Per trovare platee di attenzione “mobilitabili” a proprio favore nell’imminenza delle scadenze elettorali, i partiti politici sanno che il valore del confronto, del pluralismo e della sovranità esercitata dal popolo secondo il dettato costituzionale si annida – viene da dire che si rifugia – al di fuori dei confini tradizionali dei partiti stessi, e cioè nell’alveo dei “corpi intermedi“: sindacati, associazioni professionali, cooperazione, terzo settore.
In questo quadro, è straordinaria la crescita che la rappresentanza sindacale dei dirigenti italiani – in particolare quelli del settore manifatturiero, ma non solo – è riuscita a mettere a segno. In termini di credibilità, incisività e rappresentanza. Se n’è avuta ampia riprova all’ultimo Forum – che è poi la riformattazione dell’assemblea annuale nazionale – riunito a Roma da Federmanager, sotto la guida di Valter Quercioli, il 2 luglio scorso. Un lungo messaggio della premier Giorgia Meloni – due pagine di lettera tutt’altro che rituale – la presenza e/o i videomessaggi dei ministri Calderone, Urso e Pichetto Fratin, del sottosegretario Alessio Butti, del viceministro Valentino Valentini e la presenza della segretaria del Pd Elly Schlein hanno dimostrato un’attenzione della politica verso la rappresentanza dei dirigenti industriali. Scrive la premier: «Penso alla necessità di riformare profondamente la burocrazia. Il nostro obiettivo di fondo è affermare un principio: tutto quello che non è espressamente vietato per un interesse superiore già tutelato deve essere consentito, senza lacci e lacciuoli che soffocano l’iniziativa economica». Auguri!
È straordinaria la crescita che la rappresentanza sindacale dei dirigenti italiani è riuscita a mettere a segno. In termini di credibilità, incisività e rappresentanza
A fungere da “starter” di questo atteggiamento della politica tra il seduttivo e l’autocritico è stato il senso – ed anche lo stile – del “Manifesto” “Più industria, più Italia”, realizzato in occasione dell’evento da Federmanager – e oltretutto diffuso nella grande sala dell’Auditorium Antonianum cellofanato con le copie del mensile Economy, che in copertina aveva un team di Federmanager guidato da Quercioli con un titolo-slogan che sintetizzava alla fin fine il senso delle proposte programmatiche della Federazione: riorganizziamo l’Italia.
Ebbene: di fronte alla concretezza delle proposte e allo stile collaborativo e non antagonista della loro formulazione, la politica non può – almeno a parole – sottrarsi. E infatti aderisce e fa proprie le proposte di Federmanager: uno Stato che sia alleato fiscale e non antagonista di chi prova a crescere, ossia – come ha detto Quercioli – «smettere di essere piccoli»; una trasfusione di managerialità nella gestione della cosa pubblica, a cominciare dal piano Mattei, con sostegni fiscali alla managerializzazione di altre 20 mila aziende, che si aggiungano al novero di quelle che crescono di più ed esportano meglio; e in genere una fiscalità competitiva, un regime ad hoc per i giovani altamente qualificati e i manager under 40, che riesca a frenarne la fuga verso l’estero.
A queste proposte fa eco Ferruccio De Bortoli, opinionista e moderatore di una parte dell’evento: «In questa sala, siamo tutti parte della classe dirigente del Paese, nessuno è estraneo ai suoi destini». E ancora: «Siamo un Paese industriale e vogliamo rimanerlo, ma a volte pensiamo che questo non comporti il fastidio di avere la fabbrica sotto casa o le centrali elettriche; e non possiamo pensare di vivere di solo turismo». E soprattutto «serve qualcosa di intangibile e profondamente prezioso, la voglia e la passione di farcela nonostante tutto». Concreto Cristian Camisa, presidente di Confapi: “Se destinassimo 2,5 miliardi l’anno per cinque anni, con 25 miliardi investiti nelle nostre aziende quanto lavoro potremmo creare? L’occasione è imperdibile: le nostre aziende possono colmare il gap”. E Fausto Bianchi, presidente della Piccola Industria di Confindustria, sintetizza in «quattro parole chiave: territori, identità, rappresentanza e crescita». E avverte: «l’intelligenza artificiale, il credito e la finanza sono strumenti, la sostenibilità è un percorso: la vera leva è la crescita delle Pmi». Quanto a Elly Schlein, dopo l’omaggio al manifesto che «arricchisce le occasioni di confronto sulle sfide enormi che attendono questo Paese», la segretaria dem invoca un grande piano di investimenti comuni europei, ma richiama al realismo: «C’è un problema di crescita stagnante nonostante il Pnrr, siamo il fanalino di coda dell’Ue: senza il Pnrr saremmo stati in recessione». Priorità: l’energia, che mina la competitività e impone «strumenti adeguati come il tetto al prezzo», e le rinnovabili. «In Spagna per autorizzare un impianto servono due anni, da noi sette: non è un destino, è un fallimento di governance. Guidare le grandi trasformazioni è quello che voi manager ci insegnate a fare tutti i giorni». Insomma, grandi riconoscimenti per la competenza e la capacità gestionale dei manager: da tutti gli attori politici, con poche distinzioni. Dopo il voto politico del 2027, sarà il caso di controllare quanta di questa stima si tramuterà in concrete iniziative di governo.
