Perché Impresa 4.0 è una scelta miope

Spesso la statistiche macroeconomiche sono impietose verso il nostro Paese, normalmente ci collocano verso le posizioni di coda. Questo avviene quando parliamo, ad esempio, del tasso di produttività delle nostre imprese, del livello delle nostre università, dell’investimento in R&S, e quant’altro. Eppure siamo sempre la seconda potenza industriale d’Europa e la settima al mondo, con i nostri giovani che sono molto stimati all’estero, più che da noi.

Le indagini ci aiutano a riflettere, e quindi ben vengano. Ma sono e rimangono delle indagini. Lo dico, perché in questi ultimi giorni sono stati pubblicati dei dati che pongono in evidenza il gap italiano sulle competenze di livello più elevato della forza lavoro: saremmo al 23% rispetto al 32% della media UE.

Eppure, almeno gli addetti ai lavori avrebbero dovuto accorgersi che, mentre qui da noi le imprese hanno risposto alla crisi tagliando soprattutto le posizioni apicali, per ridurre più rapidamente i costi, altrove avveniva l’esatto contrario: si investiva sulle competenze.

La questione di fondo è sempre la stessa. In Italia, purtroppo, manca una visione di “Progetto Paese”, di una politica economica in grado di indirizzare i comportamenti nella giusta direzione, costringendoci a rincorrere gli altri, a mettere in piedi operazioni più di facciata che di sostanza. Se il Paese va meglio è perché abbiamo comunque una parte sana con bravi imprenditori, ottimi manager e una forza lavoro di qualità e capace di cogliere le opportunità e vincere le sfide senza scorciatoie. Lo dimostrano i dati eccellenti del nostro export, una volta tanto in cima alla classifica ma di quelle che contano.

E’ emblematico, che pur avendo ancora pochi metabolizzato adeguatamente il significato vero di “Industria 4.0”, che vuole esprimere una rivoluzione culturale e organizzativa con un impatto profondo sulla cultura d’impresa e sul lavoro, il termine sia diventato già obsoleto.

Dopo appena un anno in cui si è seminato molto in terni di diffusione ma, ovviamente, ancora raccolto molto poco, ora parliamo di “Impresa 4.0”. Questa virata definitoria che è arrivata dal governo a così poca distanza dall’avvio del Piano Calenda ci lascia più che interdetti.

I tedeschi che hanno la paternità di quello che è diventato lo slogan Industry 4.0 risalente al 2011, ancora oggi non si sognano lontanamente di cestinarlo perché l’impianto progettuale è sostenuto da un programma pluriennale che si è posto degli obiettivi che devono essere conseguiti.

Se escludiamo le nostre aziende già pronte alla digital transformation, che hanno approfittato degli incentivi cospicui dell’ultima legge di bilancio, sul resto siamo agli albori. La sfida ora è come passare dai convegni alle azioni concrete, come per far evolvere la consapevolezza in execution soprattutto nelle PMI, come far evolvere le competenze per modernizzare la nostra industria.

E’ evidente che questo è il frutto delle pressioni (d’altronde siamo già in clima elettorale) così come è evidente che il tema della digitalizzazione è un tema di sistema che in prospettiva si espanderà a macchia d’olio in tutti i settori, a partire dalla pubblica amministrazione.

Ma il punto è che un progetto complesso, che presenta una valenza pluriennale e richiede di disegnare una percorso con obiettivi, priorità e tempi definiti.  Negli altri Paesi che sono partiti molto prima di noi, non a caso, il focus continua a essere l’industria manifatturiera la cui trasformazione richiede tempi, risorse e competenze dedicate.

La variazione del nomen, infatti, non è una questione puramente semantica ma significa defocalizzare l’azione dalla manifattura, il nostro patrimonio da preservare e modernizzare e di cui siamo famosi nel mondo. Una scelta miope che dimostra ancora una volta la mancanza di una visione di quale paese vogliamo essere e soprattutto diventare.