Il diritto di restare

Lo spopolamento aggrava le fragilità del Mezzogiorno. Ma c’è chi sceglie di restare e si impegna per una rigenerazione sociale, economica e culturale dei territori

 

Vito Teti, antropologo, già Ordinario di Antropologia culturale presso l’Università della Calabria

 

Le immagini e le rappresentazioni del Sud e dal Sud continuano ad essere molteplici, spesso stereotipate, spesso del tutto separate dalla realtà odierna che vivono le sue città e i suoi paesi.

Eppure c’è un fenomeno, il costante spopolamento che il Sud, le isole, le aree interne conoscono ormai da decenni, che si impone in tutta la sua drammaticità.  Qualche dato è sufficiente per farci capire che stiamo assistendo a una catastrofe epocale. Guardando un arco più ampio di oltre 20 anni, il Sud Italia ha perso complessivamente almeno 2,7 milioni di residenti a causa della migrazione interna verso altre regioni italiane. Secondo stime giornalistiche, quasi tre milioni di italiani all’estero (circa il 45%) sono originari del Sud, indicando un forte contributo storico dell’emigrazione extra-nazionale. La popolazione residente in Italia è destinata a diminuire nel medio e lungo termine. La proiezione “mediana” indica un calo da circa 59 milioni nel 2023 a circa 58,5 milioni nel 2030 e poi 54,7 milioni entro il 2050. Questo processo è causato principalmente da bassi livelli di natalità (molto sotto il livello di sostituzione delle generazioni) e da un numero di morti superiore alle nascite. La popolazione italiana invecchia rapidamente: lo spopolamento e il vuoto di paesi, centri urbani, aree interne e costiere stanno modificando la demografia, l’organizzazione dello spazio, l’economia, le rappresentazioni, l’antropologia di interi territori. Questo progressivo svuotamento, infatti, genera un vuoto sociale, culturale, disagio psicologico, difficoltà ad operare e ad agire. Dinnanzi a questa desertificazione del Sud e delle aree interne italiane non mancano analisi, allarmi, riflessioni, studi, ma si fa fatica a vedere un grande piano di rigenerazione che possa almeno arrestare il declino e cercare di invertire una tendenza oramai devastante.

La popolazione residente in Italia è destinata a diminuire nel medio e lungo termine. La proiezione “mediana” indica un calo da circa 59 milioni nel 2023 a circa 58,5 milioni nel 2030 e poi 54,7 milioni entro il 2050

Credo che prima di ogni intervento, che dovrebbe basarsi sull’osservazione puntuale della realtà (non soltanto su indici e proiezioni statistiche e demografiche), la domanda cruciale a cui bisogna rispondere è: la grande fuga dei giovani, la desertificazione di aree molto vaste, sono davvero “inevitabili”, “inarrestabili” e dobbiamo adoperaci ad accompagnare con cura l’estinzione dei paesi oppure pensiamo che non “tutto sia accaduto”, che ci sia ancora qualcosa da fare e che, pertanto, sia necessaria una strategia che apra alla speranza e che non ceda a una tentazione alla resa e all’attesa del peggio? Gli interventi efficaci e convinti dipenderanno da come si risponderà alla domanda: «Questo luogo ha un domani o è in estinzione?».

Dal mio punto di osservazione, i paesi dell’interno del Sud e anche delle aree interne d’Italia, ma anche centri urbani e località costiere, vedo che i giovani, anche quando non vorrebbero, continuano a partire, quasi sicuramente per non tornare più. E vanno via per costrizione, perché vivono in luoghi degradati, dove anche se hanno una possibilità di lavoro, soffrono per una pessima qualità della vita, non hanno servizi, strade, buona sanità, scuole, centri sociali, luoghi di ritrovo. Vale la pena, però, sottolineare e segnalare come al Sud e nelle aree interne sia stiano affermando tra i giovani e gli adulti, dinnanzi al rischio estinzione del loro paese di origine, una nuova consapevolezza, un diverso costruttivo rapporto con il luogo, una volontà di resistere, la scelta di restare e giocare la partita della loro esistenza in luoghi che amano, dove potrebbero sostenere culture e politiche efficaci da mettere in atto e in grado di affrontare una grande sfida che la storia ci pone. Quasi dovunque c’è un formicolio di gruppi, associazioni, movimenti, anche istituzioni pubbliche, che praticano una restanza attiva, dinamica. In un “Atlante della Restanza”, appena avviato assieme ad altri studiosi del Sud e di tutta Italia, abbiamo cominciato a registrare la presenza di tante “associazioni”, che con nomi diversi si richiamano alla restanza (cfr. V. Teti, Pietre di pane, Quodlibet,  2011; La restanza, Einaudi, 2022) per indicare il loro inquieto stato d’animo, le loro controverse emozioni, le loro lacerazioni di figure erranti che, anche se non restano, mantengono un legame con il luogo d’origine, dovunque si trovino. Questa parola sembra avere “combinato” e “amalgamato” stati d’animo contraddittori, irrisolti, irrisolvibili e avere aiutato a prendere consapevolezza di una “malattia” da cui era possibile “guarire”, anche inserendo la propria vicenda in una storia di lunga durata e in profondi mutamenti antropologici. Numerosi movimenti culturali, artistici, “politici”, che affermano il diritto di restare, decostruiscono, nei fatti, tante concezioni esterne e interne, che si sono affermate negli ultimi tempi, dei paesi come luoghi mitici pacificati, puri, incontaminati, che invece vedono luoghi aperti, dove resistere, pure con difficoltà, dove investire con i propri saperi.

Papa Francesco ha scelto di dedicare al tema la 109a Giornata mondiale del migrante e del rifugiato del 24 settembre 2023. Liberi di scegliere se migrare o restare recita il messaggio diffuso, con l’esplicita «intenzione di promuovere una rinnovata riflessione su un diritto non ancora codificato a livello internazionale […] il diritto a poter rimanere nella propria terra […] precedente, più profondo e più ampio del diritto ad emigrare», perché riguarda «la possibilità di essere partecipi del bene comune, il diritto a vivere in dignità e l’accesso allo sviluppo sostenibile […] attraverso un esercizio reale di corresponsabilità».

Oggi la restanza è entrata nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale, fino a diventare un vero e proprio simbolo narrativo di un nuovo senso dei luoghi.

Oggi la restanza è entrata nel lessico delle politiche territoriali, della ricerca, dei movimenti locali, delle pratiche artistiche e dei progetti di rigenerazione culturale

Per molti ragazzi e ragazze bisogna spingere il cuore oltre l’ostacolo e avere il coraggio, la fantasia, l’energia, come scrivono Cersosimo e Licursi (Lento Pede, Donzelli, 2023), di «politicizzare la restanza», di diventare soggetti attivi soprattutto nelle aree rarefatte, spesso de-antropizzate, con una struttura demografica squilibrata verso gli anziani. Politicizzare la restanza vuol dire riconoscere i cittadini che hanno scelto di restare, i loro bisogni, i loro desideri, la loro voglia di continuare a vivere in luoghi appartati, diversamente appaganti. Una scelta coraggiosa e dolorosa quella di assumere una prospettiva emica, cercare di entrare in contatto con le persone e affermare il loro diritto a restare, anche per creare le condizioni perché possano spostarsi, partire, accogliere gli altri. In questo quadro mi viene da pensare alla “restanza” come una scelta (non solo una costrizione) per affrontare una nuova “questione meridionale”, che riguarda anche le aree interne di altre parti d’Italia.

I recenti disastri alluvionali, provocati dal ciclone Harry, in Sicilia, Calabria, Sardegna, hanno causato danni ingenti alle marine, al paesaggio, alle strutture alberghiere, agli stabilimenti turistici, alle linee ferrate, mostrando plasticamente una erosione che dura da decenni. Luoghi lasciati nell’incuria, cementificazione incontrollata, mancata prevenzione del rischio rivelano che la responsabilità non è solo della natura, ma della mancata cura e opera di prevenzione dell’uomo. Quanto è accaduto suggerisce che bisogna finirla con la politica dei piccoli interventi occasionali, con le riparazioni provvisorie, che non servono a nulla e non proteggono da future calamità che sicuramente ci saranno. Bisogna cambiare paradigma, riuscire a trasformare anche la “maledizione” in opportunità, in nuova consapevolezza che l’ambiente, il paesaggio, la bellezza, le culture materiali e immateriali possono diventare i motori di una nuova rigenerazione territoriale.

Sappiamo come i paesi sono a grande rischio sismico. Eppure manca un progetto organico di tutela degli abitati, delle scuole, dei palazzi, delle chiese, dei beni archeologici, artistici, culturali. Un grande progetto di rigenerazione territoriale grazie al quale si potrebbero creare occasioni di lavoro per giovani, ragazze, laureati, tecnici, maestranze, per investitori esterni che si sentano partecipi anche di una grande impresa sociale e culturale. Se i giovani, rimasti o emigrati, vedono che qualcosa si muove, si rinnova, si può fare, potrebbero ricevere segnali positivi e contagiosi per restare e modificare lo status quo. Non è tutto, naturalmente bisognerà parlare di maestri e medici di comunità, di diritto alla salute, di strade di collegamento vere, di politiche per un “ritorno”, molto diverso dal passato, alla terra, all’agricoltura, all’artigianato, del ruolo che la cultura in senso lato – musei, biblioteche, centri di ricerca, etc. – potrebbe giocare per rivitalizzare luoghi desertificati, per renderli attrattivi e anche consapevoli di sé. Ma da qualcosa bisogna pure iniziare.

Se i giovani, rimasti o emigrati, vedono che qualcosa si muove, si rinnova, si può fare, potrebbero ricevere segnali positivi e contagiosi per restare e modificare lo status quo

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