Bergamo, Italia

Dall’epicentro dell’emergenza coronavirus, la presidente dell’Associazione dei manager bergamaschi descrive un territorio colpito al cuore, che resiste e ha voglia di ripartire

Renderci portavoce della provincia di Bergamo, in questo momento di emergenza sotto moltissimi punti di vista, è decisamente complicato. Le emozioni la fanno da padrone. Non neghiamo che l’orgoglio bergamasco che ci contraddistingue, nel vedere come si sono evolute le cose nella nostra città, avverta inevitabilmente un forte senso di amaro in bocca.

Forse avremmo potuto agire in maniera diversa. Forse avremmo potuto contenere maggiormente l’emergenza, se fossero stati presi prima provvedimenti più drastici. Forse non avremmo dovuto sottovalutare l’esperienza cinese. Forse.

Ma con il senno di poi, è vero, non si va molto lontano.

La fama di gran lavoratori che, talvolta anche ironicamente, ci viene riconosciuta, non è venuta a mancare in questa situazione: per diffidenza, per timore o forse per troppo ottimismo, abbiamo sottovalutato le nostre condizioni di salute e abbiamo dato la precedenza alle nostre imprese, non rendendoci conto che senza di noi, manager, operai e impiegati in egual misura, le aziende non avrebbero potuto rimanere in piedi da sole.
Seppur con ritardo però, le nostre imprese hanno assunto i migliori provvedimenti possibili per tutelare la salute dei propri dipendenti e arginare, al contempo, le eventuali perdite in termini di produzione e fatturato.

Le nostre imprese hanno assunto i migliori provvedimenti per tutelare la salute dei dipendenti e arginare, al contempo, le eventuali perdite in termini di produzione e fatturato

Stiamo ricevendo molteplici riscontri dai nostri associati riguardo alle nuove modalità operative che le loro aziende hanno prontamente adottato, nuovi modelli organizzativi e produttivi che seppur non ancora (o non del tutto) regolamentati, stanno permettendo ove possibile di continuare le attività anche a distanza.

Lo smart working meriterebbe un’attenta e approfondita riflessione, principalmente perché non significa semplicemente lavorare da casa, ma si tratta proprio di un nuovo modello organizzativo, di cui si è parlato molto, in un’ottica sia di opportunità per i dipendenti nella gestione del proprio tempo sia di miglioramento delle condizioni lavorative per chi avesse, ad esempio, esigenze di assistenza di qualche familiare.

In realtà, prima di questa emergenza, si è praticato molto poco e non si tratta di una modalità di lavoro pianificabile su due piedi. Il territorio bergamasco è composto per la maggioranza da Pmi, perciò è plausibile pensare che questo momento di emergenza abbia effetti peggiori sulle piccole aziende rispetto alle grandi, già proiettate di default ad adottare nuovi modelli di business.

Quando Bergamo, così come tutto il Paese, riuscirà a respirare nuovamente, gli insegnamenti che dovremo trarre da questa inaspettata e scongiurata pandemia saranno molteplici.
Ma noi siamo manager e, in quanto tali, al di là dell’aspetto umano e sanitario che valutiamo primario su ogni altro, ci preoccupiamo sin da ora dello scenario in cui dovremo operare quando riapriranno le porte delle nostre imprese.

Prevedibilmente la “legge del più forte”, intendendo in questo contesto le aziende più strutturate e meglio attrezzate, porterà all’inevitabile scomparsa delle più piccole, mettendo in difficoltà i lavoratori e naturalmente le loro famiglie. Non sarà certo facile. Ma sarà necessario restare uniti, sfruttando il più possibile le competenze manageriali dei colleghi presenti su tutto il territorio, per risollevare la nostra economia e vincere la sfida più grande e difficile alla quale siamo costretti prender parte.

Diverse sono le lezioni che l’emergenza del Covid-19 ci sta impartendo a livello aziendale e possiamo già trarre una conclusione: è giunta l’ora di rivedere il mondo del business in un’ottica più avanzata, moderna e tecnologica. Siamo arrivati a parlare di Industria 5.0, ne discutiamo di frequente, ma quanto la metteremo davvero in pratica?

Intelligenza artificiale e futuro delle imprese

In termini di tecnologia, vantaggi inaspettati arriveranno dai sistemi di intelligenza artificiale, già entrata a far parte della nostra vita quotidiana e utilizzata ormai in più della metà delle grandi aziende italiane.

Esistono numerosi esempi di come l’introduzione dei cosiddetti “algoritmi intelligenti” nei processi aziendali abbia registrato impatti positivi, automatizzando parti ripetitive e a basso valore aggiunto, riducendo errori e permettendo lo sviluppo di nuovi prodotti e servizi. Siamo solamente all’inizio, ma vista anche l’attuale situazione, è plausibile pensare che nel futuro prossimo il cambiamento sarà davvero epocale.

Sappiamo che l’Ai è nata negli anni ’50 del secolo scorso, ma solo recentemente i progressi tecnologici registrati nel campo della potenza di calcolo, della disponibilità dei dati, nella capacità della loro analisi per la risoluzione di problemi complessi, hanno permesso alle applicazioni di essere sviluppate e diffuse. Le decisioni che erano solitamente affidate agli esseri umani, sempre più diffusamente sono demandate ai sistemi di Ai, che tramite lo sviluppo di strumenti hardware e software dotati di capacità tipicamente umane, sono in grado di perseguire autonomamente finalità ben definite.

Nell’area bergamasca, proprio per il fatto che il tessuto produttivo è formato principalmente da Pmi, questo nuovo modello di produttività ci dà sicuramente da pensare; da un lato, ci chiediamo se sia vero che l’Ai possa replicare specifiche capacità dell’intelligenza umana, dall’altro l’ipotesi che il nostro intelletto possa essere replicato interamente lascia aperta più di qualche perplessità, soprattutto qui, dove la mentalità comune considera irrinunciabile il lavoro costante e in presenza.

Tramite lo sviluppo di strumenti hardware e software dotati di capacità tipicamente umane, i sistemi di Ai sono in grado di perseguire autonomamente finalità ben definite

Quando potremo dirci finalmente reduci da un’esperienza tragica come quella che stiamo vivendo e che ha messo in ginocchio tutto il Paese, sarà necessario ripensare interamente i modelli organizzativi delle nostre imprese, in un’ottica di prevenzione e di capacità di reazione alle plausibili emergenze che potranno capitare ancora, in modo da non farci cogliere impreparati.

L’Ai può rappresentare una risorsa utile e strategica, i nostri manager, che quotidianamente operano “sul campo”, se ne rendono conto sempre di più; va da sé che l’implementazione di questa tecnologia impatterà in maniera diversa su alcuni ruoli piuttosto che su altri, e prevedere quali effetti genererà sulla nostra economia è quasi impossibile in questo momento.

Quindi, resta aperto un altro quesito significativo, che forse ora più che mai investe noi manager: quali effetti avrà tutto questo sulla collettività? Che conseguenze vi saranno per i lavoratori, gli imprenditori, i nostri manager? Come cambierà nei fatti la vita delle persone? Il timore che inevitabilmente qualche posto di lavoro cesserà di esistere, che il ruolo umano verrà meno e che quindi non sarà più necessario, attraversa la mente di molti; tuttavia, non senza qualche titubanza, dovremo probabilmente riadattare la nostra veduta.

Forse dobbiamo iniziare a ragionare in un’ottica più ottimista, più positiva, che abbracci l’idea della tecnologia a supporto delle capacità dell’uomo e non in sua sostituzione. Un’ottica di miglioramento e di speranza che, in questo periodo di estrema difficoltà, crediamo sia ciò di cui tutti abbiamo più bisogno.