Le filiere produttive nell’era della conoscenza aumentata – 7° Rapporto dell’Osservatorio 4.Manager

Per crescere servono cultura d’impresa, leadership, politiche di filiera, piattaforme dati condivise, la forza trainante delle imprese capofila e una nuova generazione di manager “orchestratori” della conoscenza

Il 7° Rapporto dell’Osservatorio 4.Manager, presentato lo scorso 3 dicembre in Confindustria, analizza la quinta rivoluzione industriale, fondata sulla conoscenza aumentata e sulla collaborazione tra imprese in un’ottica di filiera. L’obiettivo è offrire una visione aggiornata dell’evoluzione delle filiere del Made in Italy – con particolare riferimento a quelle individuate nel Libro Verde del MIMIT – e mettere in evidenza criticità, opportunità e, soprattutto, i fabbisogni di competenze manageriali per sostenere la doppia transizione digitale e green.

La prima parte del Rapporto è dedicata alla rappresentazione del contesto economico e competitivo, nonché delle sfide che le filiere del Made in Italy saranno chiamate ad affrontare nel nuovo contesto internazionale, plasmato dalle nuove strategie commerciali e dagli effetti economici dei conflitti in corso.  In particolare, le previsioni più recenti (giugno e luglio 2025) elaborate da ISTAT, Confindustria e Banca d’Italia delineano uno scenario caratterizzato da un’elevata incertezza, sebbene complessivamente orientato alla stabilità.

Inoltre, l’analisi per filiera realizzata dall’ISTAT per valutare gli effetti e la propagazione degli shock economici nel sistema produttivo, mira a promuovere una nuova cultura d’impresa sulla collaborazione, sull’innovazione e sulla sostenibilità. Sono 28 le filiere produttive individuate dall’ISTAT, di cui 8 ad elevata rilevanza sistemica – Agroalimentare, Trasporti su gomma, Energia, Edilizia, Abbigliamento, Macchine industriali, Farmaceutica e Sanità – le quali generano oltre il 56,4% del valore aggiunto nazionale e il 67,3% dell’export.

 

Le leve prioritarie per la competitività

Il Libro Verde indica tra le leve prioritarie per la competitività delle filiere proprio le politiche per il capitale umano e il rafforzamento della componente manageriale, riconoscendone il ruolo strategico nel guidare i processi di innovazione e trasformazione.

In questa prospettiva, l’indice di managerialità rappresenta uno strumento utile per misurare la presenza e l’incidenza dei profili manageriali all’interno del sistema produttivo, consentendo di analizzare i livelli di managerialità nelle diverse filiere del Made in Italy e di evidenziarne differenze, asimmetrie e specificità settoriali. Tale indice, oltre a evidenziare le marcate differenze territoriali – con fenomeni di “desertificazione dirigenziale” in alcuni contesti del Mezzogiorno – mette in luce gli elevati livelli raggiunti dalle filiere della Chimica, dell’ICT e della Farmaceutica, che registrano punteggi nettamente superiori alla media, a fronte di settori con indici di managerialità sensibilmente inferiori, come il Turismo e le Attività ricreative.

Il nuovo rapporto dell’Osservatorio 4.Manager mostra che la competitività non si misura più solo in produzione: oggi si misura nella capacità di generare, trasferire e proteggere conoscenza lungo le catene del valore. “Il nostro sistema produttivo ha gli asset per abitare il futuro: creatività, tecnologia, filiere che generano valore» – afferma Stefano Cuzzilla, presidente di 4.Manager – «Ma nella quinta rivoluzione industriale la competitività cresce solo se questi asset si parlano. Quando saperi e competenze circolano, il sistema diventa generativo, non estrattivo: entra uno e può uscire mille. È la logica dell’impresa 5.0: dobbiamo rafforzare le leve che la alimentano, dalle politiche di filiera alla cultura d’impresa, dalle piattaforme condivise a una leadership capace di integrare persone e tecnologie. In questo modo l’AI diventa un vero moltiplicatore di crescita e posiziona il nostro Paese tra i protagonisti della competizione globale nella nuova economia della conoscenza”.

 

I livelli di digitalizzazione

Il Rapporto prosegue con l’analisi dei livelli di digitalizzazione, condotta principalmente sulla base dei più recenti dati Istat, che evidenziano un livello di digitalizzazione ancora basso, in particolare tra le imprese di dimensioni minori, a fronte di valori medio-alti registrati dalle grandi imprese. I settori più avanzati risultano essere le Telecomunicazioni e l’Informatica, mentre le maggiori criticità si riscontrano nelle Costruzioni, nel Commercio, nella Logistica e nella Ristorazione. Nel 2024 l’intelligenza artificiale è utilizzata dall’8,2% delle imprese, una percentuale in crescita rispetto a quella rilevata da Istat nell’anno precedente; i principali ostacoli all’adozione dell’AI restano la carenza di competenze specialistiche e i costi elevati. Per approfondire l’analisi dei livelli di digitalizzazione, sono stati costruiti quattro indicatori sintetici relativi allo sviluppo delle tecnologie digitali per settore: Competenze (ICT), Connettività, Sicurezza e utilizzo dell’AI. Sulla base di tali indicatori sono state analizzate le asimmetrie digitali tra le diversi filiere, con l’obiettivo di individuare elementi di forza e di fragilità all’interno delle 19 filiere produttive individuate dal MIMIT.

L’analisi sin qui condotta ha permesso di ricostruire la struttura delle filiere del Made in Italy, descrivendone dimensioni economiche, livelli di managerialità, profili di digitalizzazione e ostacoli all’adozione delle tecnologie più avanzate. Questa prima lettura costituisce il punto di partenza per una prospettiva più ampia: comprendere non solo le caratteristiche delle singole filiere, ma anche le relazioni che le legano tra loro. Attraverso l’utilizzo della network analysis è stato possibile mappare le interdipendenze tra settori e filiere, individuando i nodi-ponte che assicurano la coesione del sistema ma che, al tempo stesso, ne rappresentano potenziali vulnerabilità.

Le buone prassi

La prima parte del Rapporto si conclude con una sezione dedicata sulle buone prassi, che evidenzia la validità empirica del concetto di filiera integrata e sostenibile, attraverso l’analisi di casi aziendali e partnership che hanno saputo:

  • Creare reti inter-filiera solide
  • Rafforzare la resilienza e competitività del Made in Italy
  • Promuovere una leadership sostenibile e collaborativa.

Le esperienze illustrate rappresentano esempi di “trasversalità intelligente”, ossia la capacità di integrare più filiere produttive e diverse funzioni aziendali all’interno di logiche condivise di valore e conoscenza. Tra le diverse esperienze analizzate, spicca il caso di studio dedicato alla galassia ENI: il suo approccio, multidimensionale e integrato, dimostra come una grande impresa capofila possa trasformarsi in un vero e proprio hub di filiera, capace di diffondere innovazione e sostenibilità tra centinaia di PMI.

La seconda parte del Rapporto affronta il tema delle filiere da una prospettiva innovativa, quella delle competenze manageriali essenziali per garantirne la resilienza e la competitività. Nell’era della conoscenza aumentata, le filiere si configurano principalmente come vettori di conoscenza e di saperi applicati, che rappresentano la verza forza del sistema Italia. I fabbisogni di competenze manageriali funzionali allo sviluppo delle filiere sono analizzati sulla base di tre distinti punti di osservazione:

 

  • La domanda di profili manageriali espressa dal mercato, desunta dai dati del sistema informativo delle comunicazioni obbligatorie del Ministero del Lavoro, che registra 15.695 attivazioni per Direttori e Dirigenti del comparto privato;
  • I fabbisogni di profili manageriali, individuati dalle entrate previste dal Sistema Informativo Excelsior realizzato da Unioncamere, nonché le difficolta di reperimento nel reclutamento dei diversi profili manageriali;
  • Le conoscenze e competenze associate ai profili manageriali, tratte dal sistema informativo ESCO promosso dalla Commissione Europea, il quale consente di ricostruire – sulla base delle vacancy espresse dalle imprese nei 27 Paesi dell’Unione – i fabbisogni di sapere e di saper fare richiesti anche per le posizioni manageriali.

 

Le figure chiave per lo sviluppo delle filiere: i Supply Chain Manager

Anche in questo caso, con l’obiettivo di analizzare le interconnessioni all’interno e tra le filiere, sono state impiegate le tecniche di network analysis, che consentono di rappresentare e interpretare le relazioni tra competenze e settori produttivi.  In questo modo, è stato possibile individuare anche le figure chiave per lo sviluppo delle filiere, in cui un ruolo centrale è ricoperto dal Supply Chain Manager, professionista che integra le competenze manageriali tradizionali (soft skills) con nuove competenze specialistiche in ambiti quali ICT, CSR, gestione dei fornitori e dei rischi, data management e sostenibilità.

Non vanno, tuttavia, sottovalutate alcune difficoltà strutturali emerse nel corso dalle analisi effettuate:

  • L’insufficiente presenza femminile (22,0% nei ruoli dirigenziali), compensata tuttavia dalla significativa partecipazione delle donne nella gestione delle risorse umane. Tale dato dimostra che, pur restando minoritaria, la presenza femminile riveste un ruolo strategico nello sviluppo delle competenze e nella valorizzazione del capitale umano all’interno delle filiere.
  • L’elevata età media della classe dirigente, pari a 52 anni, che evidenzia un concreto rischio di invecchiamento del management. È, quindi, necessario favorire un ricambio generazionale, promuovendo l’inserimento di giovani professionisti dotati di competenze digitali e green, indispensabili per sostenere l’innovazione e la competitività del sistema produttivo.

 

Il futuro delle filiere italiane passa per l’investimento in competenze manageriali green e digitali

L’analisi per filiera mostra la realtà Made in Italy come un mosaico di eccellenze, sebbene spesso caratterizzato da una debole integrazione dei saperi. In prospettiva, per favorire la crescita e la competitività delle filiere, è necessario investire in competenze manageriali green e digitali, ambiti nei quali si riscontra ancora una carenza di profili avanzati, in particolare nelle aree della data analytics, dell’intelligenza artificiale e della sostenibilità. Tale mancanza risulta particolarmente evidente nell’Agribusiness, settore che si distingue per una minore presenza di competenze manageriali specialistiche.

Il futuro delle filiere italiane passa, dunque, attraverso la costruzione di una governance intelligente, interconnessa e sostenibile, in grado di equilibrare vulnerabilità, connettività e stabilità del sistema produttivo, valorizzando la trasferibilità dei saperi come fattore chiave nell’era della conoscenza aumentata.

In questo scenario, emerge con chiarezza il profilo del manager del futuro, destinato a diventare un vero orchestratore della conoscenza: non un semplice specialista verticale, ma una figura capace di leggere i cambiamenti, connettere competenze eterogenee e trasformare dati, tecnologie e saperi in direzione strategica.

Per Stefano Cuzzilla “sostenere l’evoluzione del Made in Italy significa affrontare una nuova fase competitiva che richiede una vera cultura di filiera, politiche industriali innovative di Sistema e un dialogo istituzionale più solido. Una direzione pienamente coerente con la mission di 4.Manager, che punta a diffondere cultura d’impresa e a rafforzare le competenze necessarie a far crescere le filiere come ecosistemi integrati”.

Su questa visione si articolano le tre direzioni operative fondamentali per i prossimi anni:

Primo asse: infrastrutture della conoscenza. Servono piattaforme di dati condivisi, standard comuni, un Osservatorio permanente sulle filiere del Made in Italy e strumenti di skills intelligence per aiutare le imprese a identificare rapidamente le competenze manageriali di cui hanno bisogno.

Secondo asse: trasformazione digitale delle imprese. È necessario accelerare la digitalizzazione delle PMI, integrarle nelle reti delle grandi imprese capofila e sostenerle nell’adozione dell’intelligenza artificiale lungo tutti i passaggi delle filiere produttive.

Terzo asse: capitale manageriale. Il Paese deve investire sui manager del futuro attraverso Academy, percorsi di upskilling e reskilling, esperienze in filiere diverse e programmi di mentorship che favoriscano ricambio generazionale e diffusione delle competenze chiave.

Fig. Indici di managerialità* delle 19 filiere MIMIT. Anno 2023

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