
Professore, partiamo con una domanda diretta: come sta, oggi, il Mezzogiorno? Dal vostro osservatorio, quali segnali di cambiamento state rilevando, sotto il profilo economico e sociale?
Il Sud mostra segnali di cambiamento, ma non secondo la lettura tradizionale che per molti decenni è stata data. In passato si parlava infatti di un Mezzogiorno che si muoveva per lo più grazie agli interventi pubblici: grandi opere, poli industriali talvolta calati dall’alto, politiche straordinarie. Oggi la situazione appare diversa perché il cambiamento è sospinto anche da dinamiche interne. Sul punto, un elemento centrale è quello che definisco il “reddito familiare composito”, cioè il reddito non del singolo, ma del nucleo familiare nella sua complessità: dai figli che lavorano fino alle pensioni dei nonni. Anche se spesso si tratta di entrate singolarmente non elevate, nel loro insieme producono comportamenti di consumo e di risparmio con livelli di spesa e capacità di tenuta economica più solidi di quanto emerga dai singoli indicatori statistici. Per questo dobbiamo smettere di guardare al solo reddito pro capite e iniziare a osservare i comportamenti di consumo reali delle famiglie. Il Mezzogiorno oggi è più vicino al resto del Paese di quanto si pensi, non perché ci siano salari più alti, ma perché la struttura sociale è cambiata.
Parliamo dell’emorragia di competenze giovanili. Perché le ragazze e i ragazzi lasciano ancora il Mezzogiorno? È solo una questione di opportunità lavorative?
Storicamente il Mezzogiorno ha vissuto una dinamica di espulsione, caratterizzata da quelli che ho definito “push factor”: mancavano le opportunità e i giovani erano spinti ad andare via. Ciò ha determinato una forte migrazione all’interno del Paese, favorita da alcuni “pull factor”: l’attrazione esercitata dal Nord, non solo per il lavoro e lo stipendio, ma per sperimentare uno stile di vita differente.
Oggi le condizioni sono cambiate. Non si avverte più quella drammatica spinta all’emigrazione di un tempo. Certo, l’attrazione di altri contesti esiste ancora, ma interessa soprattutto fasce sociali della borghesia. Non si tratta quindi più di una migrazione di massa per necessità, ma della ricerca di esperienze, ambienti e stimoli diversi.
È vero che, in un flusso del genere, sono coinvolti anche i talenti, ma è un “fatto culturale” che, tutto sommato, potrebbe persino ribaltarsi in futuro e vedere pertanto un’attrazione di rientro verso il Sud. Insomma, oggi non siamo più davanti a un Mezzogiorno costretto a espellere i propri giovani.
Vi è poi “un’eterna contraddizione”: il Sud chiede risorse ma, anche quando ci sono, fatica spesso a trasformarle in occasioni di sviluppo. Quanto bisogno c’è allora di una managerialità capace di ottenere risultati concreti?
Conta moltissimo, ed è decisiva. Il Mezzogiorno ha bisogno di managerialità sul fronte pubblico e su quello privato. Lo abbiamo visto con il Pnrr. Laddove sono state presenti competenze organizzative, capacità progettuali e visione strategica, le risorse sono state impiegate bene ed efficacemente. In passato, invece, molte esperienze riguardanti i fondi europei si risolvevano in interventi dall’impatto circoscritto e frammentario, come piccoli adempimenti locali. Opere utili, certo, ma che non producevano sviluppo strutturale e non erano gestite da una managerialità di alto profilo. Questa volta, in occasione del Pnrr, il salto di qualità c’è stato, con interventi di ampio respiro. Ciò dimostra che, nel Mezzogiorno, è più che mai necessaria la diffusione di managerialità, che si rivelerà sempre più strategica per affrontare un percorso di sviluppo ad alto impatto. Servono capacità di programmazione, di gestione e di valutazione dei risultati. Altrimenti le risorse rischiano di essere disperse.
Dobbiamo smettere di guardare al solo reddito pro capite e iniziare a osservare i comportamenti di consumo reali delle famiglie
Per chiudere, le chiedo: Il Mezzogiorno ospita atenei e realtà produttive di assoluta eccellenza, riconosciuti anche sul piano internazionale. Sono “cattedrali nel deserto” o c’è la speranza di un Sud che sappia fare sistema, nell’accezione più virtuosa?
Non sarà un processo rapido, bisogna essere realistici. Le eccellenze non nascono per caso: hanno bisogno di persone che credano nella qualità, nella ricerca e nell’innovazione. Alcune realtà del Mezzogiorno sono state strutturate con una visione alta, coinvolgendo personalità della cultura, dell’economia, della società civile. Lì l’eccellenza è nata per davvero. Ma molte altre realtà, penso ad esempio all’ambito universitario, sono rimaste strutture prevalentemente di insegnamento, senza una forte spinta alla ricerca. Come spesso accade, il problema non risiede solo nelle risorse disponibili, ma nella classe dirigente chiamata a gestirle. Se chi guida crede nell’eccellenza, l’eccellenza emerge. Se invece l’obiettivo è solo quello di aumentare iscritti e corsi, il risultato è diverso. Non possiamo aspettarci uno sviluppo sistemico automatico. Dobbiamo puntare sulle realtà più qualificate e sperare che diventino motori di innovazione per i territori, anche aprendosi a competenze esterne. Il Mezzogiorno non deve essere autarchico: il corporativismo meridionalistico sarebbe un grave errore.
Nel Mezzogiorno è più che mai necessaria la diffusione di managerialità, che si rivelerà sempre più strategica per affrontare un percorso di sviluppo ad alto impatto
