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Delta di cambiamento

Il Delta del Po attraversa una fase di trasformazione. Nuove filiere produttive, tutela della biodiversità e investimenti per una crescita virtuosa delle economie locali

Il Delta del Po è un territorio instabile, e chi ci vive lo sa. Sebbene abbia una storia millenaria, la forma a cuspide che conosciamo oggi nasce dal Taglio di Porto Viro, l’opera idraulica con cui nel 1604 Venezia deviò il fiume per proteggere la propria laguna. Da allora la terra non ha mai smesso di trasformarsi. «Il Delta è un habitat anfibio per sua natura» racconta Alessio Tagliati, Presidente della Cooperativa di Pescatori Gorino.

Se l’instabilità è la regola, quello che è mutato oggi però è la velocità del cambiamento. La pressione arriva da tre fattori amplificati dai cambiamenti climatici. Il suolo scende, con una subsidenza che in alcune aree il Cnr misura fino a venti millimetri l’anno, su un territorio già mediamente due metri sotto il livello del mare, che nel solo Delta polesano è tenuto asciutto da 39 idrovore al costo, nel 2019, di 2,4 milioni di euro di sola energia. Poi c’è il mare, che sale e si scalda. Le temperature marine eccezionalmente elevate dell’estate 2026 hanno aggravato lo stress degli allevamenti; a luglio, nella Sacca di Goro, l’acqua ha toccato i 32 °C ed è scomparso fino al 90% delle vongole, mentre a Scardovari morivano in pochi giorni mille quintali di cozze Dop. Infine il fiume Po, il cui flusso si indebolisce: sotto i 450 metri cubi al secondo l’acqua salata risale il suo letto, quest’estate a Pontelagoscuro si è scesi a 220, con il cuneo salino spinto fino a 25 chilometri nell’entroterra; e un terreno raggiunto dal sale, avverte il Consorzio di bonifica Delta del Po, resta incoltivabile per almeno tre anni.

Le temperature marine eccezionalmente elevate dell’estate 2026 hanno aggravato lo stress degli allevamenti: a luglio, nella Sacca di Goro, l’acqua ha toccato i 32 °C

Quando finisce una monocoltura

Per trentacinque anni la vongola verace ha reso ricca quest’area, una produzione che a livello nazionale vale 200 milioni l’anno. Dalla primavera del 2023, in concomitanza con le piene che hanno colpito l’Emilia-Romagna, la presenza del granchio blu nella Sacca di Goro è aumentata rapidamente. Tagliati se ne è accorto prima di altri perché monitorava mensilmente la biomassa della sua concessione. «Ci mancava il 65% delle vongole, ma all’inizio nessuno mi ha creduto, mi hanno preso per matto», ricorda. «Due mesi dopo eravamo al 91% di vongole mangiate dal granchio blu». La Cooperativa ha perso tra i 16 e i 18 milioni di euro di prodotto in acqua, cioè tre anni di semine.

Una risposta è arrivata da fuori del Delta. Nel 2020 la biologa marina Carlotta Santolini ha navigato lungo la costa italiana per capire quanto i cambiamenti climatici stessero incidendo sulla pesca. «Mi sono accorta che i pescatori stavano davvero lottando con questo granchio, di cui ancora non parlava nessuno, se non la comunità scientifica», racconta. Con altre quattro amiche ha fondato Mariscadoras, società benefit che compra il granchio dalle cooperative del Delta e lo fa lavorare a Venezia. Oggi l’80% della produzione finisce negli Stati Uniti, mentre in Italia sughi e polpette sono arrivati nella grande distribuzione. In ottica di circolarità, nel modello della società rientrano anche gli scarti, che diventano bioplastica per il packaging, grazie a un progetto realizzato con l’Istituto Italiano di Tecnologia, e mattoni per la bioedilizia grazie a un’iniziativa con l’Università di Urbino.

A Gorino invece la risposta è stata la diversificazione. Nel 2019 Alessio Tagliati propose alla Cooperativa di affiancare alla produzione di vongole l’allevamento di ostriche, progetto diventato però operativo solo nel 2023. La Mignon, l’ostrica allevata dalla Cooperativa, è una delle più piccole commercializzate al mondo. Inizialmente i grossisti la giudicavano invendibile, oggi Tagliati la porta a fiere di settore all’estero. Il risultato è una crescita che va dalle 6 tonnellate del 2024 alle 27 del 2025, fino alle 50 stimate per fine 2026.

«Per me le ostriche dovranno arrivare al 50% del fatturato annuo, perché hanno una stagionalità diversa dalle vongole: nei momenti di crisi delle vongole mi aiutano le ostriche, e viceversa», spiega Tagliati. Il margine di sviluppo, del resto, esiste: l’Italia consuma circa 10 mila tonnellate di ostriche l’anno importandole quasi per intero, e per Confcooperative Fedagripesca una filiera nazionale varrebbe più di 60 milioni.

Riconvertire un impianto, però, richiede tempo e investimenti: una transizione da finanziare prima che il vecchio business delle vongole smetta di pagare. «Mio nonno mi diceva che si sperimenta quando si guadagna, non quando si è già nei guai, perché quando sei in crisi non ragioni più con la testa ma di petto, e rischi di farti male», conclude Tagliati.

Il turismo e la cura dell’ambiente

Il Delta del Po è la principale area ornitologica italiana e fra le più importanti d’Europa: oltre 300 specie censite, di cui più di 150 nidificanti. Da diciassette anni Michele Marandella accompagna turisti in barca a vedere le meraviglie naturalistiche di Goro, affiancando le escursioni alla pesca perché «di solo turismo, qui, non si vive». La sua diagnosi sul settore è severa: «Il turismo, in questa zona, è sempre stato, e credo che purtroppo sarà sempre, un piatto di spaghetti alle vongole». Ma i numeri gli danno ragione, perché i due milioni di presenze annuali del Delta, per due terzi straniere, si concentrano quasi interamente su Rosolina e Porto Tolle, configurando un turismo prevalentemente di spiaggia. «Certo, non deve diventare un posto da turismo di massa», afferma. Quello di cui c’è bisogno però sono infrastrutture e competenze, perché «il Delta lo vedi solamente se lo viaggi sull’acqua». Tuttavia le vie navigabili si stanno perdendo: canali che in passato percorreva, oggi sono praticabili solo con l’alta marea.

Quei canali, spiega Marandella, mantengono vivo l’idrodinamismo. «Se la lasci andare, questa zona diventa palude: il fiore non ci cresce più, l’animale non si ferma più». La manutenzione deve dunque produrre ripristino: la barena che mostra ai turisti è nata dal fango scavato per un canale delle vongole. «L’intervento deve ricreare l’ambiente originale», osserva.

Su questa linea anche la direzione politica. Il Delta è Riserva di Biosfera Unesco, un Contratto di Foce mette in rete sette comuni attorno a 9,3 milioni di fondi pubblici. La novità per le imprese arriva però dall’Autorità di bacino distrettuale del Po, che indicando il Delta fra gli hotspot di biodiversità del corridoio ecologico padano ha promosso, con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, il Nature Positive Network: oltre 30 fra imprese ed enti che grazie al ripristino della natura hanno accesso a crediti di biodiversità, pagamenti per servizi ecosistemici e fondi europei ancora poco usati. La cornice è il regolamento europeo sul ripristino della natura, che impone il ripristino di almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Unione entro il 2030.

La novità per le imprese arriva dall’Autorità di bacino distrettuale del Po, che indicando il Delta fra gli hotspot di biodiversità del corridoio ecologico padano ha promosso, con la Fondazione per lo Sviluppo Sostenibile, il Nature Positive Network

La storia del Delta del Po, dunque, insegna una cosa. «Il nostro territorio è in continuo cambiamento, gli alti e bassi ci sono sempre stati», ripeteva a Tagliati suo nonno. L’ambiente non sarà mai stabile: sono i modelli di impresa a dover cambiare forma con la stessa naturalezza con cui, qui, il fiume diventa mare, il mare laguna e la laguna terra.

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