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Io, speriamo che esporto online

Nell’era post Covid, esiste la formula perfetta per chi intende sviluppare la vocazione internazionale di un’impresa? Ecco come creare nuove professionalità manageriali e svilupparne l’employability

Siamo alla ricerca di una figura manageriale evoluta: fortemente professionalizzata nel campo dell’export e dell’internazionalizzazione delle imprese, ma al contempo dotata di specifiche competenze relative all’innovazione in senso lato, da quella di processo a quella della trasformazione digitale. Perché cercare un tale profilo? Perché, da quanto ne sappiamo, esiste una domanda di mercato che ne definisce un’ampia employability.

Partiamo quindi da un’analisi del contesto, focalizzandoci sulle Pmi, dato che le grandi imprese possono attingere a risorse interne per le diverse competenze necessarie. Sono le Pmi italiane infatti a connotarsi per una diffusa carenza di competenze manageriali, mentre sono ricche di grandi capacità imprenditoriali e, spesso, di innovazione di prodotto.

La sfida per la ripartenza post Covid impone a tutte, e in particolare alle aziende di dimensione piccola o micro, di spingere ora sull’innovazione organizzativa, sull’innovazione dei processi e dei modelli di business. E questo vale in maniera significativa se ci muoviamo nel campo dell’export e della internazionalizzazione.

Proprio nella prospettiva di coadiuvare le imprese italiane verso lo sbocco estero, in uno scenario evolutivo largamente condizionato dal cambiamento di abitudini dell’era Covid-19, in cui registriamo pesanti riflessi nel canale commerciale retail, emerge l’obbligo di ricorrere a competenze nuove che sappiano sviluppare canali e-commerce e possedere logiche 4.0.

Inoltre, poiché i riflessi sul business e relativi determinanti/canali/strumenti differiscono, anche molto significativamente, nel caso si tratti di B2B (business to business), di B2C (business to consumer) o di B2B2C (business to business to consumer), risultano prioritarie e fondamentali la capacità manageriale di approccio sistemico e di governo trasversale della complessità: la conoscenza dei mercati esteri e della loro caratterizzazione nei differenti settori di attività, deve quindi ricalibrarsi per favorire propedeuticamente la progettazione e la realizzazione in ottica tecnica/tecnologica delle soluzioni di sviluppo del business (come, appunto, l’e-commerce).

L’export manager deve essere sempre più digital: ricalibrarsi per favorire la progettazione e la realizzazione del business in ottica tecnica e tecnologica

Questo bagaglio culturale, però, ha bisogno di una spinta per essere riconosciuto e adottato da una Pmi. Non è un mistero che una certa diffidenza culturale, unita alla valutazione di costi elevati, costituisca l’elemento dirimente tra l’assumere oppure allontanare un manager se il rapporto non si rivela efficace e proficuo.

È proprio per rispondere a queste barriere che da alcuni anni società specializzate propongono contratti di temporary management alle aziende: l’azienda contrattualizza, attraverso la società di selezione, un manager dotato di specifiche competenze, chiamato a risolvere una problematica aziendale e che, al raggiungimento dell’obiettivo, lascia l’azienda avendo terminato il contratto.

Anche il Governo si è reso conto dell’utilità di questo approccio finanziando l’acquisizione di competenze manageriali attraverso voucher di importo crescente nel corso degli anni e, segnatamente, per Temporary export manager (Tem) e per il Temporary innovation manager (Tim). Quello che auspichiamo è che tale tipo di sostegno sia indirizzato alla figura del Digital export manager, ancorché a tempo, tanto da spingerci a suggerirne la definizione di Digital tem (Dtem).