Accordiamoci sui territori

Per rispondere alla crisi non bastano misure di carattere generale, vanno rafforzate le relazioni industriali a livello territoriale e aziendale. Il presidente della Fondazione Adapt ci spiega perché non si tratta di una contraddizione

Gli impatti sul lavoro del Covid-19 sono molteplici ma sono soprattutto differenziati. In particolare sono i diversi settori economici e i diversi territori, con le loro peculiarità, a generare una complessità particolarmente difficile da gestire a livello centrale. Occorre quindi, in un momento in cui la fase acuta dell’emergenza è ormai terminata, individuare un metodo non emergenziale che tenga conto di queste differenze. A questo livello, ma non solo, entra ancor più forte il ruolo delle relazioni industriali sia nazionali sia, soprattutto, territoriali e aziendali.

Già nei primi giorni della crisi le parti sociali si sono mosse prima con il protocollo del 14 marzo sulla sicurezza sui luoghi di lavoro e poi con numerosi accordi che si susseguono ormai quotidianamente, in cui si dispongono azienda per azienda le norme di sicurezza declinate nei casi particolari. Perché i settori hanno strutture e modelli produttivi e organizzativi diversi tra loro e il rischio di misure uguali per tutti è quello di un minimo comun denominatore troppo alto. Ma non è il solo vantaggio dell’adozione del metodo delle relazioni industriali nella gestione della crisi. A questi si aggiunge infatti la possibilità di creare accordi a livello territoriale che possono costruire standard anche per le piccole e piccolissime imprese che non possono sviluppare accordi aziendali. Accordi che non saranno quindi costruiti sulla specifica realtà aziendale ma che, essendo sviluppati all’interno di un territorio che si immagina abbia maggior omogeneità rispetto alla dimensione nazionale, avranno più possibilità di essere allineati con le esigenze delle imprese coinvolte.

C’è poi un livello più intra-aziendale che è ugualmente importante e riguarda i benefici di accordi tra le parti per una ripartenza che sia incentrata sulla fiducia reciproca. Senza fiducia di avere un luogo di lavoro sicuro il rischio di elevati tassi di assenteismo è dietro l’angolo, così come quello di scioperi e incremento dei livelli di conflittualità. Al contrario il coinvolgimento anche della componente sindacale, laddove presente, nelle procedure che portano alla sanificazione degli ambienti e alla ri-organizzazione del lavoro contribuisce allo sviluppo di quella dimensione comunitaria che risulta essenziale oggi in un clima di paura sanitaria che può avere gravi conseguenze. Per tutti questi motivi si ritiene che l’analisi degli accordi già sottoscritti debba essere una priorità per chi voglia individuare soluzioni innovative per accompagnare le imprese e i lavoratori nei lunghi mesi di convivenza con il virus che ci aspettano. E allo stesso tempo il legislatore dovrebbe demandare alla contrattazione collettiva tutto ciò che non è ritenuto di stretta competenza nazionale, così da garantire i livelli di flessibilità e adattamento necessari ad assorbire lo shock in corso. Il metodo è quindi quello di non governare una crisi complessa con strumenti generalisti e uguali per tutti, occorre lasciare il giusto spazio affinché i singoli territori, i singoli settori produttivi e finanche le singole aziende possano sviluppare soluzioni il più possibile allineate con le loro peculiarità. A tal fine si rinnova sia il ruolo delle relazioni industriali, come detto, che quello degli ecosistemi territoriali che non vanno ostacolati, ma anzi favoriti e supportati attraverso gli strumenti operativi per la gestione della crisi.

Il legislatore dovrebbe demandare di più alla contrattazione collettiva, così da garantire livelli di flessibilità e adattamento necessari ad assorbire lo shock

Potrà sembrare un passo indietro rispetto al mondo interconnesso al quale siamo abituati, ma è tutto l’opposto. Sappiamo infatti che, proprio in un mondo economico che si esprime lungo catene globali del valore, la dimensione territoriale acquista un valore nuovo. E solo ecosistemi che raccolgano attori quali imprese, associazioni datoriali, sindacati, agenzie per il lavoro, centri per l’impiego, università, scuole, centri di ricerca, amministrazioni locali e altri ancora possono contribuire alla ricostruzione di quei territori duramente colpiti dalle conseguenze del lockdown, ma anche dal dramma di una epidemia che lascerà segni indelebili. In questo un ruolo particolare potranno avere le rappresentanze di imprese e lavoratori che, in virtù della loro prossimità alle singole realtà produttive, possono ora rapportarsi meglio di norme nazionali alle differenze organizzative e logistiche dei singoli settori in linea con le loro peculiarità.

Allo stesso tempo, ma non meno importante, è necessario ri-valutare come calcoliamo e remuneriamo il valore aggiunto e la qualità del lavoro. Potremmo per esempio partire dai due milioni di lavoratori domestici, in larga parte senza tutele contrattuali e senza ammortizzatori sociali, per chiederci se la cura della persona e l’assistenza alla famiglia sia da valutarsi solo in termini economici paragonandola a un tradizionale rapporto produttivo dell’industria come rapporto tra ore lavorate e beni prodotti. E potremmo poi subito porre l’attenzione a quello che chiamiamo settore primario, l’agricoltura, e che tuttavia abbiamo a lungo trascurato e abbandonato per poi accorgerci, oggi, che le filiere produttive che arrivano all’industria alimentare e alla grande distribuzione spesso si reggono su manovalanze di invisibili.

Ci si è accorti delle manovalanze di invisibili. Ora bisogna ri-valutare come calcoliamo e remuneriamo il valore aggiunto e la qualità del la-voro

E questo ragionamento lo potremmo affidare in primis a noi stessi, come consumatori finali, attenti al costo di quello che compriamo senza però pensare al costo e al valore di produzione che “impone”, come legge di mercato, modelli organizzativi che si fondano sullo sfruttamento di persone che abbiamo ora imparato a conoscere e apprezzare perché ci forniscono beni di prima necessità finora dati per scontati. E qui la soluzione non può essere solamente normativa, le leggi ci sono e basterebbero a garantire standard equi. Occorre creare un vero sistema di relazioni contrattuali e personali che governi e tuteli un mercato regolare dei lavoratori domestici, di cura, dell’agricoltura, dei servizi alla persona. Un sistema che si appoggi anche alla rinnovata sensibilità nei confronti di questi lavoratori che sta maturando in questi mesi.