«Come è profondo il mare», con questa canzone Lucio Dalla ha trasformato un pensiero comune nella metafora di uno spazio immenso e libero in cui perdersi facilmente. È forse lo stesso profondo e inquietante «mare scuro che si muove anche di notte e non sta fermo mai» cantato da Paolo Conte. Al di là di ogni verso poetico che ce lo sappia evocare, ben lungi dall’essere solo una tavola piatta su cui poter far scivolare navi, merci, e uomini, il mare ci ispira da sempre azioni e contese spesso eroiche.
Lo sapevano gli uomini che solcavano il Mare Nostrum, quelli successivi delle Repubbliche Marinare, quelli che vi si sono persi e quelli che perdendovisi hanno scoperto nuove terre, quelli infine che dalle corazzate si sono affrontati nei due scorsi conflitti mondiali. Ciò che tutti non sapevano e non potevano immaginare è che un giorno la difesa e la conquista di terre non emerse, anzi di quelle che stanno sui fondali sarebbero diventate primarie. La ricchezza oggi non sta solo in una striscia di territorio emerso ma nel dominio del fondale marino. Le acque e i fondali profondi internazionali sono teatri in cui le grandi potenze competono per definire le regole di sfruttamento e governance. Vediamo perché.
Terre rare e non solo
Nelle profondità dei fondali marini sono custoditi immensi giacimenti di minerali critici essenziali per la transizione energetica e la tecnologia digitale.
Neodimio, disprosio, praseodimio, cobalto, nichel, manganese e litio stanno diventando, sono già diventati la linfa vitale della nostra modernità. È un immenso tesoro nascosto di cui forse nessuno si curava. Oggi più o meno tutti sanno cosa sono le terre rare. Sono terre preziose per il loro utilizzo, in realtà non così rare, anzi diffuse nel sottosuolo ma disperse in modo da essere difficilmente estraibili. Fanno parte di un più ampio novero di materie prime critiche, definite essenziali per l’economia europea e per le tecnologie che guidano la duplice transizione verde e digitale. Sono insomma le componenti fondamentali delle batterie, dei veicoli elettrici, delle turbine eoliche, dei semiconduttori, delle tecnologie di IA e dei sistemi di difesa.
Nell’era delle tecnologie sempre più avanzate, in cui a uno smartphone di ultima generazione o a un’automobile elettrica nessuno vuole o può più rinunciare, queste materie sono divenute il centro dell’attenzione per la corsa al primato tecnologico delle grandi potenze e di conseguenza sono parte di un loro progetto economico e geopolitico.
Economia della profondità
Le ospita lo spazio tridimensionale profondo che si trova grosso modo a circa 4mila metri di profondità nei fondali del Pacifico o lungo le dorsali oceaniche. È lì dunque il luogo in cui gioca, o pare giocarsi, la partita per il futuro della civiltà tecnologica e il deep-sea mining – l’estrazione mineraria a elevate profondità – è l’attività cui le big company e i governi mirano. Ecco perché le acque internazionali e i fondali degli abissi non sono più zone neutre, ma scenari in cui le grandi potenze come Stati Uniti e Cina competono.
È in conseguenza di ciò che si sta ridefinendo integralmente il concetto di sovranità e di sicurezza nazionale e anche il Mediterraneo continua ad essere spazio di competizione. Nelle profondità del Mare Nostrum stanno le dorsali internet che sotto forma di cavi sottomarini costituiscono il collegamento transoceanico, per esempio tra Europa e Stati Uniti. Chi mai vi rinuncerebbe? Va ricordato poi che se nel Mediterraneo scorre l’1% dell’acqua globale, vi transita il 20% del traffico marittimo mondiale.
Sviluppo strategico e protezione dei fondali
Il Mediterraneo torna dunque a essere spazio di rilievo perché la protezione delle infrastrutture sottomarine coinvolge la sicurezza nazionale, la continuità dei traffici, la transizione energetica, la stabilità stessa dei mercati.
L’Italia in questo contesto occupa una posizione non indifferente in quanto, pur priva di grandi giacimenti, è comunque uno snodo strategico tra Atlantico, Mar Rosso e Indo-Pacifico e la sua secolare tradizione marittima si è evoluta in una straordinaria leadership tecnologica, scientifica e industriale nell’ingegneria subacquea, con un know-how unico nella gestione e nell’esplorazione delle grandi profondità. Qui realtà industriali di primo piano coordinate e valorizzate da iniziative strategiche nazionali sono oggi avanguardia mondiale nella robotica marina, nello sviluppo di droni sottomarini autonomi, nella posa di cavi elettrici ad altissima tensione e nel monitoraggio delle infrastrutture critiche dei nostri mari. Il Belpaese traccia dunque una via strategica che unisce, per esempio, la protezione attiva delle dorsali del Mediterraneo a un investimento massiccio e mirato in nuove attività strategiche.
La protezione delle infrastrutture sottomarine coinvolge la sicurezza, la continuità dei traffici, la transizione energetica, la stabilità stessa dei mercati
L’altro mining da non sottovalutare
In più infatti – forse un asso nella manica? – l’Italia mentre svolge questo ruolo fondamentale punta anche su un’azione diversa, che sembra l’uovo di Colombo: il cosiddetto Urban Mining. È il recupero e il riciclo avanzato delle terre rare provenienti dai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche, dalle pale eoliche dismesse e dalle batterie esauste. Anche se non c’è una stima ufficiale, tutto questo è certamente di grande valore perché ogni anno finiscono in discarica oltre 40 milioni di tonnellate di rifiuti elettronici, di cui solo il 20% circa viene riciclato a livello globale. Può essere un altro tassello della risposta strategica e industriale italiana per il futuro. A luglio è entrato nella fase operativa il Fondo Nazionale del Made in Italy, che destina 600 milioni di euro – dei 900 di dotazione complessiva – al Fondo Imprese, gestito da Fondo Italiano d’Investimento. Lo strumento realizzerà investimenti diretti e indiretti, a condizioni di mercato, nel capitale delle imprese operanti nelle filiere strategiche, con particolare attenzione alla catena del valore delle materie prime critiche: dall’estrazione alla lavorazione e trasformazione, dall’approvvigionamento alla distribuzione, fino al riciclo e al riuso. Una direttrice di sviluppo che può aiutare il sistema industriale italiano a crescere in innovazione e competitività.
