Un dibattito acceso

Ragionare con attenzione sull’energia, analizzando la crisi e i suoi impatti per comprendere le possibili soluzioni. La parola a Davide Tabarelli

Sono grandi le preoccupazioni legate alla crisi energetica degli ultimi mesi, aggravata oggi dal conflitto tra Russia e Ucraina. Il Governo è al lavoro per contenere e mitigare la situazione ma i problemi derivanti da questa condizione non paiono facili né di immediata soluzione. Cosa fare? Quali iniziative mettere in campo per arginare la crescita dei prezzi dell’energia? Che ruolo può giocare il Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) per sostenere l’economia, la competitività delle imprese, il potere d’acquisto delle famiglie? Abbiamo chiesto il parere di Davide Tabarelli, Presidente di Nomisma energia, attento osservatore ed esperto delle dinamiche del settore energetico.

 

Davide Tabarelli, Presidente Nomisma energia

 

La guerra in Ucraina si aggiunge alla crisi energetica già in atto da qualche mese. Come affrontare questa situazione che potrebbe diventare sempre più grave?  

Come sta facendo il Governo da mesi, cercando di trovare delle soluzioni che non possono che essere momentanee e non definitive, che si scontrano con i problemi strutturali del nostro Paese e che non possono essere più incisive, perché abbiamo il problema dell’enorme debito pubblico e non possiamo continuamente aumentarlo, altrimenti non saremo capaci di finanziarlo. In sostanza, come si vede, siamo in affanno e fare di meglio, nell’emergenza non è possibile. Finora il Governo ha stanziato oltre 20 miliardi di euro per cercare di contenere gli aumenti delle bollette, a cui si sono aggiunti ultimamente anche quelli dei prezzi dei carburanti. Purtroppo, nonostante gli sforzi, abbiamo un raddoppio delle tariffe di gas e luce e un aumento del 40% della benzina e gasolio. In sostanza si tratta di uno shock esterno su cui è difficile intervenire.

 

Nonostante gli sforzi, abbiamo registrato un raddoppio delle tariffe di gas e luce e un aumento del 40% della benzina e gasolio. In sostanza si tratta di uno shock esterno su cui è difficile intervenire

 

La Russia chiuderà i rubinetti del gas?

La Russia non chiuderà per due ragioni, la prima è che se chiude porterà dei danni al suo sistema di trasporto del gas e, più importante, ai suoi giacimenti, perché non è proprio come il rubinetto dell’acqua chiudere la produzione, perché le pressioni cambiano, entra acqua, si danneggiano permanentemente le riserve. La seconda ragione è che il militarismo russo si estende anche alle relazioni commerciali e come in passato, e come hanno ribadito in queste settimane, loro i contratti li vogliono sempre onorare. Del resto, questo è confermato anche dai flussi dopo la guerra iniziata il 24 febbraio: non si sono interrotti, addirittura sono aumentati.

 

Le soluzioni che vengono prospettate per trovare alternative energetiche sono a medio e lungo termine, nell’immediato quali iniziative andrebbero prese? 

Nell’immediato occorre riaprire subito le centrali elettriche a carbone, quelle poche che ancora abbiamo, per ridurre così il consumo di gas nella generazione elettrica. Poi serve approvare disposizioni a livello europeo per obbligare a riempire gli stoccaggi nei prossimi mesi. Ci si attacca a tutto, anche all’abbassamento delle temperature nei condomini nel prossimo inverno, oppure dare la possibilità di usare più legna o pellet nel riscaldamento sempre per il prossimo inverno. Serve approntare un piano di razionamento nel caso dovesse servire.

 

La situazione attuale stravolgerà la linea energetica che ha caratterizzato finora le scelte del Governo e dell’Europa? 

Se si riferisce all’impronta verde orientata alla transizione ecologica ci sarà un parziale rinvio, almeno con la riapertura temporanea delle centrali a carbone. Tuttavia, allo stesso tempo, questa crisi dovrebbe accelerare il passaggio alle fonti rinnovabili che, oltre ad essere pulite, hanno anche il grande pregio di essere prodotte da noi e consentire l’indipendenza energetica. Del resto è anche una questione economica, perché in questi mesi i prezzi dell’elettricità all’ingrosso sono sempre stati superiori a 200 euro per megawattora e produrre da eolico e fotovoltaico costa non più di 70 euro, pertanto ci sarà una corsa a realizzare nuovi impianti.

 

In questi mesi i prezzi dell’elettricità all’ingrosso sono sempre stati superiori a 200 euro per megawattora e produrre da eolico e fotovoltaico costa non più di 70 euro, pertanto ci sarà una corsa a realizzare nuovi impianti

 

Il Pnrr può giocare un ruolo per gestire le difficoltà economiche che già si vedono all’orizzonte con il ritorno dopo molti anni dell’inflazione?

Stravolgere il Pnrr non è consigliabile, è una macchina gigantesca e adesso deviarla è troppo difficile, meglio sfruttarlo per aumentare l’offerta di energia e cercare di dare una mano nel contenere l’inflazione indirettamente. Ad esempio, i fondi dovrebbero essere indirizzati alla realizzazione di accumuli, quelli idroelettrici, per permettere alle fonti rinnovabili intermittenti di avere più mercato, perché senza, faranno una enorme fatica a contare di più.

 

Pensa che ciò che sta accadendo porterà l’Unione europea a rivedere il famoso piano del Green deal?

Per il momento non credo, in quanto è troppo politicizzata l’Unione europea su questo punto, è un collante troppo importante di una profonda divisione che esiste dentro il continente. E poi non occorre tornare indietro, occorre solo sterzare un po’. Negli ultimi vent’anni ci siamo troppo sbilanciati sulla transizione, sulle politiche ambientali, se le fonti rinnovabili fossero facili come molti politici annunciano ci sarebbero già da un pezzo. Adesso, per alleggerire la dipendenza dalla Russia abbiamo ancora più bisogno di loro, pertanto quegli obiettivi del Green deal verranno rafforzati.

 

Che altro pensa si debba fare?

Occorre riconoscere anche che ci servirà più nucleare, non tanto da noi in Italia dove abbiamo già dimostrato di non essere capaci di farlo, quanto in Francia e anche in Germania. Poi il gas. Serve fare più investimenti in Nord Africa, nel Mare del Nord, nella nostra vicina Norvegia, il Paese che si è arricchito di più al mondo grazie alle nostre importazioni di gas. Deve fare di più anche l’Olanda, rimandando la chiusura della sua produzione interna nel grande giacimento di Groninga. Così come ha già detto l’Italia, che si è impegnata nel riprendere la produzione. In sostanza dobbiamo continuare sulla strada della decarbonizzazione, ma consapevoli che di gas ce n‘è bisogno per tanto tempo e che il nucleare rimane indispensabile.