Oltre i numeri

Dietro alcune rilevazioni positive sul mercato del lavoro, emerge la questione salariale, un’occupazione spesso fragile e un mismatch delle competenze che penalizza la crescita

Leggendo il bollettino del Cnel sul mercato del lavoro, frutto di una collaborazione con l’Istat, si ha un’immagine forse un po’ edulcorata dell’andamento di questo mercato. L’occupazione cresce, sale anche il tasso di occupazione, scende quello della disoccupazione. Aumenta l’occupazione femminile, diminuisce il numero dei Neet, tiene bene l’occupazione degli over 50. Insomma, tutto procede per il meglio, c’è da essere soddisfatti e soprattutto fiduciosi che tanti problemi del mondo del lavoro o sono un ricordo o stiano per diventarlo.

Il problema è che la realtà è diversa da come ci viene raccontata. Se si scende appena sotto la superficie le difficoltà si palesano immediatamente, il quadro si fa più complesso e per diversi motivi. Il primo guaio è la tenuta dei salari italiani. Crescerà anche il numero degli occupati, e poi vedremo come e perché, ma le loro retribuzioni soffrono. Negli ultimi trent’anni i salari nei maggiori paesi europei, parliamo di Francia, Germania, Regno Unito, sono cresciuti, chi più chi meno, del 30%, quelli italiani, nello stesso lasso di tempo sono diminuiti, poco ma sono diminuiti. Si è diffuso il fenomeno, tristissimo, dei worker poor, la classe lavoratrice povera, persone che lavorano, hanno un salario, ma non arrivano, se non a stento e a volte non ci riescono, alla fine del mese. Realtà che non coincide con l’immagine di un mercato del lavoro felice.

Si è diffuso il fenomeno, tristissimo, dei worker poor, la classe lavoratrice povera, persone che lavorano, hanno un salario, ma non arrivano, se non a stento e a volte non ci riescono, alla fine del mese

Ma c’è anche da chiedersi se effettivamente il numero dei lavoratori cresce, o meglio se cresce il lavoro. Perché l’Istat ha sue regole per calcolare il lavoro, rientra nel numero di chi ha un lavoro anche chi è impiegato due giorni al mese. Ma allora si sfasa tutto e ci si accorge di quante persone risultano impiegate in apparenza più che realmente. Ci sono i part time, spessissimo involontari, che sono occupati solo per pochi giorni la settimana, c’è chi lavora solo nel week-end, chi ha un lavoro stagionale, chi viene assunto solo per pochi giorni o poche settimane. Sia chiaro, la gran parte dei lavoratori censiti dall’Istat ha un lavoro stabile e dignitoso, ma gli altri, gli irregolari, sono tanti e pesano in negativo su quella fotografia del mercato del lavoro.

Se si vuole capire l’esatta salute del mondo del lavoro bisogna tenere nel conto anche questi aspetti, che non sono marginali. Il dato più rilevante sarebbe quello delle ore lavorate, perché è abbastanza asettico, ma non viene molto spesso diffuso. E, se si vuole davvero conoscere la realtà, occorre tenere presente il fenomeno del mismatch, la mancata coincidenza tra domanda e offerta di lavoro. È una realtà in tutto il mondo industrializzato, ma da noi il 60% delle richieste di lavoro non trova una risposta soddisfacente. I produttori, soprattutto gli industriali, cercano lavoratori ma non li trovano. Gli istituti tecnici vengono presi d’assalto, si contattano ragazzi che hanno ancora davanti uno o due anni di studio per accaparrarsi non solo i migliori, in genere chi si sta per diplomarsi.

I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, secondo il bollettino Cnel, sono in diminuzione. Ma sono tanti, più di un milione di ragazzi che vivono in un limbo, non studiano e non lavorano, non frequentano corsi di formazione, non cercano un lavoro

Un problema vero, in grado di bloccare l’economia, perché è evidente che se un’impresa vuole fare un investimento, per esempio acquistare una macchina che costa moltissimo, ma sa che poi non avrà le persone in grado di farla lavorare, be’, è evidente che non comprerà quella macchina. Ed è un investimento, magari importante, ma sempre qualcosa in grado di produrre efficienza. Il guaio è che questa realtà si sta rapidamente estendendo anche ai lavoratori non particolarmente specializzati, fino agli operai generici. Mancano i cervelli, ma anche le braccia, e allora è inutile dire che l’occupazione aumenta, la realtà è la caccia affannosa di tante aziende, specie in alcune regioni, alla ricerca di persone da occupare.

Connesso strettamente a questa realtà, è del resto il fenomeno, anche questo molto triste, di chi espatria per trovare un lavoro. Centinaia di migliaia di ragazzi preferiscono andare a lavorare fuori i nostri confini, spesso molto acculturati, laureati o diplomati. Per cercare una retribuzione più elevata o un sistema di lavoro più accattivante o più efficiente. Persone che noi abbiamo istruito con grande dispendio di risorse, che però al momento buono preferiscono andarsene. Colpa dei bassi salari? Non solo.

C’è chi va all’estero e chi rimane a casa. I Neet, i giovani che non studiano e non lavorano, dice il bollettino del Cnel, sono in diminuzione. Se lo affermano i dati dell’Istat sarà certamente vero, ma sono tanti, più di un milione di ragazzi che vivono in un limbo, non studiano e non lavorano, non frequentano corsi di formazione, non cercano un lavoro. Sono attualmente, dati del 2024, 1,3 milioni, il 15,2% del totale. L’Italia detiene il triste primato con questa percentuale che è seconda solo a quella della Romania dove il 19,4% dei giovani tra i 15 e i 29 anni non lavora e non studia. Uno spreco di talenti e di energie in un paese che non riesce a coprire le richieste di lavoro del mondo della produzione.

Forse il mercato del lavoro non è così roseo come viene descritto.

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