La via dell’affidabilità

L’Italia è in grado di presentarsi agli investitori come un sistema Paese stabile e credibile. Ma serve un efficace piano industriale che guardi al lungo termine

Stefano Simontacchi è da tre anni presidente dello studio legale BonelliErede. È anche consulente del ministro degli Affari esteri e della Cooperazione internazionale in relazione all’attrazione degli investimenti (il ministro infatti co-presiede la cabina di regia per l’attrazione degli investimenti). Inoltre è docente presso l’International tax center di Leiden nei Paesi Bassi.

Con il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) «vogliamo rendere l’Italia un hub all’avanguardia per il commercio internazionale e gli investimenti», ha spiegato alcune settimane fa il ministro Luigi Di Maio alla riunione della CeoforLife Pnrr task force. «Il nostro obiettivo è innalzare il profilo dell’Italia, offrendo al contempo una piattaforma di visibilità per le nostre start up e un’opportunità di attrazione di investimenti diretti esteri», ha sottolineato il ministro ricordando che «la nostra azione a sostegno dell’imprenditoria innovativa si è arricchita di nuovi strumenti promozionali da quando la Farnesina è divenuta il principale interlocutore istituzionale in materia di commercio estero e internazionalizzazione».

Secondo Simontacchi, l’Italia avrà successo soltanto se sarà in grado di darsi un piano industriale a lungo termine, rendendo il Paese stabile oltreché attrattivo.

Sempre più spesso vediamo aziende italiane scegliere proprio quel Paese per spostarvi la sede legale. Quanto pesano gli aspetti fiscali in decisioni di questo tipo?z

Il motivo dei trasferimenti di sede di società nei Paesi Bassi non è generalmente correlato a motivazioni fiscali (spesso la residenza fiscale rimane in Italia), ma invece al diritto societario, all’accesso ai mercati e al sistema Paese, inteso come quadro normativo semplice e solido.

Cosa può fare l’Italia per attrarre investimenti?

L’attuale governo, anche in forza del Pnrr, sta varando molte riforme importanti. Il nostro Paese ha bisogno di un piano industriale a lungo termine che sia perseguito in modo sistematico negli anni. È importante per gli investitori avere un sistema Paese stabile e credibile. Abbiamo molte ricchezze che dovrebbero essere valorizzate.

Il turismo, per esempio, è uno dei sei punti del piano Colao presentato a giugno del 2020.

Quel piano è ancora attuale. C’erano anche imprese e lavoro, infrastrutture e ambiente, una Pubblica amministrazione alleata di cittadini e aziende, istruzione, ricerca e competenze per lo sviluppo, e una società più equa e inclusiva.

Che cosa è mancato fino ad ora?

Quella che in inglese si chiama reliability, cioè affidabilità intensa come attendibilità delle misure del sistema Paese che deve prescindere dal colore del governo di turno. Gli Stati Uniti in questo sono un esempio: hanno perseguito una politica di sostegno allo sviluppo delle proprie imprese che è cresciuto in modo coerente negli ultimi vent’anni a prescindere dal presidente in carica.

Il Pnrr sarà dunque la volta buona?

Il momento storico in cui si inserisce il Pnrr rappresenta senza dubbio una grande opportunità per una svolta e un rilancio dell’Italia. Due sono gli aspetti: il primo è quello di costruire e porre le basi, il secondo è mantenere e portare avanti questa linea nei prossimi decenni.

L’Italia ha dalla sua parte la geografia e i rapporti storici, culturali e politici con molti Paesi dell’area del Mediterraneo allargato. Deve sfruttare questo vantaggio competitivo

Altrimenti?

Altrimenti rischiamo di perdere un’occasione e questa volta potrebbe non esserci un’altra possibilità. Il mondo sta cambiando con una rapidità incredibile e non possiamo non essere protagonisti di questo cambiamento.

Intervenendo ad aprile durante una sessione straordinaria della cabina di regia, il ministro degli Affari esteri Luigi Di Maio ha sottolineato l’improntate del cosiddetto Mediterraneo allargato spiegando che «i punti di forza dell’Italia sono la collocazione geografica e i rapporti politico-culturali con i Paesi africani». Per questo, ha aggiunto, «l’Italia può diventare un hub nel Mediterraneo per gli investimenti esteri». In passato lei è stato consulente della Farnesina per l’Africa e il Mediterraneo. Oggi lo studio BonelliErede è presente in Egitto, in Etiopia e negli Emirati Arabi Uniti ma può contare anche su una rete di studi legali africani e mediorientali con cui collabora. Che opportunità ha l’Italia nel Mediterraneo allargato? 

Ci sono importanti opportunità che possiamo cogliere, a partire dalla transizione energetica. Il continente è in prima fila per la crescita delle energie rinnovabili grazie a fonti come il solare e l’eolico ma anche per le materie prime per le tecnologie emergenti, basti pensare ai minerali fondamentali per la realizzazione delle batterie elettriche. L’Italia ha dalla sua parte la geografia e i rapporti storici, culturali e politici con molti Paesi della regione e deve sfruttare questo vantaggio competitivo.

Qual è la sua proposta?

Serve sia sviluppare le relazioni commerciali con i Paesi africani sia accreditarsi come hub internazionale degli investimenti diretti in loco anche per quelli dall’Asia all’Africa.