Coniugare sostenibilità e sviluppo

Incontriamo Mauro Rotelli, Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera

Mauro Rotelli, Presidente della Commissione Ambiente, Territorio e Lavori pubblici della Camera

 

Presidente Rotelli, lei ha più volte dichiarato che la sostenibilità non debba frenare lo sviluppo, ma renderlo più solido. Come si trasforma concretamente la tutela dell’ambiente da adempimento a leva di competitività?

Credo che nessuno ormai possa credere in uno sviluppo economico slegato dai principi di sostenibilità ambientale e sociale. L’Italia, prima di molti dei suoi partner europei e anche a livello internazionale, ha scommesso e investito sull’innovazione e lo sviluppo industriale connesso al raggiungimento di alti standard ambientali. Basti pensare alla vocazione italiana nei confronti dell’economia circolare testimoniata da tassi di riciclo tra i più alti in Europa a cui da ultimo il Pnrr ha contribuito con ingenti risorse, stanziate non solo sulla infrastruttura di raccolta e trattamento dei rifiuti ma anche per progetti “faro” cioè innovativi e in filiere strategiche. A fronte di questi risultati che contribuiscono attivamente al necessario processo di decarbonizzazione della nostra economia, non possiamo nascondere che abbiamo in più circostanze espresso delle riserve laddove la legislazione europea, a partire dal Green Deal, ha anticipato oltremodo le naturali e progressive capacità di adesione e riconversione del nostro tessuto imprenditoriale alle esigenze di sostenibilità ambientale e climatica. Sappiamo infatti che l’Europa predilige oggi adottare regolamenti immediatamente vincolanti (o quasi) per finalità di uniformità di regolazione ma che talvolta, anche a fronte di condivisibili intenti, tali strumenti finiscono per trattare allo stesso modo situazioni differenti, ignorando le specificità di ciascuno Stato membro, con il rischio di vanificare la principale preoccupazione dell’Europa stessa che è quella di non lasciare indietro nessuno nella transizione ecologica ed energetica. Per questo è fondamentale in primis il metodo di lavoro che significa sostenere le proprie ragioni nazionali prima della definizione delle regole; in Europa, nel procedimento legislativo, ma anche contestualmente in Italia attraverso il Parlamento e le sue Commissioni nella cosiddetta “fase ascendente” così come brillantemente dimostrato dal dossier sul regolamento sugli imballaggi che ha sostanzialmente corretto un testo eccessivamente impattante sul sistema Italia in un testo più ragionevole e su cui l’Italia ha, infatti, già dato delega per il suo adeguamento nel diritto interno.

L’Italia dispone di oltre ottomila chilometri di coste, risorse industriali d’eccellenza e una posizione strategica nel Mediterraneo. Cosa le impedisce allora di affermarsi come protagonista europea della blue economy?

Parto dalla fine per sottolineare la recente adozione del Piano del Mare 2026-2028, aggiornando il Piano 2023-2025. Si tratta di un indirizzo strategico – una politica integrata per “una visione d’insieme” sulle politiche del mare che riguarda le competenze di ben 11 dicasteri.

Sin dalla sua costituzione, questo Governo ha dedicato alle politiche del Mare una attenzione particolare istituendo un dicastero con una delega ad hoc a cui successivamente ha fatto seguito l’istituzione presso la Presidenza del Consiglio dei Ministri di un Comitato interministeriale per le politiche del mare (Cipom) con il compito di definire gli indirizzi strategici e coordinare le politiche nazionali dedicate alla risorsa mare, inclusa la redazione del citato Piano del Mare. Credo che sia un risultato importante se consideriamo la necessità di una ben definita strategia marittima per un Paese con 8mila chilometri di coste, 15 Regioni che affacciano sul mare e un importante sistema marittimo insulare.

La nostra Penisola è al centro del Mediterraneo, dove si sviluppa il flusso di rotte che collegano l’Indo-Pacifico all’Oceano Atlantico e all’Europa. Questa nostra posizione è da un lato una straordinaria opportunità di scambio e crescita economica, ma dall’altro significa anche fare i conti con gli effetti del riscaldamento del Mediterraneo, vero e proprio hotspot di cambiamento climatico a partire dal grave innalzamento di temperatura delle sue acque.

Se pensiamo a una economia blu (o blue economy) non possiamo limitarci a pensare al mare nella stagione balneare o alla pesca tradizionale. Significa fare riferimento a molteplici macroaree e filiere industriali, come quella relativa alla lotta all’inquinamento per tutelare l’ecosistema marino, ad esempio attraverso le aree marine protette, ma anche quelle connesse alla ricerca di materie prime e produzione di energia, allo sviluppo di comparti industriali come quelli tipicamente connessi ai porti e al turismo in generale, quali la nautica e la cantieristica, e naturalmente la pesca in mare aperto o di allevamento.

Ritengo quindi che questo Governo stia doverosamente riconoscendo al mare una centralità nel dibattito politico, economico e culturale così come sta avvenendo per l’agricoltura e per tanti altri settori su cui la nostra nazione ha storicamente costruito le proprie basi.

Energia, infrastrutture, tutela del territorio e adattamento climatico richiedono programmazione di lungo periodo. Quali strategie il Paese sta mettendo in campo per non continuare a rincorrere le emergenze?

Questo Governo e questa maggioranza hanno convintamente sostenuto che il lavoro in questa legislatura dovesse essere rivolto tempestivamente alla gestione delle emergenze ambientali ma anche al contestuale superamento dei nodi critici nelle fasi ordinarie. Il decreto legge sulla scarsità idrica del 2023 e il Codice della ricostruzione del 2025 ne sono due esempi emblematici. Nel primo caso, se si è riconosciuta la necessità di agire tempestivamente attraverso l’istituzione della Cabina di regia presso palazzo Chigi e del Commissario straordinario alla crisi idrica, si è altresì ben definito che i loro interventi fossero destinati alle infrastrutture in grado di prevenire o ridurre le emergenze sul territorio rese ancor più gravi dai cambiamenti climatici: basti pensare allo sghiaiamento dei nostri invasi per garantire l’approvvigionamento idrico primario, agli interventi per contenere le perdite dei nostri acquedotti o al tema della desalinizzazione. Anche sulla cura del territorio serve, da un lato, curare “vecchie” ferite prodotte dall’uomo (si pensi alle bonifiche dei siti orfani a cui sono state dedicate specifiche e significative risorse dal Pnrr). Ma al tempo stesso si pensi a quelle perduranti causate sempre più frequentemente da eventi climatici estremi figli del cambiamento climatico unito alla nostra fragilità idrogeologica nonché dal nostro crescente consumo di suolo e urbanizzazione senza il rispetto delle regole. Qui il Codice della ricostruzione adottato, dopo decenni di attesa, ha inteso fornire un quadro di gestione delle emergenze e della ricostruzione unico a livello nazionale affinché, a fronte di un evento calamitoso, ciascuna comunità possa contare su un set di regole e prerogative in grado di assicurare le stesse garanzie e possibilità senza fare distinzione tra emergenze.

La transizione ambientale implica una grande trasformazione industriale e organizzativa. Abbiamo tecnologie e professionalità sufficienti per governarla oppure rischiamo di dipendere da soluzioni sviluppate all’estero?

 Come sappiamo la transizione energetica e ambientale implica il ricorso a un asset di materie prime critiche di cui né l’Italia né l’Europa dispongono in maniera tale da essere autosufficienti. Come dicevo, siamo leader nell’economia circolare e pertanto siamo chiamati a fare in modo che i prodotti importati dall’estero contenenti risorse importanti rimangano nel nostro tessuto produttivo alimentando filiere di recupero e riciclo per contribuire a diminuire la nostra dipendenza estera. Sul tema della professionalità, il livello dei nostri atenei e la nostra qualità professionale anche in settori ad alta innovazione sono notori. È chiaro che abbiamo bisogno non solo di formare competenze altamente specializzate in materie scientifiche in primis, ma anche di far sì che scelgano di restare in Italia o in Europa. Si tratta di un tema che investe non solo le imprese private ma anche la pubblica amministrazione. Basti pensare all’adozione dei Cam (Criteri ambientali minimi) che non solo richiede alle imprese di allinearsi ai più alti standard ambientali nella fornitura di beni e servizi alle amministrazioni pubbliche, ma contestualmente chiede a queste ultime personale qualitativamente più preparato, rispetto al passato, su tematiche ambientali di sostenibilità.

Tra autorizzazioni a rilento, competenze frammentate e difficoltà nel trasformare le risorse in opere, un macro-problema italiano sembra essere la capacità di realizzazione. Cosa serve per passare definitivamente dalla stagione degli annunci a quella dei risultati?

 Ritengo che le soluzioni non vadano trovate lontano. Mi riferisco al fatto che il ricorso a commissari straordinari per la realizzazione di talune opere così come il taglio dei termini per il rilascio di autorizzazioni ambientali ovvero l’esercizio di impianti siano necessari ma non possano bastare se non sono accompagnati da ulteriori interventi. Mi riferisco al fatto che se una amministrazione è inerte non deve esserlo altresì il soggetto che ad essa è tenuto a sostituirsi né possiamo prendere atto senza intervenire del fatto che la pubblica amministrazione non abbia risorse umane e finanziare per svolgere il proprio lavoro ponendo le condizioni di possibili impatti fuori controllo sui territori. Se penso all’impegno sul fronte regolatorio di questo Governo e di questo Parlamento devo senz’altro fare riferimento all’adozione del nuovo codice dei contratti pubblici (e al suo correttivo) ma anche al nuovo testo unico sulle fonti di energia rinnovabili. Ritengo che entrambi i testi, di notevole importanza, vadano nella direzione complementare di aumentare l’efficienza della risposta della pubblica amministrazione, nel rispetto dell’affidamento del privato in una ottica di semplificazione e velocizzazione delle procedure.

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