Scegliere per competere

Presidiare le filiere strategiche, governare le transizioni e accompagnare le imprese. Incontriamo Valentino Valentini, Viceministro al MIMIT

Valentino Valentini, Viceministro al Ministero delle Imprese e del Made in Italy

Viceministro, il mondo è cambiato. Le tensioni geopolitiche si moltiplicano e la competizione globale diventa ogni giorno più aggressiva. Dove deve andare la politica industriale italiana per tenere il passo?

La risposta è una sola: smettere di rincorrere e iniziare a scegliere. L’Italia non può competere su tutto, ma può – e deve – presidiare con determinazione le filiere dove è forte e dove si gioca il futuro: energia, materiali avanzati, elettronica, agroalimentare di qualità, meccanica. Gli ultimi anni hanno mostrato quanto costino le dipendenze geopolitiche quando i rapporti internazionali si incrinano. Non si torna indietro alla globalizzazione di vent’anni fa: le catene del valore si sono frammentate e questa è la nuova normalità. Competere oggi significa costruire supply chain resilienti, investire nelle tecnologie abilitanti e stringere alleanze solide con i partner del G7 e dell’UE. Non è protezionismo: è strategia.

Competere oggi significa costruire supply chain resilienti, investire nelle tecnologie abilitanti e stringere alleanze solide con i partner del G7 e dell’UE

A gennaio il Governo ha presentato il “Libro Bianco” Made in Italy 2030. Una visione ambiziosa. Ma cosa contiene davvero, e perché le transizioni digitale, ambientale e sociale sono così decisive?

 Per la prima volta l’Italia si è data una strategia industriale scritta, con obiettivi chiari e un orizzonte temporale definito. Il documento non vuole essere un libro dei sogni: prevede proposte concrete, dall’Industry bond per mobilitare investimenti privati allo sviluppo del nucleare di nuova generazione, fino a criteri preferenziali negli appalti pubblici per chi produce in Europa e nel G7. Il punto più delicato, però, sono le transizioni. Digitale, ambientale e sociale non sono tre binari separati: corrono insieme, e se una accelera troppo senza che le altre stiano al passo, il sistema si inceppa. La sfida per le istituzioni è proprio questa: non annunciare la transizione, ma governarla. Tradurre la strategia in misure operative capaci di accompagnare davvero le imprese – soprattutto le più piccole – lungo un percorso che ormai è imprescindibile.

L’Italia è un Paese di piccole imprese. Un punto di forza, ma anche un limite quando si tratta di innovare, crescere e conquistare mercati esteri. Come si risolve il nodo delle competenze manageriali?

 Il problema è noto, ma vale la pena dirlo chiaramente: una Pmi eccellente nel prodotto ma povera di management difficilmente riesce a fare il salto. Internazionalizzare, adottare tecnologie digitali avanzate, accedere ai mercati dei capitali – tutte attività che richiedono competenze che raramente si trovano all’interno di una piccola impresa. Ma ciononostante, gli strumenti ci sono. Il Temporary Export Manager porta nelle aziende profili di alto livello senza i costi fissi di un’assunzione strutturata. Fondirigenti e i fondi interprofessionali finanziano formazione e aggiornamento. Le reti d’impresa e le aggregazioni aiutano a fare massa critica. Ma serve un cambio di cultura: il manager non è un lusso per le sole grandi aziende. È la condizione perché una buona impresa diventi un’impresa competitiva.

Va detto chiaramente: una Pmi eccellente nel prodotto ma povera di management difficilmente riesce a fare il salto

Federmanager ha scelto il MIMIT per allestire una mostra sui suoi ottant’anni di storia. Una scelta di particolare valore. Che ne pensa?

Sì, certamente. Raccontare ottant’anni di industria e management italiano in un ministero che ha per missione la competitività del sistema produttivo non è melanconica nostalgia: è la forza di un argomento. Dimostra che il Made in Italy non è uno slogan pubblicitario, ma un modello costruito nel tempo, fatto di scelte coraggiose, capacità di adattamento e una cultura del fare che non ha equivalenti. Le istituzioni fanno bene a custodire questa memoria e a renderla visibile, perché serve soprattutto alle nuove generazioni di imprenditori e manager: sapere che l’Italia ha già attraversato stagioni difficili – e ne è uscita – è una delle poche forme di ottimismo che si regge sui fatti.

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