Quale futuro per il dopo Draghi

Con le elezioni alle porte, il dibattito sul futuro dell’Unione economica e monetaria è tornato in cima all’agenda dei governi. Coesione e leadership forti saranno necessarie per l’integrazione tra gli Stati. Ne abbiamo parlato con Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale

A colloquio con Progetto Manager, il presidente di Société Générale Lorenzo Bini Smaghi non lascia dubbi: «Solo se emergerà una forte leadership dalle elezioni europee e se ci sarà coesione, si riuscirà ad andare avanti nel percorso di completamento dell’unione bancaria e del mercato dei capitali. Il rischio – spiega l’ex membro del comitato esecutivo della Banca centrale europea – è quello di fare passi indietro che indebolirebbero ancor di più l’Italia, già maglia nera».

Lorenzo Bini Smaghi, presidente di Société Générale

Presidente, su quale politica economica dovrà concentrarsi il nuovo Parlamento europeo che verrà eletto a maggio per migliorare lo stato di salute dell’Ue? 

È un dato di fatto che l’economia europea sia in rallentamento, come, del resto, in altre parti nel mondo. Tuttavia, per ora non ci sono segnali di recessione. La domanda interna tiene, anche grazie al prezzo contenuto delle materie prime e all’impostazione lievemente espansiva della politica monetaria. Quindi, quello su cui dovrà puntare il nuovo Parlamento è il rafforzamento degli investimenti, sia pubblici che privati, soprattutto in quei settori in cui il Vecchio Continente è indietro: dall’R&D, alla tecnologia, dai materiali alla digitalizzazione, dalle infrastrutture al 5G.

A ridosso delle europee si torna a parlare dell’opportunità di una riforma dell’Unione economica e monetaria (Uem): cosa possiamo aspettarci? 

L’Unione monetaria deve essere rafforzata per poter superare gli shock che potranno colpirla di nuovo in futuro e per rassicurare gli investitori sulla sua integrità. È assolutamente necessario completare l’unione bancaria e dei capitali e dar vita a un bilancio che possa finanziare la crescita, fronteggiando eventuali crisi. Solo se ci sarà coesione dopo le elezioni europee, insieme a una forte leadership, si riuscirà a fare passi avanti in questo percorso. Diversamente, si rischia di tornare indietro, rendendo l’Italia – uno degli anelli deboli in questo momento – sempre più fragile.

Il presidente della Bce rientra nel pacchetto di nomine post elezioni: si fanno già pronostici, ma potrebbero spuntare degli outsiders

Quale impatto ha avuto sulla crescita del Vecchio Continente un’Uem ancora incompleta?

Occorre ricordare che l’Unione monetaria nel suo insieme ha avuto una ripresa sostenuta dopo la seconda crisi del 2012-13 e che, da quel momento in poi, ha creato più posti di lavoro che gli Stati Uniti. Il problema è che questa crescita è stata diseguale. In alcuni paesi, come la Germania, il tasso di disoccupazione è oggi ai minimi storici. Invece in altri, tra cui l’Italia, la ripresa si è fermata. Ecco perché una vera integrazione è indispensabile: favorirebbe una maggior convergenza tra le varie economie, sostenendo quelle in difficoltà. 

Per quanto riguarda la politica monetaria, quali interventi potrebbe sostenere nei prossimi mesi la Banca centrale europea? 

La Bce ha già espresso la volontà di mantenere i tassi bassi per tutto il 2019, dunque ben oltre l’orizzonte temporale dell’estate. Nei fatti, dipende dalla situazione che si disegnerà: se emergessero segnali di un progressivo rallentamento economico, potrebbe essere necessaria un’ulteriore espansione. Sappiamo, poi, come annunciato dal presidente Mario Draghi, che Francoforte sta valutando l’aumento del tasso d’interesse – attualmente negativo – sui depositi detenuti dalle banche presso l’Eurotower, con lo scopo di migliorare la redditività degli istituti. Pagando una tassa implicita sui depositi (attraverso i tassi negativi) i ricavi delle banche diminuiscono e quindi viene erogato meno credito, il che ha un effetto distorsivo sugli investimenti e sulla crescita. L’obiettivo è invertire questa tendenza.

Quanto il risultato del voto di maggio influenzerà la scelta del successore di Mario Draghi e il ruolo di garanzia della Bce?

Il presidente della Bce è una delle posizioni chiave dell’Eurozona: un ruolo che rientra nel pacchetto di nomine post elezioni, nel quale sono inclusi, in particolare, i vertici della Commissione europea. È già iniziato il totonomi, ma è prematuro tentare dei pronostici perché potrebbero spuntare degli outsiders. La partita, quindi, sarà ancora aperta, almeno fino all’estate. Quel che è certo è che Angela Merkel punta a una posizione apicale nella Commissione e a dire la sua sul nuovo presidente dell’Eurotower. Altro punto fermo: i capi di governo vorranno alla Bce una persona pronta a intervenire in caso di crisi, come fece Mario Draghi con il suo “Whatever it takes”.

Veniamo all’Italia: quali interventi di politica monetaria servirebbero per supportare la fase di contrazione economica?

La questione è che, nonostante la stessa politica monetaria degli altri paesi, l’Italia non solo cresce meno, ma è in stagnazione. Questo significa che gli interventi di cui avrebbe bisogno riguardano principalmente le misure interne di natura strutturale, sulla giustizia e sulla pubblica amministrazione, e di finanza pubblica: il nostro debito, che non accenna a scendere, dimostra che la situazione non è stata ancora risanata.

In alcuni Paesi come la Germania, il tasso di disoccupazione è ai minimi storici. In altri, tra cui l’Italia, non solo la ripresa si è fermata ma si è giunti alla stagnazione

Quindi, come ottimizzare la flessibilità europea?

La flessibilità, di cui l’Italia ha ampiamente beneficiato negli anni passati, doveva servire per uno scopo su tutti: rafforzare gli investimenti pubblici, che in passato sono stati fortemente ridimensionati. Al contrario, è aumentata la spesa corrente, per via di vari bonus messi in campo in passato e di misure, come il reddito di cittadinanza e quota 100, entrate ufficialmente in vigore il 1° aprile 2019. Interventi che non contribuiscono alla crescita ma peggiorano la sostenibilità dei conti. L’Italia è l’unico Paese, oltre alla Grecia, a non essere ancora tornato ai livelli del 2007 del Prodotto interno lordo, perché non ha tenuto sotto controllo la spesa pubblica e non ha investito a sufficienza nelle riforme strutturali. Adesso deve impegnarsi a farlo: è la sola strada per uscire dalla palude.