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L’arte e i mestieri

Dalle prime civiltà al mondo contemporaneo, attraverso culture e linguaggi espressivi: le arti raccontano il lavoro come piena espressione dell’agire umano

Sembra strano parlare del lavoro, oggi, come di qualcosa che ci è dovuto da parte di qualcuno. Storicamente nell’esperienza umana il lavoro è, infatti, un’attività quotidiana legata non tanto all’imposizione dell’antico racconto biblico quanto alla necessità di sostentarsi e mantenersi in vita.

Quasi superfluo, dunque, specificare che anche il diritto al lavoro scelto dai nostri padri costituenti è un obiettivo che ha consentito di poter delineare l’orizzonte di un lavoro per tutti e non una promessa dello Stato ai suoi cittadini. È piuttosto il dovere che ognuno di noi percepisce nel dare un apporto personale al bene comune che fa sì che si riesca a esprime al meglio il proprio talento, nell’applicare le tecniche dell’ingegno ma anche nel fissare quell’importante addentellato del lavoro che è il riposo umano.

Anche attraverso un excursus temporale, che per ragioni di spazio non può essere che semplificato, è possibile rendersene conto.

L’inizio nelle caverne e prime civiltà

Fu per ringraziare il cielo della buona caccia conclusa, e augurarsi che potesse ripetersi, che gli uomini del paleolitico decoravano le pareti delle loro caverne e intarsiavano oggetti d’osso o ne creavano altri in argilla. Non era percepita alcuna necessità di ornare il proprio ambiente quanto piuttosto quella di attuare veri e propri riti religiosi e propiziatori. È la caccia il primo lavoro umano, anche se a noi oggi non sembra un lavoro propriamente detto. Scene di pesca, agricoltura e manifattura sono invece presenti nelle tombe dei faraoni egizi. Simboli di botteghe artigiane e mosaici di pescatori documentano il lavoro quotidiano intorno al II secolo d.C.

Il medioevo

Il lavoro inizia a essere spesso rappresentato con i Cicli dei Mesi e delle Stagioni nel lungo periodo medievale, nei documenti carolingi del IX secolo e poi nei rilievi e mosaici di chiese, cattedrali e battisteri. Nel Battistero di Parma la mano di Antelami non ha solo supervisionato la costruzione ma è anche intervenuta in modo diretto proprio sui bassorilievi che rappresentano i lavori stagionali. Nel Battistero di Pisa analoghi soggetti sono rappresentati in forma musiva sul pavimento.

Umanesimo e rinascimento

Scene di cantiere sono anche rappresentate da Spinello Aretino nella sua famosa Battaglia Navale nel Palazzo Pubblico di Siena: illustrano con minuzioso dettaglio il mestiere della guerra. I lavori relativi alle stagioni continuano a essere riprodotti con realismo e il lavoro agricolo viene rappresentato con dettaglio da Pieter Bruegel il Vecchio, nel 1500, su sei tavole ciascuna con due stagioni e due lavori che si inseriscono perfettamente nella continuità di questa tradizione. “La mietitura” e “La fienagione” rappresentano i dipinti più noti.

Il dettaglio meraviglioso del barocco

In questo periodo l’attenzione è rivolta alla realtà popolare di mercati, botteghe, ma anche gli interni domestici riproducono con realismo la fatica della quotidianità. Vermeer e Rembrandt ritraggono spesso artigiani, scienziati, mercanti o popolane illustrando i dettagli della prosperità economica come ne “La donna che cuce” o ne “La lattaia”, ma anche nel dipinto a tema religioso “La parabola dei lavoratori nel vigneto” che in realtà si svolge in una stanza. Non dimentichiamo la natura morta caravaggesca della “Canestra di Frutta” che è comunque l‘esito di un lavoro già compiuto.

Il lavoro e il riposo

Successivamente la rappresentazione del lavoro assume una connotazione che è sempre più sociale: la fatica emerge spesso con verismo come nel celebre dipinto dei “Piallatori di parquet”, olio su tela di Gustave Caillebotte, in cui la plasticità è resa dalla luce che illumina i lavoratori e la loro opera: dalla finestra colpisce il pavimento ma delinea e quasi scolpisce anche la fisicità degli uomini al lavoro. Ma cosa meglio del riposo può dare testimonianza del lavoro svolto? Vincent Van Gogh in “Rest from Work after Millet” si ispira all’opera di un pittore che ammirava, Millet appunto, che a sua volta aveva reso in una serie di dipinti “le quattro ore del giorno”. Le due opere seppur con stile differente rappresentano un soggetto simile.

 Il Quarto Stato

In questo famosissimo quadro di inizio ‘900 di Pellizza da Volpedo, i lavoratori sembrano emergere da un’oscurità profondissima fino alla luce, che richiama forse la speranza e il progresso. È certamente un’immagine positiva, che rappresenta il lavoro in un tempo denso di agitazioni sociali e di protesta. In quest’opera lavoro e protesta si fondono e appare rappresentata un’intera e nuova categoria.

Uomini in pausa e in bilico

A rappresentare il XX secolo c’è anche un iconico scatto attribuito a Charles Clyde Ebbets “Lunch atop a Skyscraper” che riprende undici operai impegnati nella costruzione di uno stabile al Rockefeller Plaza Center, nel 1932, durante la loro pausa pranzo: stanno amabilmente insieme mentre mangiano seduti su una trave d’acciaio, sospesi a decine di metri di altezza con sorrisi e sguardi che manifestano sprezzo del pericolo. Anche in questo caso nessuno è all’opera, chi lavora in realtà è il fotografo. Forse ispirandosi a questo scatto nasce il ciclo di dipinti “I Costruttori” (Les Constructeurs) del pittore cubista Fernand Léger, in cui figure umane dai tratti robotici costruiscono con sbarre colorate un’opera non identificata della quale non è visibile il contesto e la forma.

Il dramma del lavoro infantile

È Banksy invece il rappresentante di questa tematica nel XXI secolo o comunque dell’età contemporanea: nel suo murale sul tema del lavoro non c’è qualcuno che opera nell’area digitale, impegnato nelle scoperte dell’intelligenza artificiale o attivo in qualche altra area del transumanesimo. C’è un bambino che lavora con la macchina da cucire. A prima vista il bimbo sembra giocare, in realtà sta rifinendo una bandiera. Ciò che Bansky rappresenta e denuncia con quest’opera è la vergogna nascosta del nostro secolo: l’utilizzo dei bambini per pochi soldi, sfruttati e sottopagati, nelle zone più povere del mondo.

Tarkovskij e la campana

Anche nel cinema ci sono stati capolavori che hanno narrato il genio dell’uomo all’opera. Tra questi vi è Andrej Rublev, il film di Andrej Tarkovskij dedicato al celebre pittore del XV secolo, in cui la costruzione di una campana è affidata a un ragazzino che riesce nell’intento senza aver davvero mai conosciuto l’arte del padre che aveva detto, mentendo, di conoscere perché a lui tramandata. È un passaggio assai rappresentativo di come il talento possa esprimersi anche in assenza di un vero maestro, solo perché ci appartiene e lo sappiamo scovare con determinazione e passione.

 

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