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Mare e terra: un Paese connesso

In moltissime circostanze, il valore prodotto lungo le coste fatica a penetrare nell’entroterra, a creare filiere, servizi, occupazione e nuove opportunità. Bisogna favorire piattaforme capaci di dialogare, mettendo in rete porti, aree industriali, poli logistici e turistici

La blue economy, nella sua accezione più ampia, sta conquistando un posto di rilievo nell’agenda industriale del Paese. Se prima infatti si guardava al mare soprattutto per i comparti industriali ad esso tradizionalmente connessi, come portualità, cantieristica e trasporto marittimo, oggi il perimetro di interesse si sta notevolmente ampliando e ricomprende le diverse attività capaci di generare benefici economici, sociali e occupazionali per le aree territoriali di riferimento.

Nel caso di un Paese come il nostro, che può vantare oltre 8mila chilometri di coste, ben si comprende quindi l’importanza della posta in gioco.

Ma per crescere, è chiaro, servono infrastrutture materiali, immateriali e risorse territoriali adeguate. Serve rafforzare i collegamenti tra porti e interporti, migliorare le connessioni ferroviarie, stradali e digitali, oltre che rendere più efficiente la circolazione di merci e persone. È questo l’approccio da assumere per determinare una relazione più stretta e proficua tra le economie del mare e quelle dei territori.

In moltissime circostanze, infatti, il valore prodotto lungo le coste fatica a penetrare nell’entroterra, a creare filiere, servizi, occupazione e nuove opportunità. Abbiamo invece bisogno di favorire piattaforme capaci di dialogare, mettendo in rete porti, aree industriali, poli logistici e turistici.

Altro tema di stringente attualità è quello della sostenibilità. La transizione ecologica del settore marittimo impone investimenti, innovazione e scelte industriali coraggiose. Scelte che riguardano l’adeguamento delle flotte, delle strutture portuali, delle infrastrutture energetiche e dei servizi collegati. Decisioni necessarie per ottemperare agli impegni che il Paese ha assunto, nel quadro dell’Ue, e per non frenare le attuali e future prospettive di competitività nazionale.

Federmanager vuole fare la propria parte fino in fondo, di concerto con il decisore pubblico e gli interlocutori del settore privato. Attraverso il prezioso lavoro della nostra Commissione Blue Economy, in raccordo con le altre Commissioni competenti, in particolare Trasporti & Logistica e Infrastrutture, portiamo nei principali tavoli di confronto competenze manageriali, conoscenza delle filiere ed esperienza industriale.

Nel Paese che fu delle Repubbliche marinare e che occupa una posizione centrale nel Mediterraneo, sarebbe imperdonabile non valorizzare fino in fondo la blue economy. Occorre però investire con maggiore determinazione nelle competenze del mare, avvicinare la formazione alle esigenze del lavoro e aiutare le imprese ad attrarre e trattenere i talenti di cui hanno bisogno.

Non possiamo più navigare a vista. La blue economy deve diventare parte integrante della politica industriale italiana. Come manager, vogliamo contribuire a indicarne la rotta, coniugando competitività, sostenibilità e sviluppo dei territori.

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