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Alla ricerca del fondo perduto

I soldi dell’Ue per uscire dalla crisi. Ma quanti ne arriveranno davvero all’Italia? Proviamo ad orientarci nel labirinto dei programmi europei tra capitoli di spesa, prestiti e condizioni da rispettare

Transizione ecologica e digitale, resilienza alla crisi provocata dalla pandemia e ripresa economica. Sono le parole d’ordine che devono indirizzare le scelte dei paesi europei nell’allocazione dei 1.824,3 miliardi di euro stanziati da Bruxelles per il settennato a venire 2021-2027. Una “finanziaria” comunitaria ambiziosa che vede aggiungersi, agli oltre 1.000 miliardi previsti dal Quadro finanziario pluriennale dell’Ue, i tanto dibattuti 750 miliardi del Next generation Eu, comunemente (ed erroneamente) chiamato “Recovery fund”. La battaglia in sede europea ha portato a una manovra che vale quasi 2 punti percentuali del Pil comunitario, un ingente flusso di fondi non esenti da paletti piuttosto rigorosi.

In prima analisi è da specificare come, dei 750 miliardi stanziati dal Next generation Eu per dare ossigeno alle ansimanti economie europee, 390 miliardi sono quelli che rientrano nel capitolo delle sovvenzioni a fondo perduto, 360 quelli in prestito, con capitali da reperire sui mercati finanziari. È la prima volta che l’Unione europea si indebita per un ammontare così elevato con un programma che, oltre all’emissione di titoli, necessita di forme di finanziamento ulteriore. La Commissione mira a far cassa pescando proprio dai settori sui quali andrà a investire maggiormente, in una logica di auspicata transizione: una web tax per i giganti di internet, contributi sul consumo di plastica da imballaggi e sulle emissioni di CO2.

Il Dispositivo per la ripresa e la resilienza è il cuore di Next Generation Eu, con ben 672,5 miliardi di euro sui 750 previsti

Next generation Eu, sovvenzioni a fondo perduto e prestiti (in miliardi di euro)

Elaborazione Federmanager su dati Consiglio dell’Unione europea

Ambiente e tecnologia sono in effetti due dei pilastri su cui si basa la massiccia iniezione di denaro decisa da Bruxelles per rispondere alla crisi economica provocata dalla pandemia. I 750 miliardi non hanno una libera destinazione d’uso ma, proprio come gli altri 1.000 stanziati dalla Commissione per i prossimi sette anni, rientrano in capitoli di spesa ben definiti e vanno a rimpinguare programmi europei già esistenti. Sono sette i capitoli del bilancio comunitario: mercato unico, innovazione e agenda digitale; coesione, resilienza e valori; risorse naturali e ambiente; migrazione e gestione delle frontiere; sicurezza e difesa; vicinato e resto del mondo; pubblica amministrazione europea.

Next generation Eu, fondi per programma (in miliardi di euro)

Elaborazione Federmanager da analisi Ceps

Il Next generation Eu, i famosi 750 miliardi, circa 209 dei quali dovrebbero spettare all’Italia, viene spalmato su tre dei capitoli di spesa europei. Attraverso Horizon Europe (5 miliardi sulla ricerca) e InvestEu (5,6 su crescita e occupazione) l’Unione porta a oltre 140 miliardi (oltre 130 quelli già previsti in bilancio) gli investimenti nel capitolo “mercato unico, innovazione e agenda digitale”. 17,5 i miliardi aggiuntivi sul capitolo dedicato a “risorse naturali e ambiente”, attraverso i programmi per lo sviluppo rurale e il “Just transition fund”. Ma la gran parte degli investimenti previsti dal Next generation Eu vanno sotto il capitolo di “coesione, resilienza e valori”, in piccola parte attraverso ReactEu (47,5 miliardi) e RescEu (1,9 miliardi), in maniera molto più consistente attraverso il Dispositivo per la ripresa e la resilienza (Drr), cuore della manovra, ben 672,5 miliardi di fondi previsti.

Se la decisione di investire la gran parte dei soldi in un capitolo di spesa che, dal titolo, sembra avere obiettivi più generici potrebbe far pensare a una maggiore libertà di scelta allocativa da parte dei paesi membri, i beneficiari degli aiuti dovranno in realtà attenersi a una serie di condizioni per avere accesso ai finanziamenti. Oltre al rispetto degli obiettivi stabiliti dal Green deal e dagli accordi sulla digitalizzazione – con il vincolo di dedicare anche il 37% dei fondi del Dispositivo alla transizione verde e il 20% a quella digitale – ogni paese dovrà presentare un dettagliato piano per la ripresa e per la resilienza in linea con le raccomandazioni specifiche che la Commissione adotta nell’ambito del semestre europeo. In termini complessivi, l’Italia dovrebbe essere il Paese maggiormente beneficiato dal Next generation Eu, con oltre 80 miliardi di finanziamenti a fondo perduto, seguito dalla Spagna con circa 70 miliardi e dalla Francia con oltre 50. Madrid e Roma, da sole, dovrebbero assorbire quasi la metà degli investimenti previsti.

Next generation Eu, fondi per paese (non prestiti)

Elaborazione Federmanager su dati Bruegel

In attesa della ratifica da parte dei paesi membri, la divisione della ricca torta segue due parametri. Il 70% degli aiuti, che dovranno essere impiegati nel 2021 e nel 2022, sono divisi in base al tasso medio di disoccupazione 2015-2019, alla popolazione e all’inverso del Pil pro capite, mentre per il restante 30%, da investire nel 2023, ci si baserà sulla perdita di Pil reale tra 2020 e 2021 che sostituirà il criterio del tasso di disoccupazione. Se guardiamo alle sovvenzioni nette, rispetto a quelle previste dal Drr, un calcolo elaborato dalla Banca centrale europea che tiene in considerazione quanto ogni paese dovrà “sborsare” per finanziare il piano e quanto vale il fondo in proporzione al Pil, ecco allora la Grecia in testa con fondi che valgono oltre l’8%, seguita da Portogallo, Slovacchia e Lettonia con elargizioni al 5,4% del Pil del 2019. Per l’Italia i fondi si fermano all’1,9% del Pil, traducibili, sempre in termini netti, in una trentina di miliardi (molti meno degli oltre 60 “ufficiali” previsti dal solo Drr), mentre per la Spagna, seconda in assoluto, si parla di un’iniezione pari al 3,4% della sua economia. La perdita in termini percentuali non stupisce, viste le dimensioni della nostra economia, così come non sorprende trovare Olanda, Austria, Danimarca e Svezia tra i contributori netti “perdenti”, quasi tutti vicini al -2% del Pil e, non a caso, principali oppositori del nuovo meccanismo di finanziamento comunitario. Vero anche che i prestiti arrivano nei prossimi tre anni e sono da restituire in cinquanta. Difficile dunque, per adesso, trovare un vero e proprio perdente.

Gli aiuti per il 2021 e 2022 saranno suddivisi tra i Paesi in base a 3 criteri: il tasso medio di disoccupazione 2015-2019, popolazione e Pil pro capite

Drr: Distribuzione delle sovvenzioni, al netto dei contributi dovuti per paese (% su Pil 2019)

Fonte Bce

Come accennato in precedenza, l’erogazione dei fondi, che siano prestiti o sovvenzioni, è subordinata ad alcune condizionalità, in particolare da interventi di riforma nei settori che la Commissione europea indica come rilevanti per ciascun paese. L’attenzione su Roma è su temi noti e già oggetto di numerose raccomandazioni, negli anni, da parte di Bruxelles. Le priorità individuate per l’Italia sono: sanità, con investimenti in infrastrutture e assunzione di nuovo personale, politiche di inclusione e di sostegno al reddito nel mondo del lavoro, un rafforzamento delle competenze digitali, investimenti in energie rinnovabili, il miglioramento della capacità amministrativa, soprattutto nell’erogazione di investimenti pubblici e, infine, una maggiore rapidità negli investimenti nel settore pubblico e, a cascata, in quello privato.

Al momento l’Italia è in fase di elaborazione del suo piano nazionale e ha stabilito delle linee guida con una serie di “missioni” e obiettivi di lungo termine ambiziosi, come il raddoppiamento del tasso di crescita dell’economia fino all’1,6% l’anno, l’aumento degli investimenti pubblici, da portare al 3% del Pil, un aumento del tasso di occupazione di 10 punti percentuali e la riduzione dei divari territoriali di benessere e Pil, tra le altre cose. Un work in progress che dovrà avere il beneplacito della Commissione per ottenere una parte consistente dei fondi stanziati e registrare una performance migliore di quella del bilancio pluriannuale precedente. L’Italia ha mostrato infatti, in passato, difficoltà strutturali nell’impiegare in maniera efficiente le risorse europee e tra 2014 e 2020 ha realizzato una delle peggiori performance a livello europeo, con una quota pari al 40% di fondi effettivamente utilizzati. Una programmazione che deve necessariamente migliorare perché le risorse previste in sede europea possano davvero fungere da stimolo a un’economia gravemente scossa dalla pandemia, visto l’esame che ogni piano nazionale dovrà superare a Bruxelles entro la fine dell’anno.

L’Italia ha mostrato difficoltà strutturali nell’impiegare le risorse europee: tra 2014 e 2020 ha realizzato una delle peggiori performance, utilizzando solo il 40% dei fondi

Fondi Ue 2014-2020, % impiegata per paese

Didascalia: Elaborazione Federmanager su dati Commissione europea