Una vocazione da ritrovare

La vivacità imprenditoriale del Paese affronta una stagione densa di sfide. Ecco perché è fondamentale investire sulla formazione e dare più spazio ai giovani

Quando si parla di Made in Italy, spesso e volentieri, ci si dimentica di parlare di imprenditoria, dando per scontato che siamo un popolo di imprenditori e che il genius loci e la straordinaria storia del saper fare costituiscano un patrimonio su cui potremo sempre contare. Come osserva il Professor Alessandro Zattoni nel suo ultimo saggio Faber fortunae, «in Italia l’impresa non nasce per caso, e non somiglia a nessun’altra: è il frutto di una civiltà che ha saputo fondere il rigore della tecnica con l’armonia della forma, l’etica del lavoro con la ricerca del bello».

Ma siamo certi che stiamo facendo le scelte corrette per garantire la continuità e la necessaria rigenerazione di tale eredità?

Il Global Entrepreneurship Monitor, meglio conosciuto come indagine GEM, la più estesa rilevazione dell’attività imprenditoriale a livello internazionale (avviata nel 1999) ci dice che così non è. «Da diversi anni – si legge nell’indagine 2020-2021 – il nostro Paese è agli ultimi posti della graduatoria per vivacità imprenditoriale della popolazione adulta. Ciò vale sia in generale sia rispetto ai paesi avanzati, cioè con un livello di sviluppo paragonabile a quello dell’Italia. Il basso livello di attivazione imprenditoriale nel nostro Paese è ancora più rilevante per le donne. I risultati dell’indagine GEM ribaltano quindi la percezione diffusa dell’Italia come Paese ad elevata vivacità imprenditoriale. Questa percezione, indotta dall’elevata presenza di piccole e medie imprese, non trova corrispondenza nei dati: il tasso di attivazione imprenditoriale nel nostro Paese è strutturalmente basso».

Da diversi anni – si legge nell’indagine Global Entrepreneurship Monitor -il nostro Paese è agli ultimi posti della graduatoria per vivacità imprenditoriale della popolazione adulta

Si potrebbe addebitare le cause alle arcinote difficoltà burocratiche e di reperimento di capitali finanziari – aspetti che sicuramente hanno un peso -, eppure i fattori che più influiscono sulla propensione imprenditoriale sono altri, intangibili e inafferrabili.

L’indagine ha posto agli intervistati domande di questo genere: Conosce qualcuno che ha avviato una nuova attività? Pensate che vi siano buone opportunità per iniziare una nuova attività nel vostro territorio? Quanto ritenete sia facile avviare un’attività nel vostro Paese?

Le risposte offrono una mappa tanto chiara quanto disarmante dell’orizzonte entro il quale si muovono i giovani italiani: l’effetto role model, associato alla conoscenza di imprenditori, è molto basso; la percezione di opportunità è assai modesta; la confidenza nelle proprie capacità non è abbastanza solida; la paura di fallire è tanta. Da qui nasce la discrepanza tra l’intenzione imprenditoriale e l’effettiva attivazione di avviare un’impresa, una discrepanza maggiore rispetto alla media europea.

L’ultima indagine 2024-2025, rileva che l’Italia non solo rimane fra i paesi a più bassa propensione imprenditoriale, ma si distingue tra quelli nei quali è più ampio il gap fra la tendenza imprenditoriale della popolazione e l’effettiva attivazione di nuove imprese. Quindi, potremmo dire, che nelle intenzioni siamo o potremmo ancora essere un popolo di imprenditori. Di mezzo, però, c’è un grande assente: l’educazione e la formazione a fare impresa.

Il discrimine nel passare dalla propensione all’effettivo avvio di nuove imprese – ovunque nel mondo – è l’istruzione: i laureati mostrano un TEA – Total early-stage Entrepreneurship Activity – superiore al 15%, rispetto ai non laureati in cui si attesta appena sotto il 10 per cento. L’Italia ha una quota di laureati sulla popolazione adulta fra le più basse nell’Unione europea (terzultimi, dopo Romania e Ungheria) e non ha neanche un’educazione strutturata a sviluppare competenze di imprenditorialità, che tanto servono nel mondo del lavoro attuale a qualsiasi lavoratore.  Inoltre, se si guarda all’età media dei nostri capi azienda, si apre anche un altro fronte, quello della transizione generazionale che potrebbe non trovare necessariamente all’interno della famiglia un erede o, quantomeno, l’erede più adatto per assicurare la business continuity. Secondo l’Osservatorio AUB (AIDAF, UniCredit, Bocconi) 2024, nelle imprese familiari un leader su quattro supera i 70 anni e i leader entranti sotto i 50 anni non sono la maggioranza, sebbene i dati dimostrino che le performance migliorano laddove i leader sono più giovani. Inoltre, il progressivo tracollo demografico non assicura sempre – e assicurerà sempre meno – la presenza di una prole pronta a prendere le redini delle aziende. Perché, allora, non immaginare di far crescere nuove generazioni di persone talentuose, non figlie d’arte, ma con spiccata attitudine imprenditoriale, e formarle adeguatamente per portare avanti quell’eredità tanto preziosa che ancora ci contraddistingue? Gli effetti anche in termini di mobilità sociale, accesso alle opportunità e riconoscimento del merito potrebbero dare una scossa generativa al Paese. Oggi la maggior parte degli studenti che frequentano i master di imprenditoria sono figli di capi azienda. Puntare ad ampliare la platea, iniziando a educare all’imprenditorialità nelle scuole superiori porterebbe benefici a tutti. E cosa succederebbe se la inserissimo sin dalla scuola primaria, come avviene nei paesi scandinavi, che non hanno certo una tradizione del fare impresa paragonabile e quella italiana?!

L’Italia ha una quota di laureati sulla popolazione adulta fra le più basse nell’Ue (terzultimi, dopo Romania e Ungheria)

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