Il nostro sistema di welfare è qualcosa di cui dobbiamo andare fieri. Non è solo una voce di bilancio: è il tratto distintivo di una civiltà, la misura del livello di coesione di una società. È un patrimonio costruito in decenni — fatto di sacrifici, contributi, scelte politiche coraggiose — e questo ci obbliga a custodirlo e a difenderne la sostenibilità nel lungo termine.
Parliamo della componente maggioritaria dell’intera spesa pubblica, suddivisa su tre dimensioni: sanità, pensioni e assistenza sociale. Tre pilastri, tre storie diverse — e tre narrazioni che oggi è urgente correggere con coraggio e senza pregiudizi ideologici.
Il tema della sostenibilità non è solo da un punto di vista finanziario, ma richiede un approccio sistemico che impatta sulla dinamica demografica, produttiva, economica e occupazionale.
1. Dare trasparenza ai numeri
Cominciamo da una premessa che vale per tutto il ragionamento: in Italia i dati sul welfare vengono presentati in modo spesso opaco, mescolando voci eterogenee. Il risultato è che sentiamo ripetere, anche da fonti istituzionali, che spendiamo troppo per le pensioni e troppo poco per l’assistenza. La stessa Europa ci rivolge lo stesso rimprovero. È un paradosso e non è quello che emerge da un’analisi più approfondita e corretta.
Prendiamo la spesa assistenziale: negli ultimi anni è cresciuta molto e ha continuato a crescere anche nel 2025 (fonti autorevoli parlano di una spesa superiore ai 180 mld/anno) ed è più che raddoppiata negli ultimi 15 anni, senza peraltro aver inciso minimamente sugli indici di povertà assoluta e relativa, che hanno continuato a crescere. Un dato che da solo dovrebbe indurre a una riflessione seria sull’efficacia degli interventi.
Eppure, queste voci sono spesso nascoste nelle pieghe dei conti INPS, impropriamente classificate come spesa pensionistica. Il risultato è una distorsione contabile e narrativa che ha conseguenze concrete sulle scelte di politica economica.
- Primo punto quindi: dare trasparenza ai numeri, separando anche solo contabilmente la spesa previdenziale — sostenuta effettivamente da contributi — dalla spesa assistenziale, per enucleare quest’ultima e verificarne gli effettivi impatti. Misure spesso di diversa natura, provenienti da fonti normative diverse — nazionali, regionali, comunali — totalmente scollegate tra loro.
2. La sanità: un modello da evolvere, non da smantellare
Il nostro Sistema Sanitario Nazionale è tra i più importanti al mondo. Si fonda su un principio universalistico in cui l’accesso alle cure è garantito a tutta la popolazione, indipendentemente dal reddito e dalla condizione lavorativa, come prevede la nostra Costituzione. Siamo i primi a difendere il ruolo primario ed essenziale del SSN e non lo mettiamo in discussione.
Detto questo, dobbiamo riconoscere con altrettanta onestà che il sistema fa fatica a rispondere ai bisogni del cittadino, soprattutto nei tempi di erogazione delle prestazioni. Il Covid ha reso visibili fragilità che esistevano da tempo: sovraffollamento delle strutture ospedaliere, una sanità territoriale con evidenti limiti, carenze organizzative. Grandi professionisti — che meritano tutto il nostro rispetto — chiamati ogni giorno a sopperire con la loro dedizione alle insufficienze del sistema.
La spesa sanitaria pubblica nel 2025 si è attestata a 143 miliardi, pari al 7,1% del PIL, sotto la media Eurozona del 7,9%. Ma sarebbe semplicistico ricondurre la risoluzione dei problemi al solo aumento della dotazione finanziaria: un’operazione che incontrerebbe comunque margini di manovra contenuti, vista l’entità del nostro debito pubblico.
Va considerata inoltre la spesa cd. “out of pocket”: circa 50 miliardi annui, il 26% del totale. Di questi, una parte ancora marginale — 5-6 miliardi — è intercettata dai fondi integrativi. Non è quindi vero che tutto il carico è pubblico. Le famiglie già oggi pagano, spesso in modo invisibile.
- Non è solo una questione di risorse o di carenze organizzative, pur presenti. Per la sostenibilità del sistema occorre ragionare in modo innovativo: telemedicina e interoperabilità sono le nuove frontiere per erogare prestazioni a distanza, garantire continuità assistenziale e ridurre i costi. Sul piano strategico, serve un cambio di modello: dalla cura alla prevenzione, al benessere (wellbeing).
- Il SSN deve mantenere il suo ruolo di presidio primario della salute. Ma non può affrontare da solo la sfida dell’aumento della speranza di vita, della diffusione delle malattie croniche e della non autosufficienza. Ha bisogno di una seconda gamba: una sanità privata che operi in termini complementari, laddove il pubblico non riesca a dare risposta effettiva. La persona va messa al centro della strategia.
Questo non è uno scontro ideologico, né una scelta a favore dei benestanti. È pura demagogia pensarlo: chi ha le possibilità si cura già dove vuole. La vera sfida è offrire una sanità di elevata qualità per tutti, anche per chi queste possibilità non le ha.
La soluzione è costruire un modello che sappia valorizzare la presenza di strutture pubbliche e private, dove nelle strutture pubbliche si ricevano prestazioni eccellenti — come già avviene — ma anche nei tempi giusti e con servizi di accoglienza assimilabili a quelli del privato.
- In questo ridisegno, la contrattazione collettiva è centrale e il ruolo dei fondi sanitari integrativi — ancora marginale — diventa fondamentale per garantire qualità, appropriatezza, controllo della spesa e emersione di un settore dove si annida un sommerso importante. I fondi non sono tutti uguali, non si può fare di tutta l’erba un fascio. I nostri fondi, quali Fasi e Assidai, hanno quali valori fondanti: l’anti-selezione del rischio, la mutualità e solidarietà intergenerazionale tra chi lavora e chi è in quiescenza, la copertura dell’intero nucleo familiare. Un fondo che ti assiste per tutta la vita, anche quando esci dall’azienda e — soprattutto — quando invecchiando ne hai più bisogno. Sono queste le tipologie di fondi che andrebbero sostenuti e maggiormente incentivati, perché darebbero un contributo tangibile all’equilibrio dell’intero sistema.
3. Le pensioni: chiarezza, fiducia, sostenibilità
Veniamo alle pensioni, il capitolo più grande e il più politicamente sensibile. Nonostante il picco storico di circa 24,2 milioni di occupati, il tasso di occupazione rimane inferiore alla media UE, con forti divari territoriali e di genere. Il tasso di occupazione femminile è al 58%, particolarmente basso nel Mezzogiorno. Un dato che risente di un sommerso che sappiamo continua a essere molto elevato.
Sono oltre 16 milioni i pensionati. L’effettiva età media di uscita dal mondo del lavoro si attesta intorno ai 64 anni. Il tasso di sostituzione — il rapporto tra pensione e ultimo stipendio — si aggira intorno al 59%, mentre in Francia e Germania siamo sotto il 40%. Gli effetti della riforma Dini ci porteranno mediamente, con l’applicazione del sistema interamente contributivo, su quella percentuale: è evidente quanto sia cogente spingere il pedale sul secondo pilastro.
La spesa per pensioni ammonta a circa 325 miliardi, pari al 14,4% del PIL. Spesso sentiamo parlare di incidenze percentuali anche più elevate, in sostanza, il messaggio che passa è che spendiamo troppo. Nel Documento di Finanza Pubblica del MEF di aprile 2026, in particolare, le previsioni indicano un innalzamento della spesa che raggiungerà il punto più alto nel 2041 — la famosa “gobba” demografica — con un rapporto spesa/PIL previsto al 17,1%. Dal 2045 la curva scenderebbe progressivamente, attestandosi al 14% nel 2070 con il sistema di calcolo contributivo a pieno regime.
Ma in questa spesa sono ricompresi: i percettori di assegno sociale, i numerosi pensionati che beneficiano dell’integrazione al minimo, i percettori della quattordicesima mensilità o titolari di assegni di invalidità civile, pensioni di guerra ed altri. Prestazioni che poco hanno a che fare con la previdenza IVS ma che incidono pesantemente sui numeri.
Se considerassimo, inoltre, l’impatto al netto dell’incidenza fiscale — che per lo Stato è semplicemente una partita di giro — essendo i pensionati tra i maggiori contribuenti IRPEF, l’impatto percentuale sul PIL scenderebbe e sarebbe perfettamente allineato agli altri paesi europei.
Nell’ultima legge di bilancio abbiamo cominciato a vedere qualche significativa novità in materia di previdenza complementare, un tema importante soprattutto per i più giovani, ma non solo, reintroducendo il meccanismo di adesione automatica. Ma non basta, soprattutto per quanto riguarda la nostra collettività. Il ritocco operato sulla deducibilità dei contributi versati è puramente simbolico. Lo abbiamo interpretato come un primo segnale di attenzione, da riprendere quanto prima in termini più significativi. Parliamo di limiti fermi dal 2000, erosi dall’inflazione cumulata di 26 anni. Ci aspettiamo almeno il recupero a valori correnti di quanto abbiamo perso in tutti questi anni.
- Per garantire sostenibilità al sistema previdenziale e l’adeguatezza delle prestazioni, quindi, occorre: creare maggiore occupazione di qualità, con salari più elevati, combattere il sommerso, ma soprattutto avviare un riequilibrio tra primo e secondo pilastro, dando ulteriore slancio alla previdenza complementare — che opera con logiche di capitalizzazione, è immune alle dinamiche demografiche e costituisce un importante investitore di lungo periodo per l’economia reale del Paese.
Ma c’è una questione ancora più a monte. Un sistema previdenziale per essere sostenibile deve essere innanzitutto credibile: deve ingenerare fiducia. Serve un quadro normativo stabile e duraturo, con regole chiare, che non possa essere oggetto di interventi continui per accontentare qualcuno o per aggiustamenti di bilancio di fine anno. Un quadro che deve essere soggetto a riforme, non a interventi spot.
Abbiamo visto in questi anni principi costituzionali progressivamente sacrificati sull’altare dei fabbisogni del bilancio pubblico: il principio della retribuzione differita, della proporzionalità, della non discriminazione fiscale, convertiti in diritti finanziariamente disponibili. Abbiamo visto sentenze che parlano di “importi maggiormente resistenti all’impatto inflazionistico” per tagliarne il potere d’acquisto: una perdita secca strutturale dell’importo pensionistico per tutta la vita residua.
I privilegi sono altrove. Non sono correlati all’importo della pensione, ma si annidano in quel 40% delle pensioni totalmente o parzialmente assistite dallo Stato per mancanza di contributi — in buona parte di persone che risultano addirittura sconosciute all’INPS e all’erario.
Ciò non è accettabile in uno Stato di diritto. Non restituisce credibilità e fiducia al nostro sistema previdenziale, soprattutto nei più giovani, che si domandano non quale sarà il loro futuro previdenziale, ma se ci sarà.
E questa sfiducia favorisce forme di ingaggio nel mondo del lavoro sommerso — un danno per tutti.
4. Chi paga: un sistema fiscale da riformare
Un sistema di welfare così complesso si sostiene principalmente con contribuzioni o imposte dedicate e con il supporto della fiscalità generale. Il nostro sistema fiscale è correttamente ispirato al principio di progressività. In realtà, però, questa progressività ormai riguarda solo lavoratori dipendenti e pensionati, che sostengono l’85% dell’intero gettito IRPEF, con un’aliquota marginale del 43% che scatta già a partire da 50mila euro.
Il proliferarsi di aliquote flat — da ultimi gli autonomi con il 15% fino a 85mila euro di reddito — di cedolari secche e di imposte a tassazione separata ha prodotto effetti distorsivi, creando forti disparità di trattamento tra contribuenti. I dati sono impietosi: il 20% della popolazione sostiene il restante 80%, e circa la metà degli italiani non dichiara nulla al fisco. Più di 10 milioni di persone — con una media di 2,9 congiunti, circa 32 milioni, il 55% della popolazione — hanno chiesto forme di assistenza dietro presentazione dell’ISEE.
Anziché perseguire una maggiore equità e ridurre il sommerso, si è continuato a cercare gettito paradossalmente dai contribuenti più fedeli, concentrandosi sempre sulle stesse persone: persone che hanno sempre assolto ai loro obblighi e che con capacità, dedizione e grandi responsabilità hanno contribuito a fare del nostro Paese una delle principali economie mondiali.
Pertanto, nell’attesa di una riforma più complessiva che si ponga come obiettivo la riduzione della pressione fiscale complessiva, si dovrebbe:
- contrastare con maggiore efficacia l’iniquità prodotta da un sommerso ancora molto elevato che concentra il gettito fiscale su una percentuale troppo contenuta di contribuenti che sono assoggettati a una tassazione gravosa: “pagare tutti, per pagare meno”;
- ridurre la pressione fiscale in particolare su lavoro e pensioni per tutti, visto che si fanno carico della quasi totalità del gettito IRPEF;
- intervenire sulla soglia a partire dalla quale si applica l’aliquota marginale del 43% che scatta a partire da un importo troppo basso, elevandola da 50 mila ad almeno 120 mila euro;
- avviare una riduzione progressiva dell’aliquota marginale verso un livello più equo e confrontabile con altre tipologie di reddito.
Secondo le più recenti previsioni ISTAT ed Eurostat, nei prossimi dieci anni l’Italia rischia di perdere oltre 4 ml di lavoratori per l’uscita dal mercato del lavoro dei cosiddetti baby boomers e delle prime coorti della Generazione X che non saranno rimpiazzati in quantità sufficiente dai nuovi ingressi né da prevedibili flussi migratori.
Se la quantità di lavoro umano diminuirà e una quota crescente di valore aggiunto – e quindi di PIL sarà prodotta da automazione, intelligenza artificiale e sistemi digitali, dobbiamo domandarci se sia ancora valido che la base imponibile continui a gravare quasi esclusivamente sulle persone fisiche o se si debba aprire una riflessione seria sulla rendita da automazione: quella quota di valore che viene generata dall’uso intensivo di tecnologie e algoritmi e che non si traduce automaticamente in base occupazionale adeguata.
Se la tecnologia consente di aumentare produttività e profitti, ma alla fine riduce l’occupazione netta, allora una parte di quel valore aggiunto deve contribuire, in modo equo e intelligente, alla sostenibilità del welfare. Altrimenti il peso ricadrà su un numero sempre minore di lavoratori, rendendo il sistema progressivamente più fragile e meno accettabile socialmente.
È una discussione complessa, che riguarda l’architettura complessiva del fisco, ma è anche una discussione inevitabile, se vogliamo preservare equità e coesione sociale in un Paese che invecchia, si riduce demograficamente e nello stesso tempo ha bisogno di investire enormemente in innovazione, sanità, istruzione, pensioni.
In conclusione
Il welfare pubblico italiano non è condannato. È un sistema che ha retto — e continuerà a reggere — se sapremo prendere le decisioni giuste. Questo Forum è il luogo in cui quelle decisioni si costruiscono, mattone dopo mattone.
Tre richieste concrete, che portiamo qui con la forza della rappresentanza e con la responsabilità di chi guarda al futuro:
- Separazione contabile tra previdenza e assistenza: trasparenza, non tecnicismo. Il diritto di sapere come vengono spesi i contributi di chi lavora.
- Incremento “vero” degli incentivi alla previdenza complementare: non simbolismi, ma misure all’altezza della sfida demografica che abbiamo davanti.
- Riduzione della pressione fiscale su lavoro e pensioni: equità non è una parola astratta. Significa che chi contribuisce di più deve poter vedere riconosciuto il proprio sforzo, non essere considerato solo un finanziatore perpetuo del sistema.
La sostenibilità del welfare non è un problema contabile.
È una questione di fiducia — nelle istituzioni, nel futuro, nel patto tra generazioni.
E per costruire fiducia, dobbiamo dire la verità sui numeri. Tutta la verità.
