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La piattaforma possibile

Per il Mezzogiorno è tempo di scelte: continuare con una crescita trainata da incentivi diffusi o strutturare una piattaforma industriale su produttività, competenze e management

Per anni il Mezzogiorno italiano è stato raccontato come un problema da contenere, se non risolvere, o come un’eccezione da compensare. Oggi, guardando ai dati più recenti su crescita, investimenti e occupazione, emerge invece una traiettoria diversa: il Sud “continentale” – Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Abruzzo e Molise – non è più un’area in ritardo (o meglio: non è “soltanto” ciò), ma appare come un potenziale snodo produttivo e logistico dell’economia italiana nel Mediterraneo. La condizione, tuttavia, è netta: questa possibilità non si realizzerà per inerzia geografica o per accumulo di incentivi, ma solo attraverso scelte selettive di politica industriale e un salto di qualità manageriale.

Negli ultimi due anni la crescita del Mezzogiorno è risultata in più fasi superiore a quella del Centro-Nord, spinta soprattutto dagli investimenti pubblici legati al Pnrr e dalla ripresa delle costruzioni. È un segnale incoraggiante, ma strutturalmente fragile. La domanda che si impone è se il Sud continentale stia costruendo capacità produttiva permanente oppure stia semplicemente beneficiando di una fase espansiva “a scadenza”, indotta dal Pnrr, che con il 2026 farà drasticamente diminuire i suoi effetti.

Negli ultimi due anni la crescita del Mezzogiorno è risultata in più fasi superiore a quella del Centro-Nord, spinta soprattutto dagli investimenti pubblici legati al Pnrr e dalla ripresa delle costruzioni

La differenza non è semantica: riguarda la sostenibilità della crescita quando i flussi straordinari si ridurranno. Da questo punto di vista, la Zes Unica è un indicatore chiave. Avere un’unica grandissima “zona economica speciale” chiamata Sud può significare la premessa per uno straordinario salto di qualità, ma solo se la formula verrà cavalcata convintamente da una gestione di nuovo tipo. Sul fronte del management, ma anche su quello dei servizi per lo sviluppo. A cominciare dal credito.

L’elevato numero di domande e la riduzione percentuale del credito effettivamente fruibile mostrano una forte propensione all’investimento da parte delle imprese meridionali. Ma segnalano anche un rischio: l’eccesso di frammentazione. Un incentivo generalista, se non accompagnato da priorità chiare, tende a finanziare una moltitudine di progetti eterogenei, spesso difensivi o anticipati artificialmente, con un impatto limitato sulla produttività di sistema.

La tesi di fondo è che il Sud continentale non debba inseguire un modello di sviluppo “onnivoro”, ma costruire una piattaforma industriale selettiva, fondata su poche filiere coerenti con i suoi vantaggi competitivi: posizione geografica, infrastrutture portuali, manifattura leggera, agroindustria, energia e servizi avanzati alle imprese. Competenze sedimentate nel tempo. Una piattaforma, appunto, non una somma di iniziative isolate.

La Campania rappresenta il laboratorio più avanzato – e più contraddittorio – di questa transizione. È una delle regioni dove la dinamica economica recente è stata più vivace, grazie a un mix di investimenti pubblici, presenza manifatturiera e ruolo logistico. E anche al piglio decisionista dell’”inquilino” della Regione, l’ex governatore Vincenzo De Luca.

Tuttavia, la struttura produttiva è rimasta polarizzata: grandi player e filiere organizzate convivono con un tessuto di micro-imprese scarsamente capitalizzate e poco managerializzate. Il nodo non è l’assenza di attività, ma la difficoltà di trasformare la crescita in salti di produttività, soprattutto attraverso il rafforzamento delle funzioni aziendali non produttive (gestione, qualità, export, risorse umane). In Campania si vede con chiarezza che senza questo passaggio la piattaforma rischia di rimanere incompleta. Tante fantastiche idee, molte competenze, poco output.

La Puglia offre un esempio diverso. Qui la crescita degli ultimi anni si è innestata su una maggiore capacità di integrazione tra manifattura, agroindustria e servizi, con un’attenzione crescente all’export e alla transizione energetica. È una regione che ha saputo attrarre investimenti e sperimentare politiche industriali territoriali più strutturate. Ma anche in questo caso il limite è evidente: la domanda di lavoro qualificato cresce più rapidamente dell’offerta e il rischio di colli di bottiglia sul capitale umano è concreto. Il dialogo imprese-università è migliorato ma deve ancora decollare. Senza un rafforzamento sistematico della formazione tecnica e manageriale, la traiettoria rischia di rallentare proprio mentre dovrebbe consolidarsi.

La Basilicata, infine, mostra il lato opposto della medaglia: una regione piccola, altamente specializzata, capace di agganciarsi a catene produttive complesse, ma vulnerabile agli shock esterni e alle decisioni dei grandi player. È il caso emblematico di un territorio che può funzionare come modulo di piattaforma, ma che ha bisogno di diversificazione e servizi di filiera per ridurre la dipendenza da pochi insediamenti. Qui la sfida manageriale è soprattutto territoriale: costruire reti tra imprese, servizi condivisi, competenze trasferibili.

Questi esempi convergono su un punto centrale: il problema del Sud continentale non è solo l’occupazione in senso quantitativo, ma l’architettura del lavoro. Da un lato persistono tassi elevati di inattività giovanile e femminile; dall’altro le imprese segnalano difficoltà di reperimento di profili adeguati. È un mismatch che non si risolve con misure generaliste, ma con un disegno coerente che colleghi incentivi, formazione e organizzazione produttiva.

Da un lato persistono tassi elevati di inattività giovanile e femminile; dall’altro le imprese segnalano difficoltà di reperimento di profili adeguati

In chiave economico-editoriale, la questione può essere posta così: senza una governance selettiva delle filiere, il Sud rischia di crescere senza cambiare posizione nella divisione del lavoro nazionale ed europea. Al contrario, una strategia che concentri risorse e competenze su pochi assi – logistica integrata, agroindustria evoluta, energia e servizi avanzati – può trasformare il Mezzogiorno continentale in un asset sistemico per il Paese, non in un’area da sostenere ciclicamente.

Questo implica anche una ridefinizione del ruolo della Pubblica Amministrazione locale. Non solo erogatore di fondi o stazione appaltante, ma infrastruttura produttiva: capace di progettare, coordinare, monitorare. Il Pnrr, da questo punto di vista, è stato un test severo. Dove la capacità amministrativa è stata adeguata, gli investimenti hanno accelerato; dove è mancata, si sono creati colli di bottiglia che rischiano di vanificare le risorse disponibili.

La conclusione è meno retorica di quanto sembri. Il Sud continentale non è davanti a un bivio ideologico, ma a una scelta di metodo. Continuare con una crescita trainata da incentivi diffusi e temporanei, oppure costruire una piattaforma industriale selettiva, fondata su produttività, competenze e management. Nel primo caso, l’uscita dalla fase dei fondi straordinari riaprirà il problema del divario senza essere nel frattempo riuscita neanche a ridurlo. Nel secondo, il Mezzogiorno potrà finalmente giocare un ruolo attivo nella strategia economica italiana ed europea, proseguendo nella sua crescita accelerata rispetto al resto del Paese. Ma deve far presto, perché, come diceva il grande meridionalista Giustino Fortunato: «La clessidra scorre lenta e il passato incombe sugli uomini più di quanto essi immaginano».

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