È il 15 dicembre 1964. In Italia gli orologi segnano le 21.24. Dalla piattaforma di lancio di Wallops Island, in Virginia, si stacca il razzo Scout. Porta con sé una sfera di circa mezzo metro, che all’apparenza, con le sue righe bianche e nere, potrebbe sembrare una di quelle palle su cui gli artisti circensi si cimentano in prove di equilibrio, e invece è un dispositivo di 115 chili diretto verso lo spazio per compiere alcuni esperimenti. Ma, soprattutto, è il primo satellite lanciato in orbita dall’Italia.
Un traguardo che fa del Belpaese la quinta nazione al mondo ad aver piazzato un proprio satellite nello spazio, dopo Unione sovietica (1957, con lo Sputnik), Stati Uniti (1958, Explorer 1), Regno Unito e Canada (entrambi nel 1962, rispettivamente con Ariel e Alouette). Ma che sale sul terzo gradino del podio, se oltre all’anno si considera anche la nazionalità di chi ha pigiato il bottone. L’Italia, infatti, ha gestito con proprio personale il lancio.
Il Belpaese è la quinta nazione al mondo ad aver piazzato un proprio satellite nello spazio, dopo Unione sovietica, Stati Uniti, Regno Unito e Canada
Gli anni del progetto San Marco (a quel satellite ne seguirono altri quattro) sembrano remoti, se alziamo lo sguardo verso il cielo. Oggi potremmo incappare in un “trenino” di satelliti Starlink che ingrossano i nodi della rete che il signore dello spazio, Elon Musk, ha steso intorno al globo, assicurandosi un primato che fa della ormai imminente quotazione in Borsa della sua SpaceX l’offerta pubblica iniziale più grande della storia di Wall Street.
A guardare meglio, però, attraverso dati e analisi di mercato, in quello spazio sempre più affollato l’Italia c’è. E c’è grazie a una particolare dell’industria nazionale: la contaminazione industriale del segmento con alcuni adiacenti, come automotive e aeronautica, e un’articolazione in 14 distretti industriali.
A coordinarli c’è il Cluster tecnologico nazionale aerospazio che, conti alla mano di una indagine condotta con Confindustria e Intesa Sanpaolo, ha dichiarato che nel 2024 le imprese italiane della filiera hanno totalizzato 21,4 miliardi di euro di fatturato (di cui il 5% è stato investito in ricerca e sviluppo) e impiegato circa 54.300 addetti.
Se grattiamo oltre la superficie e dividiamo la voce spazio da quella aeronautica, vediamo come la prima, benché sia ancora la fetta più piccola della torta, sia cresciuta per fatturato del 63% tra il 2021 e il 2024, da 1,9 miliardi di euro a 3,1, e del 51% per numero di addetti. Un chiaro segnale di dove si stia spostando l’attenzione. E i numeri sono destinati a crescere grazie alla spinta del Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr).
Nelle scorse settimane Argotec, società torinese specializzata in satelliti di piccole dimensioni (due dei quali, nel 2022, hanno partecipato a due missioni nello spazio profondo: Dart e Artemis 1), forte di un fatturato 2025 di 57 milioni, ha annunciato la piena operatività di un impianto in Florida, nella Space Coast a stelle e strisce, a 65 chilometri dal Kennedy Space Center. Dove vengono assemblati i satelliti per l’orbita terrestre alta di Iride. Ossia la “costellazione delle costellazioni” italiana per l’osservazione della Terra che dovrà offrire servizi agli enti pubblici, alla protezione civile ma anche flussi di dati per startup e imprese.
Iride dovrà essere operativa già quest’anno, con 34 satelliti in orbita per il primo lotto (e complessivi 52), una rete di sette sotto-costellazioni, 1,3 miliardi dal Pnrr e 70 aziende coinvolte tra cui, oltre ad Argotec, si contano anche alcuni dei più gallonati campioni del settore, come Leonardo, Ohb, Thales Alenia, Telespazio ed e-Geos.
«Il nostro obiettivo è contribuire a definire un nuovo modello di spazio – il commento dell’Ad e fondatore di Argotec, Davide Avino -, rendendolo un motore di crescita sempre più centrale e accessibile nelle strategie dei governi nei prossimi anni. I risultati raggiunti dimostrano che la direzione è quella giusta».
Dagli Stati Uniti torna vincitrice SatEnlight, startup deep tech milanese che si è specializzata in comunicazioni satellitari, e che ha vinto la Space competition del SatShow 2026, uno dei principali appuntamenti del settore a Washington. O ancora Picosats, anima triestina, che lavora a satelliti miniaturizzati sfruttando le alte frequenze per velocizzare la trasmissione dei dati, come ha raccontato, in occasione del primo “Wired Digital Day” Friuli Venezia Giulia, l’Ad Anna Gregorio.
E proprio il tema delle comunicazioni mostra l’altra faccia delle space economy. La parte di downstream, ossia di opportunità economiche che scaturiscono dai dati e dalle informazioni raccolte nello spazio sulla Terra attraverso le infrastrutture collocate in orbita (l’upstream). Se guardiamo all’ultimo rapporto dell’Agenzia spaziale europea sull’economia dello spazio, il Vecchio continente pesa poco nel segmento upstream (il 6% dei 63 miliardi di euro di valore a livello globale), mentre produce circa un euro ogni cinque dei 408 miliardi del segmento downstream, dove pesa il 19% con una crescita anno su anno del 6% (inferiore di alcuni punti rispetto alla media mondiale, 9%).
Tra le aziende italiane attive in questo fronte ci sono, oltre agli storici campioni come Telespazio o Planetek, attori emergenti come Leaf Space, impegnata nel campo delle comunicazioni, o la torinese Eoliann, che sfrutta i dati satellitari per valutare i rischi climatici. Dal settore agricolo a quello dei trasporti, dalle telecomunicazioni alle finanziarie, le applicazioni delle informazioni dallo spazio sono molteplici e stanno alimentando la nascita di nuove startup. Nel 2015 è nata Apogeo Space, società che ha come obiettivo quello di costruire la prima costellazione privata satellitare italiana in orbita bassa per fornire alle aziende servizi di connettività Iot (internet of things). Le applicazioni possono essere le più inaspettate. Come, per esempio, il monitoraggio delle perdite di acqua dalla rete idrica. Il monitoraggio delle condotte a livello mondiale costa circa 40 miliardi di dollari ogni anno e in certe aree dell’Europa le perdite arrivano al 40% dei volumi pompati. Per arrivare a un controllo minuzioso lo spazio può giocare un ruolo fondamentale, consentendo di collegare sensori diffusi e permettendone un controllo continuo senza dover installare una fitta rete di antenne a terra. Non a caso, secondo Apogeo, nel 2030 proprio il mercato dei servizi idrici di qualità e del monitoraggio raggiungerà i 12 miliardi di dollari e avrà nello spazio un asset cruciale.
Dal settore agricolo a quello dei trasporti, dalle telecomunicazioni alle finanziarie, le applicazioni delle informazioni dallo spazio sono molteplici e stanno alimentando la nascita di nuove startup
Nel 2025, secondo i dati dell’Osservatorio space economy del Politecnico di Milano, le imprese innovative dello spazio hanno raccolto 25 milioni di euro di investimenti, in linea con i 26 dell’anno precedente.
L’Italia deve continuare a guardare allo Spazio. Frontiera dove si giocano partite geopolitiche, supremazie informative, conquiste scientifiche. Con una filiera manifatturiera forte e integrata, in cui settori all’apparenza distanti si parlano più di quanto sembri, il Belpaese ha tutti gli ingredienti per continuare l’avventura iniziata 60 anni fa, nel solco del San Marco.
