La nuova guerra ha fatto tornare vecchie ombre che sembravano dimenticate: la paura che l’economia possa rallentare ancora per via di un effetto a cascata sulle catene di distribuzione. Al centro dei timori, due passaggi fondamentali anche per le imprese italiane: lo stretto di Hormuz e il canale di Suez.
Un rallentamento del commercio globale, infatti, rischierebbe di peggiorare ancora un dato che è tornato in negativo: quello delle esportazioni italiane verso i Paesi extra Ue. A gennaio sono calate del 6%, rileva l’Istat.
Una notizia che arriva quando ancora non si era raffreddato l’entusiasmo per un 2025 chiuso sorprendentemente in positivo, nonostante i dazi.
Le imprese italiane hanno tenuto, anche grazie a una capacità di adattamento strutturale, maturata in anni di shock consecutivi, osserva Alessandro Terzulli, capo economista di Sace, il gruppo assicurativo finanziario partecipato dal Ministero dell’Economia. Ma ovviamente anche perché il Made in Italy resta molto richiesto.
Nonostante il fatto che i dati dell’export di gennaio portino a ridimensionare le aspettative: le esportazioni extra-Ue hanno registrato un -6%. Cosa abbiamo venduto di meno lo chiarisce l’Istituto per il commercio estero: beni strumentali e prodotti energetici. Dove abbiamo venduto in meno, anche questo lo dice l’Ice, e non è una sorpresa: le esportazioni negli Stati Uniti sono calate del 7%. Ancora peggio quelle verso Giappone, Regno Unito e Paesi sudamericani del blocco Mercosur. Per questi, in particolare, si attendono, evidenzia il presidente dell’Ice, Matteo Zoppas, «potenziali effetti positivi, soprattutto nel medio e lungo termine, derivanti dall’applicazione provvisoria dell’accordo Ue-Mercosur annunciata dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen».
Incoraggianti, invece, i segnali che vengono da due mercati: Svizzera, + 15%, e Cina, +14,5%. Segno di un Made in Italy pronto a orientarsi verso nuove mete per mantenere un ritmo di produzione elevato.
Lo mostra anche l’ultima mappa dell’export elaborata da Sace, e disponibile anche online. Da cui è possibile individuare i mercati “alternativi” più promettenti per le nostre imprese, spiega Terzulli: «Tra questi ci sarebbero proprio i Paesi del Golfo, in Medio Oriente, in cui l’export è cresciuto del 19% nel 2025. E poi Cina, India, Sudest asiatico e anche America Latina». L’attenzione resta sulla Cina dove, ricorda Terzulli, ci sono margini di crescita: «Sappiamo che c’è un potenziale a lungo termine da cogliere ed è ancora fortemente inespresso per l’Italia. Nell’ambito della frammentazione globale, ed evitando dipendenze, è un mercato cui guardare».
Potrebbe esserlo ancora di più con la nuova crisi in Medio Oriente, i cui effetti sono difficili da anticipare. Ma intimoriscono le imprese. Confindustria parla di una drammatica situazione internazionale, in cui è fondamentale lavorare sulla competitività. L’obiettivo è continuare a crescere. Ma che non sia facile lo dimostrano gli ultimi dati Istat sul fatturato della produzione industriale.
Nel 2025 è tornato a salire, anche se di poco: +0,6%, dopo un anno, il 2024, in cui un -4,3% aveva fatto parlare di crollo. La spinta è arrivata alla fine dell’anno scorso, grazie al traino delle esportazioni.
Uno scenario in cui emerge con forza il ruolo dell’industria farmaceutica, ormai pilastro del Made in Italy. Se nel 2025 l’export italiano è cresciuto del 3,3%, il 2,5 è dovuto ai prodotti farmaceutici, calcola l’Ice.
Il settore da solo vale circa 70 miliardi di euro di esportazioni, secondo solo alla meccanica, e si è sviluppato a un ritmo impressionante negli ultimi anni: +28,5% l’anno scorso. Merito, in parte, della tendenza all’innovazione e a investire in ricerca e sviluppo, come mostra il rapporto “Fab13” della fondazione Edison, e infatti c’è anche un aumento dei brevetti, uno dei motivi per cui farmaci e vaccini italiani hanno sempre più successo all’estero.
In generale, comunque, la nostra manifattura, la seconda in Europa dopo la Germania, è responsabile del 50% della spesa totale nazionale delle spese in ricerca e sviluppo, spiega Confindustria. Non fa eccezione il settore che è il principale per vendite all’estero: quello di macchinari e apparecchiature, che continuano a essere all’avanguardia.
L’immagine simbolo del Made in Italy, però, resta quella del “bello e ben fatto”: così sempre Confindustria definisce l’export italiano di qualità, che comprende classici come l’alta moda e l’enogastronomia. Questo export italiano di qualità vale oltre 170 miliardi, ma potrebbe crescere di quasi altri 30, stima la confederazione di imprese.
Anche grazie ad aziende che hanno migliorato la loro adattabilità, dice ancora Terzulli: «Le imprese italiane nel tempo sono diventate più resilienti. Almeno a giudicare dai risultati dell’export. L’incertezza globale non si sta riflettendo proporzionalmente in un’incertezza aziendale. Quest’ultima aumenta, ma molto di meno. E questo sta alimentando una capacità di adattamento, di riorganizzazione delle filiere che fa sì che gli impatti siano più contenuti».
Molto dipende dalla struttura della singola azienda. Ma c’è un elemento che torna nel tempo: le imprese che riescono a vendere all’estero con costanza sono quelle con una struttura manageriale più solida, e, in molti casi, anche le più grandi. È quanto si legge nell’ultimo rapporto ICE sull’Italia nell’Economia mondiale (edizione 2024-25). Ma non solo: più le imprese sono inserite in un sistema che le mette a contatto con l’estero e con strutture che promuovono il commercio con altri Paesi, più riescono a far crescere il proprio export.
Intanto a livello di produttività è cresciuto il divario tra le aziende italiane e quelle di altri Paesi, evidenzia un rapporto della Banca d’Italia sul tema (Occasional Papers n.953). Anche per questo si deve modernizzare l’industria, chiosa Bankitalia. Uno sforzo che chiama in causa non solo la politica industriale, ma la capacità del management di guidare questa trasformazione.
