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Previdenza, dentro e fuori il contratto

La sostenibilità economico-finanziaria del nostro sistema previdenziale rischia di essere compromessa. La soluzione? Va trovata nella previdenza complementare

Quello legato alla pensione e al tenore di vita successivo alla cessazione dell’attività lavorativa costituisce certamente uno dei temi principali su cui confrontarci. Gli indicatori demografici ci rassicurano sul fatto che vivremo più a lungo, e auspicabilmente in salute; tuttavia, con il pesante deficit di bilancio pubblico, la sostenibilità economico-finanziaria del nostro sistema previdenziale rischia di essere compromessa. La mancata separazione della previdenza dall’assistenza mette in crisi i conti dell’Inps, che non solo sono esposti alla pressione di una spesa pensionistica destinata ad aumentare, ma soffrono già ora della riduzione delle entrate contributive, legata al proliferare dei lavori discontinui e all’ingresso ritardato delle nuove generazioni nel mondo del lavoro. È lecito ritenere che il sistema di previdenza pubblico, nel prossimo futuro, rappresenterà una ridotta percentuale dell’ultimo reddito percepito con ovvie ripercussioni sul tenore di vita da pensionato. 

Si dirà, la soluzione va trovata nella previdenza complementare, che però in Italia non è mai decollata. Guardiamo alle cause: mancano politiche di incentivo e manca un’adeguata cultura della gestione del risparmio privato. Manca soprattutto una strategia chiara, che sopperisca ai frequenti annunci di riforme pensionistiche prive di indirizzo politico.

Ad esempio, la recente novità lanciata dal presidente Inps Pasquale Tridico, vale a dire il progetto di un fondo previdenziale integrativo pubblico, gestito dall’Istituto, rappresenta un’ipotesi irricevibile, o quanto meno incapace di perseguire gli obiettivi per cui essa è stata presentata. Per canalizzare gli investimenti in Italia, bisognerebbe piuttosto lavorare per offrire ai fondi pensionistici privati le condizioni per investire in sicurezza nell’economia reale

Il Fondo pensione Previndai, che tra qualche giorno celebrerà 30 anni di attività con un convegno a Roma, ha avviato un intervento strutturato in questa direzione. 

È un Fondo che sta abbracciando una nuova strategia di investimenti alternativi per dare linfa al sistema produttivo, e che è uscito rafforzato dal recente rinnovo del contratto nazionale dei manager. Il nuovo Ccnl firmato lo scorso 30 luglio ha previsto l’incremento del massimale contributivo al Previndai dagli attuali 150 mila a 180 mila euro annui. Soprattutto ha introdotto un principio di flessibilità nella ripartizione della contribuzione complessiva al Fondo (8% della retribuzione utile ai fini del calcolo del Tfr) che consentirà, previo accordo, che l’azienda si faccia carico di una quota contributiva fino al 7%, con diminuzione fino all’1% della parte che spetta al dirigente. Infine, ma dal 2022, non sarà più in vigore la clausola che richiede un’anzianità dirigenziale minima in azienda di 6 anni per avere diritto al versamento del contributo minimo a carico dell’azienda.

Si tratta di misure fortemente innovative che consolidano la dotazione del Previndai, facendone un interessante strumento di politica retributiva per il manager.