L’ora del Mezzogiorno

Alle radici del Sud, tra le scelte che ne hanno determinato politiche sociali ed economiche. Con la grande opportunità del Pnrr da non fallire. Intervistiamo Leandra D’Antone, Professore ordinario di Storia contemporanea presso l’università La Sapienza

Professoressa, si parla da decenni di “riscatto” del Sud, ma perché ancora oggi si è costretti a evidenziare le potenzialità dei territori meridionali e non una loro progressiva affermazione?

 

Non trovo adatto il termine “riscatto” a proposito del Sud. Non stiamo parlando di un territorio uniforme e derelitto, ma di un pezzo del mondo ricco, con fenomeni regressivi divenuti negli ultimi 15 anni sempre più allarmanti: risorse produttive, culturali e ambientali sempre più trascurate e risorse umane giovani e qualificate costrette ad una emigrazione senza ritorno. Premetto che il divario tra aree territoriali non è di per sé patologico; lo è quando la divergenza si allarga o diventa eccessiva per l’incapacità delle politiche pubbliche di orientare gli investimenti.

 

Negli anni più recenti la divergenza territoriale ha assunto una forma patologica e tendenzialmente irreversibile (con punte di divario di quasi metà del Pil rispetto al Centro-Nord), quale non esisteva dagli anni immediatamente successivi alla Seconda guerra mondiale. L’hanno determinata gli effetti assai maggiori sulle regioni meridionali della grande crisi finanziaria del 2007-2011, quelli della pandemia e, soprattutto, l’emigrazione giovanile, insieme all’inversione della curva demografica. Il divario non era diventato ancora patologico nemmeno alla fine dell’”età giolittiana”, quando l’industrializzazione era concentrata nel noto “Triangolo” settentrionale, ma la differenza di Pil era sotto il 20%. Sebbene vi fosse moltissima povertà nelle campagne e non solo in quelle del Sud, le politiche pubbliche dello Stato liberale avevano nel complesso favorito lo sviluppo di tutti i territori.

 

Alla fine della Seconda guerra mondiale, in seguito alle maggiori distruzioni belliche, alla chiusura delle porte migratorie in Usa e alle politiche autarchiche e di riarmo del fascismo, il Pil del Sud era precipitato al 51% di quello del Centro-Nord. Ma grazie agli investimenti pubblici e privati attuati negli anni Cinquanta-Sessanta, quelli del “miracolo economico” italiano, sostenuti dagli aiuti internazionali in dollari, il Sud crebbe con indicatori più alti rispetto al Centro-Nord. Anche negli anni del passaggio all’euro e della Nuova programmazione economica di Carlo Azeglio Ciampi e Fabrizio Barca, sostenuta dai fondi strutturali e dalle politiche regionali europee, si è avuta una modesta ma significativa convergenza. La sinergia tra istituzioni internazionali e nazionali, e buone politiche pubbliche nazionali fondate su un “meridionalismo condiviso”, hanno finora favorito lo sviluppo non solo delle regioni meridionali, ma dell’Italia intera. Determinanti sono stati in passato e continuano a rimanere gli investimenti innovativi nei collegamenti fisici e immateriali, l’istruzione e la ricerca, e la qualità delle istituzioni pubbliche, sia ordinarie che straordinarie.

 

Grazie agli investimenti pubblici e privati attuati negli anni del “miracolo economico” italiano, sostenuti dagli aiuti internazionali in dollari, il Sud crebbe con indicatori più alti rispetto al Centro-Nord

 

Quali sono le cause che hanno determinato, negli oltre 70 anni di esperienza repubblicana, i divari di crescita rilevati?

 

Come ho ricordato l’esperienza repubblicana non è stata caratterizzata dai divari di crescita, semmai dalla loro riduzione; è avvenuto in dimensioni rilevantissime e tempi rapidissimi negli anni della Ricostruzione, quelli del Piano Marshall e della Cassa per il Mezzogiorno, che hanno agito in efficace sinergia; il primo puntando sulla competitività dell’industria italiana pubblica e privata e sulla trasformazione moderna dell’agricoltura, la seconda su investimenti nel campo delle infrastrutture di ogni tipo e dell’energia, erroneamente considerati come semplici prerequisiti per l’industrializzazione, in quanto essi stessi “industriali”. È stato il caso della realizzazione di impianti idroelettrici con grandi invasi (il grande progetto di Francesco Saverio Nitti per l’industrializzazione del Sud) o dell’impianto nucleare sul Garigliano, costruito e attivato in tempi record fra il 1960 e il ‘64 dall’Iri e dalla Cassa per il Mezzogiorno.

 

A sfavore del trend positivo ha invece agito, ancor prima che la crisi del dollaro e la crisi petrolifera dei primi anni Settanta, il mutamento nell’indirizzo delle politiche meridionaliste, fino allora condivise in ambito nazionale e internazionale e affidate ad istituzioni efficienti come l’Iri, e la Cassa per il Mezzogiorno, cui nel 1953 si era aggiunto l’Eni di Mattei. Nel 1956 nacque il ministero delle Partecipazioni statali che impose l’obbligo di localizzare il 40% degli impianti industriali delle imprese pubbliche nel Sud (il 60% dei nuovi). Quella scelta, pur ispirata alle migliori idee di equità territoriale, segna l’inizio di un “meridionalismo quantitativo” destinato ad allontanarsi sempre di più dalla qualità degli investimenti e ossessionato dalle percentuali delle risorse assegnate. L’intervento straordinario si dovette consegnare progressivamente alle interferenze dei partiti e delle loro correnti prima ancora che nascessero il ministero per il Mezzogiorno nel 1965 e le Regioni nel 1970.

 

Oggi abbiamo di fronte l’occasione del Pnrr, quale può essere la strada per non commettere gli errori del passato?

 

Il Pnrr è stato messo a punto in una situazione politica italiana e della Unione europea tra le più complesse. Fa parte del Recovery fund-Next generation del valore complessivo di oltre 1000 miliardi di euro: vera svolta nelle politiche dell’Unione Europea in difficoltà sia per asimmetrie economiche tra i suoi Paesi più forti, sia per l’insidia permanente dei Paesi sovranisti, membri Ue ma ostili all’euro. Gli svantaggi, tuttavia, si sono tradotti nella più importante occasione per un radicale cambiamento per l’Italia e per le sue regioni meridionali; non a caso sono stati evocati nella presentazione sia il Piano Marshall che le politiche per il Mezzogiorno nella Ricostruzione. L’Europa ha bisogno vitale di guardare al Sud (esigenza ora rafforzata dalla crisi energetica dovuta alla guerra in Ucraina). Per questo al Piano Italiano è stato destinato un finanziamento di 191 miliardi di euro, doppio rispetto a quello dei maggiori Paesi.

 

La porta mediterranea dell’Ue si apre solo se si attraversa il Sud e si potenziano al meglio le sue relazioni interne ed esterne. L’assegnazione doppia è stata fatta in considerazione degli allarmanti indicatori di disoccupazione e di reddito, di dotazione di infrastrutture e servizi, con una precisa indicazione sulla qualità degli interventi per ricaduta ecologica, contenuto dii innovazione e rigenerazione economico-sociale. In testa alle missioni del Piano figurano la digitalizzazione, la riconversione green e la mobilità sostenibile. La presidenza del Consiglio Draghi è stata vitale per la formulazione del Piano e il suo accoglimento in Europa. Ma questo non può bastare alla efficacia del Piano. Per il Sud il rischio maggiore è una nuova ventata di “meridionalismo quantitativo”, orgoglioso della soglia del 40%. Urge più che mai che gli investimenti nel Sud, soprattutto quelli riguardanti le tre missioni ricordate, siano della massima qualità tecnologica e ambientale. L’Alta Velocità ferroviaria da Salerno a Palermo deve avere gli stessi tempi e modalità di percorrenza rispetto a quella del resto d’Italia e d’Europa; i porti della Calabria e della Sicilia con le Zes essere davvero il Southern Range europeo.

 

La porta mediterranea dell’Ue si apre solo se si attraversa il Sud e si potenziano al meglio le sue relazioni interne ed esterne