Occhi aperti sull’Africa

Nonostante sia stata creata una task force continentale, sono soltanto 20 i paesi africani in grado di effettuare test diagnostici del Covid-19. È a rischio un sistema già fragile, fortemente dipendente dall’economia cinese

Il primo caso di contagio da coronavirus (Covid-19) accertato in Africa (in Egitto) ha scatenato timori sulla capacità del continente di affrontare in maniera efficace l’emergere di eventuali, e molti ritengono inevitabili, focolai del virus che sta mettendo a dura prova la Cina. Intanto, diversi paesi africani sono alle prese con le ripercussioni dell’epidemia sulle proprie economie, già in difficoltà e ampiamente dipendenti dalla domanda cinese. La Cina, infatti, è il principale partner commerciale dell’Africa come singolo stato, secondo soltanto all’Unione europea: nel 2018, il volume delle transazioni commerciali tra Pechino e Africa ammontava a circa 240 miliardi di dollari.

Secondo il rapporto del think tank Overseas development institute (Odi), a prescindere dai casi di contagio, saranno le economie dei paesi più poveri a subire conseguenze significative: l’Africa subsahariana potrebbe perdere fino a 4 miliardi in esportazioni.

Secondo l’Overseas development institute, l’Africa subsahariana potrebbe perdere fino a 4 miliardi di dollari in esportazioni

Sinora si tratta di stime, spiega Camillo Casola, ricercatore del Programma Africa dell’Ispi, l’Istituto per gli studi di politica internazionale: «L’impatto del coronavirus sui sistemi economici africani è inevitabile. La quasi totalità degli stati africani ha rapporti economici importanti e forti con la Cina che dall’inizio degli anni duemila ha intessuto relazioni e concentrato grandi investimenti nel continente. È forse presto per quantificare con certezza questo impatto, dipenderà da quanto durerà la crisi sanitaria e dalle sue ripercussioni sull’economia cinese».

Petrolio, rame, cobalto, ma anche caffè, carne, vino. Sono questi alcuni dei beni che Pechino importa dall’Africa. L’epidemia di coronavirus e la conseguente quarantena di milioni di cinesi hanno determinato una contrazione della domanda e anche l’abbassamento del prezzo di mercato di questi beni: ad esempio, è stato registrato un calo del 20% del prezzo di mercato del petrolio e del 7% di quello del rame. Gli effetti sul valore delle esportazioni, non soltanto verso la Cina, espongono alcuni paesi africani al rischio di pesanti ripercussioni economiche. «Tra i paesi esposti ci sono Angola e Sudafrica, partner economici principali di Pechino», spiega Casola: «Ad esempio, il 97% delle esportazioni di petrolio dell’Angola è verso la Cina che a sua volta importa dal Paese il 10% del proprio fabbisogno di greggio». Il peso delle esportazioni di materie prime industriali è pari al 20% del Pil dell’Angola. Inoltre, il 10% dei turisti che visitano ogni anno questo stato dell’Africa meridionale è cinese.

Il comparto turistico, infatti, è un’altra voce dei bilanci africani colpita dalle limitazioni alla mobilità determinate dall’epidemia di coronavirus. I flussi turistici dalla Cina iniettano milioni di dollari nelle casse dell’industria turistico-alberghiera africana, che rischia di ritrovarsi in affanno se la crisi non rientrerà in tempi brevi e le rotte con la Cina non saranno riaperte. Quasi tutte le compagnie di bandiera africane hanno sospeso i voli e alcuni paesi hanno bloccato l’ingresso dei visitatori cinesi per timore del contagio.

I canali economici con la Cina espongono anche lo Zambia, principale produttore di rame nel continente; il Congo Brazzaville che basa la propria economia sul petrolio; la Repubblica democratica del Congo con le sue risorse di cobalto, in primis, e altre risorse minerarie la cui esportazione rappresenta oltre il 50% del suo Pil.

«Non ci sono soltanto le esportazioni. La presenza cinese in Africa è molto diversificata e si articola su due direttrici», spiega ancora Casola. «C’è la domanda di materie prime di cui dispongono i paesi africani e lo sviluppo della Belt and road initiative (la cosiddetta nuova Via della seta, n.d.r.) che riguarda fortemente la costa orientale africana, dove la Cina è impegnata nella costruzione di diverse infrastrutture, ad esempio porti. Questa area ha una particolare rilevanza strategica nel progetto ed è coinvolta in grossi investimenti. Anche in questo caso, l’impatto economico del coronavirus dipenderà dalla durata della crisi».

Camillo Casola, Ispi: «Non ci sono soltanto le esportazioni. La costa orientale è interessata dallo sviluppo della Belt and road initiative, con ingenti investimenti cinesi»

È indubbio che un impatto economico ci sarà e già in parte c’è, ma forse è ancora presto per quantificarlo con certezza. Nel 2003, la Sars (Sindrome respiratoria acuta grave), diffusasi sempre dalla Cina, provocò perdite a livello mondiale per 50 milioni di dollari. Il coronavirus, però, ha un tasso di contagio più alto e, soprattutto, il Pil cinese oggi è otto volte più grande e la quota cinese sul Pil mondiale si è quadruplicata: dal 4 al 17% del 2019. Secondo Odi, l’epidemia potrebbe costare all’economia globale 360 miliardi di dollari. E i contraccolpi su quella africana rischiano di essere elevati, considerato che negli ultimi 15 anni la presenza cinese (commercio, investimenti, imprese) nel continente è aumentata in maniera esponenziale e l’andamento delle economie dei principali stati africani è stato stimato al ribasso dalla Banca mondiale.

Mentre si osservano gli sviluppi e la diffusione dei contagi da Covid-19, l’Africa si prepara ad affrontare questa emergenza sanitaria con il sostegno dell’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), particolarmente preoccupata dalla fragilità dei sistemi sanitari del continente già alle prese con focolai di altri agenti patogeni, come l’Ebola, che mietono migliaia di vittime. Ci sono pazienti in quarantena in Etiopia, Kenya, Costa d’Avorio e Botswana, ed è stata creata una task force continentale coordinata dai paesi meglio attrezzati: Senegal, Kenya, Marocco, Sudafrica e Nigeria. Entro fine mese saliranno a 20 i paesi in grado di effettuare test diagnostici. Ancora pochi rispetto alle dimensioni geografiche e demografiche del continente.

È una minaccia seria per questo continente enorme, popoloso e ancora fragile, come ribadisce John Nkengasong, direttore di Africa Cdc, il Centro per il controllo e la prevenzione dell’Unione africana: «Se non saremo in grado di individuare e contenere in tempo i focolai, potremmo non raggiungere i nostri obiettivi di sviluppo».