Il ruolo delle imprese italiane nell’economia globale risente inevitabilmente, in modo diretto e indiretto, dei rapporti internazionali di potere: con ciò si intendono sia i mutamenti graduali (con una vera transizione strutturale in corso) sia le crisi acute che imprimono nette accelerazioni ai processi evolutivi delle filiere del valore.
Il contesto globale si caratterizza oggi per una notevole complessità, concetto da intendere in senso anzitutto letterale e tecnico – cioè non genericamente associato con il disordine e l’imprevedibilità. L’assetto internazionale è complesso in quanto fortemente interdipendente (sul piano finanziario, commerciale, digitale, energetico, climatico, migratorio, e della sicurezza), nonostante alcune tendenze recenti ad una frammentazione del quadro politico-strategico. È una tensione difficile da inserire in un unico schema interpretativo e certamente in uno schema semplicistico. Ma può essere compresa e analizzata se si ricorre alla descrizione più compiuta e rigorosa di complessità: la situazione in cui un sistema è molto sensibile ad alterazioni anche ridotte di una singola variabile, in modo non lineare, mostrando così una strutturale instabilità dinamica pur in presenza di una “direzione di marcia” riconoscibile – si pensi, per analogia, al corso di un fiume che è orientato in una direzione ma mostra zone a forte turbolenza locale. Le dinamiche complesse producono inoltre “fenomeni emergenti”, cioè effetti non prevedibili in dettaglio prima di aver osservato direttamente il movimento concreto delle parti del sistema e la loro interazione. Si tratta di sviluppi tecnicamente imprevisti, ma (per i singoli attori, che siano governi o aziende) coerenti con adattamenti locali a pressioni provenienti dall’ambiente circostante.
L’assetto internazionale è complesso in quanto fortemente interdipendente, nonostante alcune tendenze recenti ad una frammentazione del quadro politico-strategico
Come autori di questo articolo, abbiamo elaborato uno specifico metodo analitico a tale scopo.
Il nostro “metodo Stroncature” (che è il modo in cui sono condotte le analisi di GeoStrategia e Defence Finance Monitor: https://geostrategia.substack.com/) parte da un assunto preliminare: il ritorno della politica. Con questa espressione non si intende una generica maggiore visibilità degli Stati, ma qualcosa di molto preciso: il ritorno della coercizione, fino all’uso diretto della forza militare, sulla scena internazionale, quale strumento per perseguire obiettivi strategici posti dal decisore politico. Il che implica la possibilità che la sfera economica sia plasmata dalla coercizione e dalla funzione “autoritativa” dello Stato, sia a livello interno (ricerca dell’autonomia strategica) sia a livello internazionale (friend-shoring e sfere di influenza). In questa prospettiva, mercati, catene del valore, standard tecnologici, regole commerciali, sanzioni, restrizioni all’export, politiche industriali e controllo delle infrastrutture critiche non possono più essere letti come ambiti autonomi rispetto alla competizione di potenza, ma come sue articolazioni dirette o indirette. L’economia internazionale non si presenta più come uno spazio neutro regolato esclusivamente da logiche di efficienza, ma come un campo in cui sicurezza, tecnologia, commercio e potere si intrecciano in modo crescente.
Su questo primo livello si innesta un secondo assunto, quello della complessità intesa non come vago disordine ma come assenza di variabili indipendenti. Ciò significa che nessun fattore opera in isolamento e che ogni decisione, mutamento o shock tende a propagarsi nel sistema, interagendo con altre variabili e generando effetti che non possono essere compresi attraverso schemi lineari. In questo senso diventa insufficiente il metodo del “ceteris paribus“, tipico di molta analisi economica tradizionale, con cui si isola l’effetto di una singola variabile assumendo che tutte le altre restino costanti. Tale ipotesi può essere utile come astrazione teorica, ma nei sistemi reali quasi mai le altre condizioni restano ferme: reagiscono, si modificano, retroagiscono. Per questo l’analisi deve concentrarsi sulle conseguenze non intenzionali di azioni intenzionali, sugli effetti emergenti, sugli slittamenti progressivi del sistema e sulle configurazioni mutevoli che si determinano quando molteplici fattori si influenzano reciprocamente.
In questo quadro, l’intelligenza artificiale è lo strumento che rende possibile utilizzare pienamente la complessità e migliorare la qualità dell’analisi strategica, superando il metodo del “ceteris paribus“. Un punto decisivo, in questo quadro, è che integrare nel processo analitico l’AI consente di collegare ipotesi di ricerca, necessariamente plurali e mutevoli, all’analisi di grandi masse di dati eterogenei, trasformando i dati stessi in banco di prova delle ipotesi, che possono essere testate di continuo e su dati reali. Questo permette di avvicinare l’analisi strategica a un metodo propriamente scientifico: non limitarsi a formulare interpretazioni e valutazione ex post, ma costruire scenari, confrontare ipotesi alternative, verificare correlazioni, individuare segnali deboli, sottoporre le ricostruzioni a controllo empirico continuo. Big data, normative nazionali e internazionali, programmi politici, sondaggi, flussi commerciali, dati energetici, tecnologici e finanziari diventano così il materiale attraverso cui testare scenari e valutare la plausibilità delle diverse traiettorie. In questo senso, il “metodo Stroncature” si avvale anche dell’AI per l’analisi strategica ed economica, in un mondo complesso, caratterizzato dal ritorno della politica da intendersi come ritorno dell’uso della forza a livello globale.
Integrare nel processo analitico l’AI consente di collegare ipotesi di ricerca, necessariamente plurali e mutevoli, all’analisi di grandi masse di dati eterogenei
Una metodologia coerente ed efficace è essenziale, perché gli eventi non parlano da sé, e i “dati” sono in realtà quasi sempre stime e rappresentazioni imprecise sebbene quantitative.
Per passare dalle descrizioni astratte a casi concreti, in termini di effetti non intenzionali, si pensi all’invasione russa dell’Ucraina che ha finito per provocare l’adesione alla Nato di due Paesi tradizionalmente neutrali come la Finlandia e la Svezia (2024), dopo aver prodotto un radicale riorientamento delle politiche energetiche di Paesi come Germania e Italia e un massiccio piano di riarmo dei membri della Ue. Non crediamo affatto che la spiegazione migliore sia da ricercare in intricati piani semi-segreti da parte di Cancellerie o servizi di intelligence, bensì soprattutto in gravi errori di valutazione, limiti decisionali e vincoli politici.
È in questo contesto che vanno inseriti i rischi e le opportunità per l’Italia come sistema-Paese, ricordando sempre il suo ancoraggio – o meglio il suo fortissimo livello di integrazione – rispetto agli altri membri della Ue, a cominciare dai suoi due maggiori partner commerciali che restano oggi Germania e Francia (seguiti dagli Usa).
Ancora in ottica concreta, tutti i governi hanno ormai incorporato nei loro processi decisionali e di pianificazione un’azione costante di monitoraggio dei grandi trend globali. Le aziende, dunque, fanno benissimo a orientarsi verso le “twin transitions” (digitale e sostenibile), ma non possono sottovalutare il più ampio contesto globale in cui si perseguono quelle transizioni. Soprattutto per un’economia fortemente incentrata sulle attività di trasformazione (manifatturiero avanzato, da integrare sempre più strettamente con alcuni servizi) come quella italiana, è vitale tenere sempre presente sia la scala del mercato unico europeo sia i suoi collegamenti con le filiere extraeuropee.
In chiave geoeconomica e di politica internazionale, è impossibile aggirare la questione Usa – in particolare fintanto che il Capo dell’Esecutivo a Washington è il Presidente Trump. L’attuale amministrazione è diventata una variabile destabilizzante in sé, tanto per i tradizionali alleati quanto per gli avversari. E la cosa è ancora più impattante perché il peso e il ruolo degli Stati Uniti è letteralmente sistemico: si pensi al dollaro, ma anche ai Treasuries come strumento di finanziamento/risparmio (e dunque all’aumentare del debito Usa come ulteriore variabile).
Va qui distinto un fattore contingente (per quanto decisivo) cioè il particolare stile di leadership imposto da Donald Trump, dal fattore strutturale cioè il parziale sganciamento degli Stati Uniti dalle tradizionali alleanze, soprattutto in Europa. L’Unione europea deve in ogni caso attrezzarsi per gestire un sistema internazionale fortemente competitivo e certamente assai meno incentrato sull’asse transatlantico, lavorando anche su intese flessibili con vari partner. Il mondo del business, in tale quadro, dovrà costantemente seguire gli sviluppi politici per non restare spiazzato nel fare le sue scelte rispetto a mercati e forniture. Proprio per questo, risulta indispensabile dotarsi di strumenti analitici che siano solidi in termini di metodologia e assunti generali e sappiano anche incorporare progressivamente i nuovi input provenienti dalle vicende quotidiane.
L’Unione europea deve attrezzarsi per gestire un sistema internazionale fortemente competitivo
