Ogni giorno sulle strade dell’Italia transitano milioni di camion che nessun consumatore vedrà mai. Eppure quei container trasportano una buona fetta del nostro Pil: macchinari di precisione, tessuti, farmaci, componenti automotive. Un settore in crescita a livello nazionale, ma alle prese con costi sempre più elevati. «La logistica rappresenta l’infrastruttura fisica, informativa, e oggi anche digitale, che consente a tutti gli altri settori di essere competitivi», spiega la professoressa Lara Penco, economista all’Università di Genova e membro del consiglio direttivo del Centro italiano di eccellenza sulla logistica, i trasporti e le infrastrutture – CIELI. «Si tratta di un mercato che a livello globale vale 11mila miliardi di dollari, ma entro il 2035 questa cifra potrebbe raddoppiare», osserva.
Nonostante le dimensioni della filiera, però, basta un’interruzione per mostrarne la fragilità. E di blocchi, negli scorsi anni, se ne sono visti parecchi. Ultimo quello della navigazione nello stretto di Hormuz, con conseguenze anche per le imprese italiane, in termini di difficoltà di riempire e svuotare i magazzini, ma anche di prezzi più alti per via di carburante e noli marittimi. La prova che la movimentazione merci resta particolarmente influenzata dalla geopolitica.
La filiera italiana del trasporto merci vale oltre 120 miliardi di euro di fatturato annuo, riporta Cassa depositi e prestiti su rilevazioni Prometeia-Eurostat, e conta 720mila addetti diretti: numeri che ne fanno la terza logistica d’Europa per dimensioni, dopo Germania e Francia.
Se si aggiungono al calcolo anche magazzinaggio e indotto, gli occupati superano il milione e l’incidenza sul Pil si avvicina al 9%, con circa 99mila imprese attive. Aziende che rappresentano l’ossatura di un sistema abilitante per definizione: per Cassa depositi e prestiti ogni milione di euro investito nella logistica, attiva 2,1 milioni di produzione complessiva nell’economia reale, si legge nel rapporto “La nuova via della logistica”, di gennaio 2026.
La filiera italiana del trasporto merci vale oltre 120 miliardi di euro di fatturato annuo, riporta Cassa depositi e prestiti su rilevazioni Prometeia-Eurostat, e conta 720mila addetti diretti
La fotografia che restituisce il secondo Report dell’Osservatorio Freight Insights, realizzato dal Centro Nazionale per la Mobilità Sostenibile insieme alla Fondazione CSELI, è quella di una crescita che continua, ma in condizioni sempre più difficili. Il valore del settore è aumentato dell’1,9% tra 2024 e 2025. Ma i prezzi crescono più dei volumi movimentati, e questo comprime i margini di profitto. «Il trasporto su gomma è ipersaturo -chiarisce Penco- e questo ha aspetti negativi sia dal punto di vista dei bilanci sia della sostenibilità». Anche per via di un parco mezzi più vecchio che in molti altri Paesi europei.
Secondo l’Istat, in Italia il 92% del trasporto merci è su strada, solo l’8%, dunque, su rotaia. Non solo: negli ultimi dieci anni il primo è cresciuto del 30%, il secondo solo del 14%. Insomma, siamo ancora molto lontani dagli obiettivi europei che prevedono di spostare almeno il 30% del traffico merci di lunga percorrenza dalla strada al ferro entro il 2030.
Questa dipendenza dalla gomma è anche il riflesso della struttura di un Paese in cui l’industria manifatturiera è radicata in modo capillare, e c’è bisogno di una flessibilità che la ferrovia non riesce ancora a garantire. Lo dimostra la percorrenza media dei veicoli industriali: tratte relativamente brevi, a collegare un tessuto produttivo diffuso. Il dato è chiaro nel rapporto Freights Insights di quest’anno: il 90% dei veicoli industriali italiani percorre meno di 300 chilometri al giorno.
Un panorama, dunque, atomizzato. «Ma le piccole e medie imprese italiane si stanno adattando a un contesto che cambia», spiega la professoressa Penco. E che, anche in questo ambito, è sempre più digitale. «Oggi per la logistica è importantissima l’intelligenza artificiale per la previsione della domanda -aggiunge la docente- ma in generale è indispensabile anche l’analisi dati per ottimizzare le scorte e i trasporti, soprattutto in un periodo in cui aumenta l’inflazione e dunque capire il valore delle scorte è essenziale. E poi ci sono altri fattori decisivi come la tracciabilità delle merci e l’automazione dei magazzini».
Caratteristiche che si stanno sviluppando in un Paese, e in un ramo, che puntano sempre più sull’export, che nel 2025 ha raggiunto il record di 643 miliardi di euro, in crescita del 3,3% rispetto all’anno precedente, migliore performance tra i grandi Paesi esportatori europei.
Nel 2025 l’export italiano ha raggiunto il record di 643 miliardi di euro, in crescita del 3,3% rispetto l’anno precedente
Resta, poi, una questione che attraversa il comparto in modo trasversale, da affrontare con urgenza: la difficoltà a trovare lavoratori. A febbraio 2026, il settore assorbiva il 12% dell’intera domanda di lavoro nazionale, secondo statistiche del Sistema informativo Excelsior. Ma il fabbisogno sarebbe molto maggiore, ed è difficile trovare soprattutto autisti di veicoli industriali.
Basta osservare i dati dei percorsi di studio tecnici: «Ci sono due posti di lavoro per ogni persona che esce da istituti tecnici o Its», nota la professoressa Penco. «I profili ricercati sono soprattutto quelli tecnici, ma in generale c’è fabbisogno per tutte le attività della catena del valore: amministrazione, finanza, marketing. Nei nostri corsi universitari di logistica dei trasporti e di economia e gestione delle imprese marittimo-portuali vediamo che alcuni studenti sono richiesti dalle aziende ancor prima di finire il corso di studi». E poi, aggiunge l’accademica genovese, «non bisogna dimenticare che l’80% delle merci arriva in Italia via mare, il trasporto marittimo è fondamentale per un Paese su una penisola al centro del Mediterraneo».
Insomma, la domanda è alta, e oltre alla generale carenza di personale c’è quella di lavoratori specializzati: mancano profili professionali digitali e manageriali. E così 3 imprese su 4 lavorano con meno personale di quello che servirebbe, calcola l’Osservatorio Contract Logistic del Politecnico di Milano, e questo porta costi più alti e produttività ridotta. Un nodo che, nel tempo, è diventato strutturale, e non riguarda solo l’Italia, come rilevato più volte dalla Commissione europea.
Questo è, però, solo un aspetto del problema. Perché c’è un’altra competenza, oltre a quelle digitali, che sarebbe fondamentale per chi opera nel settore, spiega la professoressa Penco: «È la capacità sistemica, il saper superare i confini della singola funzione per poter ottimizzare i servizi di trasporto e logistica. Se voglio far arrivare una merce sulla mia tavola o sulla mia scrivania, ho bisogno di spedizionieri, ovvero soggetti in grado di articolare filiere complesse che da Singapore arrivano a Genova, alla Lombardia o in tutte le altre regioni italiane». Professionalità sempre più richieste, che possono portare l’Italia «a diventare un faro nella logistica», è convinta la professoressa. Per una volta la nostra peculiarità ci aiuta, chiarisce: «Abbiamo una complessità interna così grande che le nostre competenze possono essere esportate per gestire le supply chain in altri ambiti”.
Un’abilità fondamentale per le imprese italiane in un panorama geopolitico globale sempre più frammentato.
