Cambiare si può

Giovane, donna e manager di successo. Al centro del mondo, dall’Italia. Progetto Manager incontra Donata Guerrini, vincitrice della quarta edizione del nostro Premio Giovane Manager

Sulla questione del gender gap di cui negli ultimi tempi si discute molto, abbiamo chiesto un parere alla dottoressa Donata GuerriniLead strategic negotiator global infrastructure di Google, vincitrice della quarta edizione del Premio Giovane Manager, istituito da Federmanager e dedicato ai migliori giovani manager iscritti all’Associazione.  Laurea in Ingegneria alla Sapienza, duplice master of Science alla Columbia university dopo diversi anni all’estero, la dottoressa Guerrini è tornata in Italia. Attualmente lavora in Google come responsabile delle negoziazioni internazionali per l’infrastruttura informatica e le energie rinnovabili in Europa, Medio Oriente e Africa, un’area che ha la responsabilità di favorire l’entrata della tecnologia Google cloud in nuovi Paesi.

Donata Guerrini, vincitrice quarta edizione Premio Giovane Manager

 

Dottoressa Guerrini, lavora in un settore fino a poco tempo fa appannaggio quasi esclusivo degli uomini. Come nasce la sua passione per le discipline tecniche?

Quando ero piccola il mio sogno era quello di realizzare un grattacielo. Per questo all’università mi sono iscritta a Ingegneria. E nel mio primo lavoro a New York, in Skanska, società svedese leader mondiale nel settore edile, ho realizzato il mio sogno di progettare e costruire un grattacielo, modulare, green e autoportante.

Lei oggi è una manager di successo che ha deciso di rientrare in Italia dopo aver lavorato diversi anni a New York. Un percorso in controtendenza rispetto a tante donne (e uomini). Quali differenze ha trovato fra il nostro mondo del lavoro e quello statunitense?

Negli Stati Uniti c’è una meritocrazia di base, riconosciuta già durante gli studi. Non si combatte per veder riconosciuti i propri meriti. Purtroppo in Italia non sempre c’è lo stesso approccio. Un’altra cosa che si nota è poi la difficoltà del nostro Paese ad avere e a dare fiducia ad una leadership giovane. Mi ritengo molto fortunata della mia realtà in Google, che dalla sua fondazione, a livello sia globale che italiano, è una società che porta avanti core value meritocratici e di pari opportunità rivolte a chiunque le voglia cogliere. Google è inoltre in prima linea per la standardizzazione aziendale di policy riguardanti il lavoro flessibile, dando possibilità di adattare la vita lavorativa alle proprie necessità personali.

Trova così tanta differenza?

Nel mio settore, molto tecnico, spesso sono l’unica donna in una riunione, neppure quando frequentavo l’università eravamo in molte. Negli Stati Uniti c’è una maggiore attenzione alle pari opportunità e nel mondo del lavoro non si avverte più la difficoltà per una donna nel farsi accettare. Quando una persona viene assunta si valuta il merito e le altre “variabili” non contano. In Italia non penso si possa ancora generalizzare in tal senso, ci sono realtà sostanzialmente differenti, ma l’obiettivo di favorire una proposta lavorativa diversificata è ora comune. Policy aziendali riguardo a orari flessibili e paternity leave possono accelerare in maniera sostanziale tale adeguamento.

 

Negli Stati Uniti c’è una maggiore attenzione alle pari opportunità e nel mondo del lavoro non si avverte più la difficoltà per una donna nel farsi accettare

In Italia risulta ancora difficile per una donna far carriera. Immagino queste difficoltà siano amplificate nei settori tecnici. Qual è la sua esperienza?

Penso di non dire nulla di nuovo affermando che in passato gli uffici del personale selezionavano valutando in un uomo il suo potenziale e in una donna i risultati già ottenuti. Le difficoltà di noi donne nascono da questo genere di approccio. Soltanto oggi le bambine non devono più dimostrare di essere più brave dei maschietti, e questa evoluzione si sta riflettendo nel mondo del lavoro, fortunatamente.

Studiano di più e si laureano prima e meglio, ma le ragazze italiane faticano più dei maschi a trovare lavoro e quando lo trovano, secondo recenti studi guadagnano circa il 20% in meno. È così anche negli Usa?

Il divario negli stipendi fra uomo e donna dieci anni fa era anche maggiore: fino al 30%. Oggi le cose sono molto migliorate e la differenza si è ridotta direi intorno al 10%. Ciò significa che in alcune società il gender gap è stato azzerato mentre in altre purtroppo ancora c’è.  Ma noi donne troviamo sempre maggiore spazio e facciamo valere con sempre maggiore determinazione i nostri diritti. È una strada ancora lunga, ma non torneremo indietro.

In Italia sia parla molto del “soffitto di cristallo”, un insieme di modalità che impedirebbe alle donne di accedere al vertice delle organizzazioni. Secondo lei i maggiori ostacoli vengono posti dagli uomini o dalle donne?

Se una donna non riesce a sedersi nel board of directors della sua azienda, non riuscirà mai a diventare Ceo di quella società. Dobbiamo essere noi stesse protagoniste del cambiamento. D’altra parte, gli uomini neppure pensano che una donna possa ricoprire un ruolo di vertice e sono favoriti dai loro canali di collaborazione come vedersi dopo il lavoro per una birra o una partita a calcetto. L’essere donna, che dopo il lavoro spesso ci porta ad avere obblighi familiari, e l’essere quasi sempre una minoranza, deve insegnarci ad essere più collaborative fra noi, se vogliamo che le cose cambino e una Ceo donna non sia più vista come un’eccezione. Cercare sponsor e mentor maschili leader all’interno della propria realtà aziendale è fondamentale.

 

Se una donna non riesce a sedersi nel board of directors della sua azienda, non riuscirà mai a diventare Ceo di quella società. Dobbiamo essere noi stesse protagoniste del cambiamento    

Quali “buone pratiche” si potrebbero adottare fin da subito in Italia per far maturare uno standard per tutte le organizzazioni per superare gender gap?

Mi vengono in mente due cose: flessibilità dell’orario di lavoro e parità degli stipendi.

Se dovesse dare un suggerimento a una ragazza italiana che si affaccia oggi al mondo del lavoro, cosa le direbbe?

Le suggerirei tre cose. Vincere l’insicurezza che spesso ci portiamo dietro dall’infanzia dove ci sentivamo gli occhi addosso di tutti, genitori, insegnanti, compagni di classe, e siamo costantemente spaventate di non essere brave come i maschi. Fare un’esperienza all’estero e buttarsi nel mondo del lavoro con entusiasmo e serietà. Il resto viene da sé.