione al femminile

 

E se, finalmente, i dati provvisori Istat segnano che a marzo 2022 gli occupati hanno superato i livelli pre-Covid (toccando i 23 milioni di persone), e che questa crescita è sostanzialmente trainata dalle donne – con 85 mila occupate in più rispetto al mese precedente e 442 mila rispetto a marzo 2021 -, purtroppo il famigerato gender pay gap, continua a essere un problema. Da un sondaggio condotto da Adp emerge come siano le donne ad avere minori probabilità di ricevere un riconoscimento economico in relazione a un nuovo incarico o all’assunzione di nuove responsabilità per far fronte ai vuoti aziendali causati dalla pandemia. L’aspetto più critico e implacabile della disparità inizia proprio dal salario: il pay gap resta del 10% in più a favore degli uomini, a parità di mansione. In pratica, è come se per lo stesso lavoro una donna cominciasse a guadagnare dalla seconda metà di febbraio rispetto al collega.

Colmare questo gap – ovvero il divario tra donne e uomini nel mondo del lavoro – potrebbe rappresentare il contributo più significativo alla crescita del nostro Paese nel post pandemia. Gli strumenti ci sono, si tratta di non lasciarsi sfuggire le straordinarie opportunità legate agli stanziamenti previsti dal Pnrr, la più imponente occasione di riforma che il nostro Paese abbia avuto negli ultimi decenni e un’occasione unica per accelerare la chiusura del gender gap in Italia, a beneficio di tutta la collettività.

L’attivazione di un sistema per la certificazione della parità di genere è una delle misure previste dalla missione 5 del Pnrr e persegue proprio questo obiettivo: incentivare le imprese italiane ad adottare policy adeguate a ridurre il divario di genere, promuovendo il talento e la partecipazione delle donne al mondo del lavoro in ottica paritaria. La certificazione – che dovrebbe essere operativa a partire da settembre e adottata in via sperimentale per 4 anni – connoterà le imprese particolarmente meritevoli, premiandole con incentivi di natura fiscale e vantaggi negli appalti pubblici.

Ma non basta. Occorre sfruttare il Pnrr per imprimere un’accelerazione allo sviluppo dell’imprenditoria femminile, che ancora rappresenta solo un quinto delle imprese italiane, troppo spesso micro e poco rappresentata nei settori ad alta tecnologia, il futuro del Paese. Davanti a una crisi senza precedenti, che ha causato un totale ribaltamento di prospettive e profonde trasformazioni, l’imprenditorialità può rivelarsi uno strumento potente per costruire una nuova idea di progresso e liberare l’enorme potenziale di creatività e talento delle donne: un’occasione imperdibile per portare una diversa visione di sviluppo che le ricadute economiche dell’emergenza sanitaria hanno evidenziato come quanto mai necessaria.

Come evidenziano i dati dell’osservatorio del Premio GammaDonna per l’imprenditoria femminile innovativa, le imprese innovative guidate da donne sono portatrici di una visione lungimirante, attenta alle tematiche della sostenibilità e della responsabilità sociale; non solo puntano a migliorare la qualità della vita delle persone, ma sono più green, inclusive e desiderose di lasciare un’impronta positiva dietro di sé.  L’imprenditoria femminile agisce da vero e proprio moltiplicatore, in grado di incrementare consumi e servizi (soprattutto quelli dedicati alla famiglia e all’istruzione), creare ricchezza e gettito fiscale, promuovere l’attenzione a un’economia più sostenibile, in un circolo virtuoso a vantaggio di tutta la società.

Con l’obiettivo di valorizzare le competenze delle donne nel mondo delle imprese in un momento storico in cui è fondamentale ripensare lo sviluppo in chiave di sostenibilità, il ministero dello Sviluppo economico ha dato il via ad un Fondo da 200 milioni di euro (160 milioni di risorse Pnrr e 40 stanziati dalla legge di Bilancio 2021). Dal 5 maggio  è possibile presentare domanda sul sito del Mise per il Fondo impresa femminile, per richiedere i contributi a fondo perduto e i finanziamenti agevolati destinati a sostenere la realizzazione di progetti innovativi di imprese già costituite o di nuova costituzione, di qualsiasi settore e lungo tutto lo stivale.

Facciamoci avanti.