Il Mezzogiorno continua a rappresentare il principale punto di frattura del mercato del lavoro italiano. I dati più recenti sul tasso di occupazione (15 – 64 anni) confermano un divario strutturale: a fronte di una media nazionale intorno al 62%, le regioni meridionali si attestano mediamente tra il 49% e il 50%. Una distanza significativa, che non si riduce nemmeno guardando alle singole realtà territoriali. Solo poche regioni si avvicinano agli standard nazionali: l’Abruzzo raggiunge circa il 62%, mentre la Sardegna si colloca su valori intermedi, intorno al 57 – 58%. Più critica la situazione di Campania e Calabria, ferme tra il 45% e il 47%, così come quella della Sicilia, che con un tasso di occupazione di circa il 47% conferma una condizione di persistente debolezza. Il quadro complessivo restituisce un Mezzogiorno a più velocità, ma con un denominatore comune: una partecipazione al lavoro inferiore, una maggiore incidenza di inattività e una qualità dell’occupazione spesso fragile, soprattutto tra giovani e donne. Una fotografia che non sembra cambiare anche oggi, alla vigilia della conclusione del Pnrr che ha, sì, inciso sugli indici di occupazione ma ha evidenziato tutte le fragilità della macchina amministrativa.
Incentivi e politiche
Negli ultimi anni, le politiche pubbliche hanno tentato di aggredire il divario attraverso strumenti mirati: decontribuzione per le imprese, incentivi all’assunzione di giovani e donne, e soprattutto la creazione della ZES unica per il Sud, pensata per attrarre investimenti e rafforzare il tessuto produttivo. A questi interventi si è affiancato il contributo decisivo del Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza. Il Pnrr rappresenta infatti la più grande occasione di investimento pubblico degli ultimi decenni, con un vincolo esplicito: destinare almeno il 40% delle risorse territorializzabili al Mezzogiorno. Secondo le analisi della Fondazione IFEL, questo obiettivo è stato sostanzialmente rispettato, con una quota effettiva che si attesta tra il 40% e il 41%. In termini assoluti, significa decine di miliardi destinati alle regioni meridionali. Quante di queste siano state spese, però, è un altro discorso.
Risorse allocate ma non utilizzate
È nella fase di attuazione finanziaria che emergono le principali criticità. I dati della Fondazione IFEL mostrano infatti un quadro avanzato sul piano procedurale, ma ancora incompleto su quello della spesa effettiva. Secondo il rapporto Ifel-Anci sullo stato di attuazione del Piano, a metà 2024 risultano attivati interventi per circa 165 miliardi di euro, pari all’85% della dotazione complessiva del Pnrr. Tuttavia, la spesa effettivamente sostenuta si ferma a circa 51,4 miliardi, cioè poco più del 31% delle risorse attivate. Un ulteriore elemento chiave riguarda il ruolo degli enti locali. I comuni – principali attuatori del Piano – hanno mostrato una buona capacità nella fase di avvio: circa il 68,7% dei bandi risultava già aggiudicato a fine 2024; più recentemente, gli enti locali hanno raggiunto oltre l’80% delle somme aggiudicate nei bandi pubblicati. Questo indica una forte accelerazione nella fase amministrativa, ma non ancora una corrispondente velocità nella spesa finale.
Il vero collo di bottiglia, sottolineato dalla stessa IFEL, resta la fase esecutiva: trasformare i progetti in cantieri completati e pagamenti effettuati. In particolare, nel Mezzogiorno, incidono fattori strutturali come: la carenza di personale tecnico nei comuni; la frammentazione amministrativa (molti piccoli enti); la complessità delle procedure di gara e rendicontazione. In questo contesto si crea un paradosso: l’Italia – e il Sud in particolare – non ha più un problema di risorse, ma di capacità di spesa.
Un rafforzamento della managerialità potrebbe agire come moltiplicatore degli effetti del Pnrr, migliorando l’efficienza della spesa e favorendo la nascita di imprese più solide e competitive
Cercasi manager
È questo il vero paradosso del Sud: una crescita economica senza una corrispondente crescita della managerialità. Le imprese, pur beneficiando di incentivi e nuovi investimenti, continuano a operare con modelli organizzativi tradizionali, spesso a conduzione familiare e con una limitata apertura a competenze esterne. Il risultato è un sistema produttivo che cresce, ma fatica a fare un salto di qualità in termini di produttività, innovazione e internazionalizzazione. Come evidenziato anche dagli studi della Svimez, la carenza di managerialità incide direttamente sulla capacità delle imprese di pianificare e competere, limitando l’efficacia degli investimenti pubblici. Senza manager, infatti, diventa più difficile gestire processi complessi; adottare tecnologie avanzate; accedere a mercati esteri; trasformare investimenti pubblici in risultati economici duraturi. Un tema di rilievo ancora maggiore alla luce del Pnrr. Il Piano non è solo un programma di spesa, ma un insieme di progetti che richiedono capacità gestionali elevate, coordinamento tra attori pubblici e privati e una visione strategica di medio-lungo periodo. In questo contesto, la debolezza manageriale del Mezzogiorno rischia di diventare un vero collo di bottiglia, come sottolineato anche in diversi report di SRM Studi e Ricerche per il Mezzogiorno. Il rischio concreto è che gli investimenti – pur rilevanti – producano effetti limitati nel tempo, generando occupazione temporanea ma non trasformazione strutturale. Al contrario, un rafforzamento della managerialità potrebbe agire come moltiplicatore degli effetti del Pnrr, migliorando l’efficienza della spesa e favorendo la nascita di imprese più solide e competitive. In questa prospettiva, la sfida per il Mezzogiorno non è soltanto attrarre risorse, ma costruire una nuova classe dirigente diffusa, capace di governare la complessità dello sviluppo e di trasformare una fase di investimento straordinario in crescita stabile e sostenibile.
La sfida per il Mezzogiorno non è soltanto attrarre risorse, ma costruire una nuova classe dirigente diffusa, capace di governare la complessità
