1140

Risorse in campo

Siccità, piogge violente ed emergenza suolo mettono sotto pressione l’agricoltura mediterranea. La risposta passa da nuovi modelli produttivi e dalla gestione intelligente delle risorse

Negli ultimi decenni, con l’aumento delle temperature, il Mediterraneo ha iniziato ad accumulare energia come una pentola a pressione. Secondo il Centro Euro-Mediterraneo sui Cambiamenti Climatici (Cmcc), quest’area rappresenta uno dei principali hotspot climatici globali: le temperature crescono più rapidamente della media e la diminuzione delle precipitazioni si accompagna a eventi meteorologici sempre più estremi. In questo scenario, il Sud Italia è uno dei territori più vulnerabili, esposto a siccità prolungate, ondate di calore e precipitazioni improvvise e violente, con impatti diretti sui sistemi agricoli della regione.

I danni attesi sono molteplici. Le analisi stimano cali di resa, maggiore instabilità e un aumento dei costi legati alla gestione del rischio. A cambiare non sono solo le temperature medie. «Quello che è cambiato rispetto al passato è soprattutto la distribuzione degli eventi piovosi», spiega Michele Pisante, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee dell’Università di Teramo. «Le cosiddette bombe d’acqua, un tempo occasionali, oggi sono più frequenti, così come i periodi di siccità. Su terreni fragili questo significa erosione, perdita di suolo fertile e instabilità produttiva».

«Quello che è cambiato rispetto al passato è soprattutto la distribuzione degli eventi piovosi», spiega Michele Pisante, docente di Agronomia e coltivazioni erbacee dell’Università di Teramo

A questi fattori si aggiunge la diffusione di agenti patogeni e insetti nocivi. Il caso della Xylella fastidiosa, che ha colpito duramente l’olivicoltura pugliese causando danni per circa 2 miliardi di euro, è emblematico. Danneggiate saranno anche altre colture simbolo del Mezzogiorno, come il grano e la vite, con le aree ideali di coltivazione che si spostano verso latitudini e altitudini diverse. Insomma, il cambiamento climatico sta ridisegnando equilibri economici e sociali storici di intere aree del Sud Italia.

Adattamenti che producono valore

Una delle strategie per far fronte a questi impatti è l’agricoltura conservativa, oggi spesso riletta attraverso il paradigma rigenerativo. Si tratta di un modello di gestione del suolo che mira a ridurre la vulnerabilità dei sistemi agricoli aumentando la loro capacità produttiva nel medio-lungo periodo.

«L’agricoltura rigenerativa riprende i tre principi fondamentali della conservativa: la copertura permanente del suolo, il minimo disturbo del suolo e le rotazioni colturali», spiega Pisante. In pratica, il terreno non viene più lavorato in profondità a ogni ciclo produttivo, ma protetto da residui colturali o colture di copertura (cover crops) e lavorato con interventi mirati. A questi elementi, la rigenerativa aggiunge due aspetti centrali: l’integrazione tra produzioni vegetali e animali e la valutazione periodica dello stato di salute del suolo.

Il punto di partenza è proprio il suolo. Negli ultimi sessant’anni la fertilità dei terreni agricoli italiani si è ridotta drasticamente a causa di lavorazioni intensive e monocolture. Una tendenza che l’Unione europea ha posto al centro della Soil Mission, riconoscendo il recupero della fertilità come una condizione necessaria delle strategie agricole. L’agricoltura conservativa rigenerativa punta a invertire questa tendenza. Il cambiamento riguarda il modo in cui si produce: meno lavorazioni meccaniche, minore compattamento del suolo, maggiore capacità di trattenere acqua, riduzione dell’erosione e aumento del contenuto di carbonio organico. Tutti elementi che rendono le colture più resilienti ai periodi di siccità.

Il cambiamento, però, è anche culturale. «Per secoli l’aratura è stata sinonimo di agricoltura, oggi però lavoriamo su terreni agrari, non più naturali. Non possiamo continuare a rivoltare il suolo per compensare cali di produttività», osserva Pisante. L’esperienza sul campo conferma che il modello funziona, anche se inizialmente spiazza: «In alcune aziende ho fatto seminare su una vegetazione alta un metro. All’inizio il trattorista si rifiutava. Poi, dopo aver visto il risultato, non poteva credere ai suoi occhi», racconta Pisante.

Un ruolo centrale ce l’hanno anche le tecnologie di precisione. «Oggi siamo in grado di misurare lo stato del suolo prima e dopo la coltura», spiega il docente. Sensori, mappe satellitari, droni e sistemi digitali consentono di monitorare in tempo reale parametri come umidità, sostanza organica ed erosione. Questi dati consentono di valutare indicatori di impatto fondamentali, come il tasso di erosione del suolo e il contenuto di carbonio organico. Migliorarli significa generare veri e propri servizi ecosistemici.

Un altro mito da sfatare riguarda le dimensioni aziendali. «Queste tecnologie sono tra le più democratiche che abbiamo», sottolinea Pisante. «Il vero nodo è il modello organizzativo: non è più sostenibile che ogni piccolo produttore possieda un parco macchine completo. Qui entrano in gioco i contoterzisti e i servizi avanzati, capaci di investire in tecnologie, competenze e innovazione, rendendole accessibili anche alle aziende di pochi ettari». In un contesto di rapida obsolescenza tecnologica e carenza di manodopera, l’agricoltore diventa sempre più un imprenditore che governa processi, che un esecutore passivo di consuetudini ereditate dal passato.

Uno sviluppo clima-resiliente

La gestione del suolo è una leva fondamentale, ma non sufficiente: la resilienza climatica richiede uno sguardo sull’intero ciclo produttivo. Infatti l’agricoltura non è solo vittima della crisi climatica, è anche parte del problema. L’agricoltura in Italia contribuisce per circa il 7% alle emissioni totali di gas serra, principalmente attraverso l’uso di fertilizzanti, le lavorazioni meccaniche del suolo e l’allevamento. Questo doppio ruolo rende il settore un nodo strategico nelle politiche di adattamento e mitigazione.

«Lo sviluppo clima-resiliente integra adattamento, mitigazione e obiettivi di sviluppo sostenibile. Solo tenendo insieme queste dimensioni si può rispondere in modo efficace ai rischi climatici», spiega Valentina Mereu, ricercatrice che studia le interazioni tra cambiamenti climatici e sistemi agricoli presso il Cmcc. L’adattamento è una necessità urgente, ma da solo non basta. «Senza una forte azione di mitigazione, ovvero senza intervenire sulle cause del cambiamento climatico, la capacità di adattarsi rischia di essere progressivamente erosa», afferma Mereu. Ridurre le emissioni lungo la filiera agricola – dalla gestione dei suoli all’uso di input chimici, dall’energia ai trasporti – diventa quindi parte integrante delle politiche agricole.

Valentina Mereu (Cmcc): «Lo sviluppo clima-resiliente integra adattamento, mitigazione e obiettivi di sviluppo sostenibile. Solo tenendo insieme queste dimensioni si può rispondere in modo efficace ai rischi climatici»

Per il Mezzogiorno questo significa ripensare modelli produttivi, infrastrutture idriche, sistemi di supporto alle imprese e politiche di accompagnamento. L’agricoltura conservativa rigenerativa mostra come sia possibile coniugare produttività, riduzione dei rischi e tutela delle risorse naturali. Ma la vera sfida è di governance: integrare conoscenze scientifiche, strumenti tecnologici e capacità manageriali.

«Non esiste alcuna transizione ecologica e digitale senza una transizione istituzionale», conclude Pisante. In un contesto climatico sempre più instabile, il futuro dell’agricoltura non dipenderà dalla difesa dello status quo, ma dalla capacità di gestire il cambiamento. Un processo che chiama in causa non solo i singoli agricoltori, ma l’intero sistema politico ed economico del Paese.

< Articolo Precedente Articolo Successivo >