Il coraggio della conoscenza

Innovazione e ricerca: incontriamo il Professor Massimo Inguscio, accademico dei Lincei, Presidente del CNR dal 2016 al 2021 e componente dell’Advisory Board di Federmanager

Massimo Inguscio, accademico dei Lincei, Presidente del CNR dal 2016 al 2021 e componente dell’Advisory Board di Federmanager

 

Professor Inguscio, il dibattito sull’intelligenza artificiale oscilla tra entusiasmi e previsioni catastrofiche. Da scienziato, quale ritiene debba essere l’approccio da adottare?

Come spesso accade, ritengo che la posizione corretta si collochi nel mezzo. L’intelligenza artificiale e lo sviluppo digitale rappresentano certamente una rivoluzione, ma non necessariamente più impattante di quella determinata, per esempio, dall’introduzione dell’elettricità. La vera differenza si coglie nella rapidità con cui questa trasformazione sta procedendo. Una velocità che impone di ripensare innanzitutto i modelli formativi: non si può più immaginare di accumulare conoscenze durante gli studi per poi utilizzarle nei successivi trent’anni di attività professionale, come accadeva in passato. Bisogna essere pronti a comprendere le novità attraverso attività di formazione continua. L’IA è uno strumento potentissimo, ma presenta talune criticità, a cominciare dagli enormi consumi energetici. La risposta, naturalmente, non si realizza fermando il progresso, ma continuando a fare ricerca per individuare soluzioni più sostenibili.

Tra le principali soluzioni, in diversi ambiti, si fanno sempre più largo le tecnologie quantistiche, campo centrale delle sue attività di ricerca. Quali prospettive aprono?

Le aspettative sono enormi, anche se oggi non possiamo certamente prevederne tutte le possibili applicazioni future. Le faccio un esempio, per intenderci, citando la storia del laser: quando fu realizzato, nel 1960, veniva considerato “una brillante soluzione in cerca di un problema”. Oggi è uno degli strumenti più utilizzati in moltissimi settori, dalla medicina all’industria. Potrebbe accadere qualcosa di simile con le tecnologie quantistiche. Uno degli aspetti più interessanti riguarda proprio la possibilità, per determinate applicazioni, di ridurre significativamente i consumi energetici legati al calcolo. Quando parliamo di supremazia quantistica ci chiediamo spesso quali operazioni potremo svolgere meglio o più velocemente. Ma già, ad esempio, ottenere risultati importanti con un impiego di energia molto inferiore rappresenta un traguardo straordinario.

Guardando oltre l’intelligenza artificiale, quali altre frontiere della ricerca potranno incidere maggiormente sull’economia e sull’industria?

È difficile prevederlo, perché le scoperte scientifiche sono, per definizione, imprevedibili. Oltre due secoli fa, con la pila di Volta, si apriva una strada che avrebbe trasformato completamente la società. Credo che quella dell’energia rimanga una delle partite fondamentali, perché è alla base di ogni attività umana. Ma vedo prospettive straordinarie anche nelle applicazioni delle nuove tecnologie all’agricoltura e alla medicina, per fare due esempi. Pensiamo all’agricoltura di precisione, che attraverso satelliti, droni e sistemi intelligenti permette di monitorare le coltivazioni e ottimizzare l’utilizzo dell’acqua. Oppure alla medicina personalizzata, che sfrutta grandi quantità di dati per ottenere diagnosi e trattamenti sempre più mirati.

Lei insiste molto sul concetto di “libertà della ricerca”. Perché è così importante, anche in una prospettiva di sviluppo industriale?

Perché non possiamo sapere in anticipo in che modo arriverà una scoperta decisiva. La ricerca deve essere libera e occorre anche avere la lungimiranza di comprenderne il valore, proteggerla e sostenerla. Molte idee nascono osservando quello che accade in discipline diverse dalla propria, mettendo in relazione conoscenze apparentemente lontane. È questa apertura che rende possibili risultati inattesi. Se irrigidiamo la ricerca in schemi o obiettivi troppo circoscritti, rischiamo di perdere grandi opportunità.

La ricerca deve essere libera e occorre avere la lungimiranza di comprenderne il valore, proteggerla e sostenerla

 

Dalla sua esperienza alla guida del CNR, quanto conta la collaborazione tra università, centri di ricerca e imprese?

È fondamentale. Basti ricordare che uno dei primi calcolatori elettronici realizzati in Italia, a partire dalla metà degli anni Cinquanta, nacque dalla collaborazione tra Università di Pisa, CNR e Olivetti. Anche il transistor fu sviluppato all’interno di un grande laboratorio industriale americano. Quando ero Presidente del CNR, abbiamo puntato molto sui dottorati industriali, proprio per rafforzare questo collegamento. Ma è indispensabile che le imprese acquisiscano piena consapevolezza dell’importanza della ricerca di frontiera. La grande industria, in particolare, dispone delle dimensioni, delle risorse e della capacità di investimento necessarie per affrontare sfide strategiche. L’innovazione non deve limitarsi al miglioramento di ciò che già esiste: deve saper guardare a trasformazioni molto più ampie.

Nella competizione tecnologica tra Stati Uniti e Cina, quali spazi rimangono per l’Europa?

Io nutro molta fiducia nell’Europa, per una ragione semplice: l’Europa della scienza e della ricerca esiste già da decenni ed è ampiamente collaudata. Per certi versi, mi permetta la battuta, è l’unica Europa che si è davvero realizzata. Abbiamo programmi di finanziamento comuni, sistemi di valutazione europei, scambi continui di ricercatori, competenze e strumenti. La scienza vive di confronto, discussione e collaborazione, e tutto questo in Europa funziona. Anche nell’intelligenza artificiale, accanto all’approccio americano e a quello cinese, esiste una visione europea. Credo che questo patrimonio di cooperazione rappresenti un punto di forza straordinario sul quale continuare a investire.

La scienza vive di confronto, discussione e collaborazione, e tutto questo in Europa funziona

 

E l’Italia? Su quali ambiti dovrebbe concentrare maggiormente competenze e investimenti?

Certamente sulla ricerca e sulle tecnologie quantistiche, settori nei quali il nostro Paese vanta una tradizione scientifica di alto profilo. Sono campi in cui contano moltissimo la creatività, la capacità di intuizione e quella genialità che caratterizza la nostra scuola scientifica. Altro grande ambito, come accennato, è quello dell’energia e delle sue nuove possibili forme, strettamente connesso alle sfide della sostenibilità e dello sviluppo socioeconomico. Ma, più in generale, il punto fondamentale resta creare le condizioni affinché la ricerca possa esprimersi al meglio e i giovani possano sviluppare idee nuove. È questa la combinazione essenziale perché nascano innovazioni capaci di cambiare il futuro.

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