1980

Magnifica presenza

In Italia si stanno affermando due modelli di sviluppo turistico: uno fondato sull’offerta alberghiera e l’altro sugli affitti brevi. Ecco un po’ di dati che è meglio conoscere, prima di partire per una vacanza.

Nel turismo si scambiano spesso due prospettive che, sebbene in certuni casi si muovano in maniera parallela e convergente (diremmo citando Aldo Moro e le leggi della geometria), in altri casi, e massimamente oggi, non sembrano proprio essere la stessa cosa. La prima prospettiva guarda al turismo sostanzialmente come fenomeno sociale: la gente che si muove, viaggia, cambia città per alcuni giorni, vive vite alternative a quelle ordinarie, invade i luoghi più famosi e così cambia il costume sociale; la seconda è la prospettiva economica, che nel turismo vede le imprese, vede le interdipendenze tra settori diversi dell’economia, ad esempio del turismo con i trasporti e l’agricoltura e soprattutto vede l’economia dell’ospitalità, cioè tutti i servizi che sono venduti e comprati da chi soggiorna nelle destinazioni turistiche, oltre che nei trasporti, condizione necessaria e sufficiente per spostarsi dalla propria residenza verso un qualunque altrove.

Allora crescere nel turismo non significa tout court aumentare le presenze turistiche. Eppure è quello che si crede – saremmo tentati di dire -, da sempre. Ogni qual volta si parla di turismo si guarda alle presenze turistiche come principale, se non unico, indicatore per giudicare l’andamento della congiuntura. Non avviene in nessun altro ambito dell’economia, che si contino le quantità prodotte, senza badare al loro valore, cioè al prezzo cui si vendono i beni e servizi. Nel nostro caso, fermarsi al numero delle presenze turistiche, senza valutare il loro impatto economico, serve a poco. Anzi, per analogia, questa concezione fa venire in mente le economie pianificate sovietiche, quando i prezzi dei beni e servizi venivano stabiliti con la legge (cioè normativamente) e perciò l’unica cosa che contava erano le quantità prodotte. I piani quinquennali si basavano sul numero di automobili prodotte o sul numero di case costruite, ma il loro valore era un mistero. Un mistero cui si dava risposta con la legge e non con il mercato.

Le presenze turistiche sono una condizione necessaria, ma non sufficiente per estrarre ricchezza dal turismo, ma non tutte sono equivalenti dal punto di vista economico: in alcuni casi creano effetti espansivi notevoli e in altri meno.

Sull’impatto economico del turismo è recentissima una ricerca Federalberghi, curata da Sociometrica in collaborazione con Cfmt e intitolata “Alberghi e affitti brevi”, dove si vede chiaramente come in Italia si stiano delineando, con sempre maggiore distinzione, due modelli di sviluppo turistico: uno fondato sugli alberghi e l’altro sugli affitti brevi, cioè sull’uso turistico delle normali abitazioni residenziali. Da un lato ci sono destinazioni come Rimini, Jesolo e altre, soprattutto nella parte nord del paese, dove il modello alberghiero prevale in maniera netta e l’impatto economico è notevolissimo e dall’altro, soprattutto fra le destinazioni turistiche balneari di Puglia, Sardegna e Calabria, dove prevale l’offerta di abitazioni per affitti brevi e l’impatto sull’economia locale è decisamente minore. Per le grandi città d’arte abbiamo un modello ibrido, anche se tutto va cambiando rapidamente, perché si stima che le presenze non registrate, quelle solitamente indirizzate verso gli affitti brevi, rappresentino circa il 30% del totale, perciò pesano molto, ma non prevalgono. In sostanza, il turismo presenta due modelli di sviluppo che si vanno rapidamente divaricando, con conseguenze importanti sul piano economico e sull’assetto generale delle città coinvolte.

Vediamo meglio, ma non prima di fare una digressione importante. Il turismo, nel senso stretto statistico, è una realtà relativamente piccola nell’economia generale, perché nella contabilità nazionale sono computati solo i consumi turistici diretti: alberghi, ristorazione e agenzie di viaggio, ma le sue conseguenze economiche sono più grandi perché, una volta in vacanza o in viaggio, l’ospite spende per una serie di beni e servizi molto più ampia di quella diretta: per i trasporti, per acquistare vari tipi di prestazioni, nello shopping e così via, coinvolgendo perciò buona parte dell’economia locale. Questo insieme di spese è però conteggiato a parte nella contabilità nazionale, ovvero nelle rispettive categorie d’appartenenza.

Gli effetti espansivi del turismo sono perciò notevoli e uno dei metodi migliori per stimarlo è il calcolo del moltiplicatore keynesiano, vale a dire in quale proporzione un euro speso in un settore dell’economia crea ricchezza anche nel resto degli altri settori. Qui vediamo la prima differenza tra chi è ospite negli alberghi e chi nelle case in affitto (cfr. tabella successiva): nel primo caso il moltiplicatore vale 1,90, perciò per un euro speso nell’industria dell’ospitalità produce negli altri settori una ricchezza ulteriore di 0,90; nel caso degli affitti brevi il moltiplicatore si ferma a 0,76.

Il risultato più importante, e per certi versi clamoroso, è la grande differenza nella creazione di ricchezza tra le due forme di soggiorno, una volta che gli effetti moltiplicati differenti si siano dispiegati nelle economie locali: le presenze non registrate (cioè, non presenti nelle statistiche ufficiali) rappresentano il 23,6% dei flussi turistici, ma rappresentano solo l’11,9% della ricchezza prodotta. La differenza è molto rilevante, soprattutto sul piano dell’occupazione: il valore economico generato dalle presenze non registrate finanzia 137mila posti di lavoro, mentre l’economia fondata sulle presenze alberghiere riesce a finanziare oltre un milione di occupati.

Le presenze non registrate rappresentano il 23,6% dei flussi turistici, ma rappresentano solo l’11,9% della ricchezza prodotta. In un caso su tre riguardano le grandi città d’arte

 

D’altro canto, quando il fenomeno turistico coinvolge gli alberghi, si creano e sviluppano imprese che hanno bisogno di una certa complessità organizzativa, e anche la necessità e l’opportunità di utilizzare più figure professionali, perché offrono un ampio ventaglio di servizi e producono, di conseguenza, una maggiore occupazione; più servizi e una maggiore loro varietà significa perciò coinvolgere molti altri settori dell’economia. Gli affitti brevi alimentano soprattutto la rendita immobiliare, ma non creano molta occupazione, anche perché si tratta di attività estremamente semplici, spesso automatizzate, in cui il fattore umano, cioè il servizio, che pur sempre è il cuore dell’ospitalità, è minimo o assente.

L’economia fondata sulle presenze alberghiere riesce a finanziare oltre un milione di occupati, dato che si tratta di imprese che hanno bisogno di una certa complessità organizzativa per offrire un ampio ventaglio di servizi

C’è poi un altro aspetto da considerare: i circuiti alberghieri hanno una storia consolidata; una classificazione che, sebbene non sempre omogenea, comunque garantisce il riconoscimento degli standard internazionali dell’ospitalità; hanno brand ampiamente affermati e riconosciuti dal mercato. Avviene così che le maggiori destinazioni balneari del nord abbiano una quota-parte di turisti stranieri molto elevata (Veneto, Lazio, Lombardia e Bolzano sono sopra il 60%), mentre nelle destinazioni del sud la quota degli stranieri è molto bassa (ad es. Puglia, Calabria, Basilicata, Abruzzo e Molise sono sotto il 30%).

Siamo così al centro delle vicende turistiche, cioè alla necessità che in questo ambito così rilevante per l’economia nazionale (e vitale per centinaia di Comuni), si esca dalla insostenibile percezione di leggerezza, per cui non ci sarebbe nessuna necessità di applicarvi un qualche pensiero su come si possano migliorare le sue performance, sebbene già molto consistenti; su come accorciare le disparità che  si manifestano nel Paese che, se colmate, potrebbero farci riconquistare la leadership globale; su come accrescere la competitività generale del nostro sistema ospitale, oggi molto differenziata.

La vera sfida intellettuale e operativa è risolvere la contraddizione (apparente) tra un settore che si dedica al tempo libero, allo svago, cioè alla “leggerezza” dell’esistenza, e la “serietà” dei suoi valori economici. Sembra quasi che nel guardare alle imprese del tempo libero (tempo non lavorativo) si sia, inconsapevolmente, portati a pensare che anche le imprese e i manager che si occupano di questo settore dell’economia siano “leggere” e “leggeri”. Invece, i dati dimostrano che l’economia dell’ospitalità è solida, seria e importante, così come i suoi manager, solidi, seri e importanti.

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