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Ambiente criminale

L’ecomafia è un fenomeno in espansione, con un giro d’affari che nel 2019 ha sfiorato i 20 miliardi di euro. E i clan si spartiscono una torta ricca, dal settore dei rifiuti a quello alimentare

C’è un dato, tra i tanti, del Rapporto ecomafia 2020 che dovrebbe far riflettere sui rischi che corre il nostro Paese a causa dell’intreccio tra illegalità ambientale, criminalità economica e mafie: la Lombardia, da sola, con 88 ordinanze di custodia cautelare, colleziona più arresti per reati ambientali di Campania, Puglia, Calabria e Sicilia messe insieme, che si fermano a 86. È la regione più ricca d’Italia, insomma, che contribuisce in maniera determinante alla crescita del numero di persone arrestate per crimini contro l’ambiente (ben 288, il 14,3% in più rispetto al 2018). Non deve neppure sorprendere troppo: «La ‘ndrangheta in Lombardia ha una irresistibile attrazione per i rifiuti, un settore che è una testa di ponte per allargare i rapporti con il mondo imprenditoriale e, quindi, il capitale sociale», ha dichiarato nel giugno 2020 Alessandra Dolci, procuratore aggiunto di Milano, che guida la Direzione distrettuale antimafia, durante un’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul ciclo dei rifiuti.

Legambiente (aggiornato al 16/10/2020)

Il fenomeno dell’illegalità ambientale è in continua crescita, con oltre 34 mila reati nel 2019 (+23,1% rispetto al 2018) e colpisce soprattutto il nostro Mezzogiorno (oltre il 44% degli illeciti accertati dalle forze dell’ordine e dalle capitanerie di porto si concentra in Campania, Puglia, Calabria e Sicilia). Ma per comprendere davvero come sta evolvendo l’ecomafia bisogna guardare, con attenzione, alla “locomotiva” economica del nostro Paese. Anche per quanto riguarda l’intreccio tra corruzione e illegalità ambientale, con il numero delle inchieste censite da Legambiente che continua a salire: quelle rilevate dal primo gennaio 2019 al 17 ottobre 2020 sono state 134, con 1.081 persone denunciate e 780 arresti. La Lombardia, con 22 procedimenti penali, è al secondo posto, subito dopo la Sicilia (arrivata a quota 27) e sempre più spesso in queste indagini si riscontra la presenza di imprese collegate direttamente alle organizzazioni mafiose, che approfittano del “contagio” corruttivo per aprirsi la strada nel mercato degli appalti. Uno scenario da monitorare con grande impegno, alla vigilia degli ingentissimi investimenti pubblici previsti dal Piano nazionale di ripresa e resilienza.

Legambiente, rapporto Ecomafia 2020

Proprio la crisi economica causata dalla pandemia, infatti, potrebbe essere sfruttata dalle mafie per “rilevare” imprese in difficoltà, come sta già accadendo nel settore dei rifiuti. Oppure per intercettare e distorcere, grazie alla presenza nel tessuto economico, non solo al Sud, le risorse destinate alle energie rinnovabili o all’economia circolare.

La disponibilità di capitali illeciti e le connessioni con la cosiddetta “area grigia”, fatta di liberi professionisti, funzionari e amministratori pubblici, rendono le organizzazioni mafiose particolarmente “resilienti”. E persino in grado di cogliere con anticipo le opportunità offerte da deroghe (come quelle previste durante la pandemia per lo stoccaggio di rifiuti) e incentivi, a partire, ad esempio, da quelli introdotti per favorire la produzione di energia da biomasse. I numeri e le storie dei Comuni sciolti perché di fatto governati dalle mafie (ben 29, tra il 2019 e i primi dieci mesi del 2020), dimostrano quanto debba essere alta l’attenzione: non c’è amministrazione locale commissariata con decreto del ministero dell’Interno in cui gli interessi dei clan non abbiano “orientato” verso le loro imprese gli investimenti pubblici, dalle opere pubbliche da realizzare agli appalti per la raccolta dei rifiuti.

Le mafie colgono in anticipo le opportunità offerte da deroghe e incentivi, come da quelli introdotti per la produzione di energia da biomasse

È uno scenario che non riguarda, ovviamente, soltanto il nostro Paese. In un rapporto pubblicato nell’aprile del 2020, l’Interpol riassume così i risultati delle sue analisi: «L’aumento dei rifiuti sanitari dovuti al Covid-19 ha sicuramente creato l’opportunità per le organizzazioni criminali di trafficare e smaltire i rifiuti sanitari. È piuttosto sicuro che le organizzazioni criminali siano coinvolte nel traffico, riciclaggio illegale e smaltimento illegale di rifiuti sanitari».

La saldatura tra attività ecocriminali, corruzione, infiltrazione negli appalti pubblici e condizionamento delle amministrazioni locali genera quello che Legambiente stima ogni anno come il business potenziale dell’ecomafia, che nel 2019 è stato pari a 19,9 miliardi di euro, circa 3,3 in più rispetto all’anno precedente. Dal 1995 ad oggi, il giro d’affari, tra attività illegali e investimenti a rischio, ha raggiunto i 419,2 miliardi di euro, dei quali più di 222 (pari al 53%) sono il frutto delle attività illecite, portate avanti senza scrupolo saccheggiando e avvelenando l’ambiente in cui viviamo. A spartirsi la torta sono stati 371 clan, attivi in tutte le filiere analizzate da Legambiente, dal ciclo del cemento a quello dei rifiuti fino ai traffici di animali.

Legambiente, rapporto Ecomafia 2020

Numeri che da soli descrivono la gravità della situazione e l’urgenza di rafforzare tutti gli “anticorpi” che l’Italia è in grado di generare, anche grazie a provvedimenti legislativi, come l’introduzione dei delitti contro l’ambiente nel nostro codice penale. Una riforma di civiltà, così l’abbiamo definita quando è stata finalmente approvata nel 2015, da completare con altri provvedimenti, come l’approvazione del disegno di legge contro le agromafie (licenziato dal governo nel febbraio del 2020 e ancora fermo alla Camera) e di quello contro chi saccheggia il patrimonio culturale, archeologico e artistico del nostro Paese, ancora fermo al Senato.

Attendiamo l’approvazione del disegno di legge contro le agromafie, licenziato dal governo nel febbraio 2020 e ancora fermo alla Camera

Quella rappresentata dalle risorse destinate al nostro Paese dal Next generation Eu è davvero un’opportunità irripetibile, come affermano tutti. Ma perché i 209 miliardi di euro che ci ha assegnato l’Unione europea siano, allo stesso tempo, la cura delle profonde ferite causate dal Covid-19 e la leva per rilanciare la nostra economia, grazie all’innovazione digitale e alla transizione ecologica, bisogna impedire che a metterci le mani siano ecomafiosi, pseudo-imprenditori senza scrupoli, politici e funzionari pubblici corrotti. E dobbiamo farlo insieme.