La fotografia, un fatto culturale
Parola di Gianni Berengo Gardin, «la fotografia è un fatto culturale, su questo non ci piove. Non so però fino a che punto la si debba considerare un’arte». Eppure, la sua fotografia appartiene a collezioni museali e fondazioni culturali, tra le più grandi e famose al mondo come l’Istituto Nazionale per la Grafica di Roma, il MOMA, la Bibliothèque Nationale de France, la Maison Européenne de la Photographie di Parigi. Nato a Santa Margherita Ligure, che già diede i natali al grande poeta Camillo Sbarbaro, Berengo Gardin è ritenuto uno dei più grandi fotografi della storia. Difficile dire dove il suo occhio fotografico si sia attivato per la prima volta, sappiamo però che ha iniziato a lavorare come professionista nel 1954, quando si iscrisse a Venezia al circolo “La Gondola”. Continuò a fotografare praticamente per tutta la vita: per trent’anni per Touring Club Italiano, poi per il Comune di Milano, poi ancora per altri primari soggetti a livello nazionale e mondiale.
Instamatic, Polaroid, Instagram, dalla foto ricordo alla settima arte
Berengo Gardin si definiva un artigiano ma sappiamo che la fotografia, superato il periodo iniziale della foto in posa, entra certamente fra le espressioni artistiche più diffuse e apprezzate da ben prima della nascita di Instagram che ne provoca la recente esplosione. Con il cinema, da tempo quest’arte viene detta la settima. È esperienza comune di ognuno che fermando l’immagine, che altrimenti scorrerebbe davanti ai nostri occhi, la fotografia ci aiuta al costruirsi di un sapere e di un giudizio sulla realtà, oltre che al costruirsi di una realtà nuova e nostra. La fotografia, da quando si è digitalizzata, più facilmente delle altre arti figurative, ci rende facilmente “creator”.
Anche senza scomodare Roland Barthes e il suo saggio del 1980 “La camera chiara”, riusciamo a cogliere che il fotografo e il fotografato sono ormai diventati sempre più facilmente intercambiabili e in certi casi addirittura sovrapponibili, come nel selfie e nello usie, il selfie di gruppo. Una pratica talmente diffusa da obbligarci comunque a dover distinguere l’ossessivo passatempo di riprendere qualsiasi cosa, magari anche con gli appositi occhiali di Meta, dal gesto appassionato di chi intende cogliere la bellezza della realtà che lo circonda.
L’ossessione certamente è oggi più viva che mai grazie agli smartphone, ma qualcosa di simile era già accaduto negli anni del boom economico con l’avvento della macchina fotografica che consentiva foto pressoché perfette per tutti. Nel 1955, Italo Calvino già parlava di follia – “il tentacolo di follia” – riferendosi nel dopoguerra alla fotografia istantanea.

«Il colore distrae»
In questo contesto Gianni Berengo Gardin è un riferimento artistico perché ha saputo mostrare all’uomo l’uomo stesso immerso nel reale. In uno sguardo continuo, attraverso l’Italia, paesaggi, città, monumenti, i suoi scatti non sono esperimenti ma appartengono alla quotidianità, colta in un bianco e nero che non la tradisce. Si tratti di visitatori ed espositori della “Fiera Campionaria” o dei volti straniti e profondi dei “manicomi” ci troviamo di fronte a un «narratore instancabile che documenta con occhio acuto e cuore sincero la storia del nostro Paese».
«Se si è veramente fotografi si scatta sempre, anche senza rullino, anche senza macchina»
In queste parole sembra descritto lo sguardo come reale principio e origine della sua arte. Diventando oggetto di numerose pubblicazioni monografiche, questo sguardo non ha solo raccontato, ma ha anche ispirato. Con la sua maestria ha spinto tantissimi giovani ad avvicinarsi alla fotografia, a innamorarsene e raccontare il proprio punto di vista. Una laurea honoris causa in Storia e Critica dell’Arte gli è stata conferita dall’Università degli Studi di Milano, che custodisce un suo fondo di oltre duemila diapositive da lui stesso donate al Comune di Milano.
Diventando oggetto di numerose pubblicazioni monografiche, lo sguardo di Berengo Gardin non ha solo raccontato, ma ha anche ispirato
L’altro grande pregio di Berengo Gardin è stato quello di offrire una visione di mondi a noi sconosciuti o semisconosciuti. Così è accaduto con le già citate opere sui manicomi nel ’69 e nel 2015, ma soprattutto con “India dei villaggi”, un libro di viaggio uscito nel 1980 che riprendendo l’invito nientemeno che del grande Gandhi – «Andate nei villaggi: quella è India, lì vive l’anima dell’India» – percorre un itinerario volto a scoprire dell’India i dettagli più nascosti. Berengo Gardin si reca dunque in viaggio nella regione del Madhya Pradesh, intorno alla città di Indore, nell’India centro-occidentale: ne nasce una splendida serie di bianconeri che riprendevano il ciclo delle stagioni e il lavoro nei campi così come la vita comunitaria di centri rurali. I testi dello scrittore Antonio Monroy, profondo conoscitore dell’India hanno commentato le immagini del grande maestro spiegando la vita e la terra in cui sono state colte quelle figure a noi lontane.
Quarantacinque anni dopo, non molto prima di morire, Gianni Berengo Gardin ripete il suo lavoro di immagini sull’India ma non lo duplica perché in realtà lui, ormai anziano, non torna in India: lo fa un altro fotografo, molto più giovane di lui e certamente meno noto, che commenta le sue foto degli anni ‘80 dopo essersi recato negli stessi sconosciuti villaggi. Si tratta di Lorenzo Zelaschi che dopo aver conosciuto il maestro avvia con lui un rapporto amicale e professionale. Il commento non è testuale ma appunto fotografico: nuove immagini di un’India certamente per i più di noi ancora molto lontana, nuovi volti, nuove quotidianità e nuovi lavori nel contesto di un’economia assai mutata. Il titolo è “1980-2025 India dei villaggi”. Qui ciò che colpisce è la scelta di Berengo Gardin di lavorare insieme a un altro fotografo, mai lo aveva fatto in passato, accostando le proprie opere fotografiche alle sue. Aveva forse colto una capacità di sguardo affine alla propria.
