Ricordate quando, in Matrix, a Neo (alias Keanu Reeves) vengono caricate in blocco le cose che deve sapere da un computer attraverso un cavo collegato alla nuca? Arti marziali, mappe della città, capacità di guidare una moto. Basta l’upload da Matrix per soddisfare ogni necessità di conoscenza.
Non serve sapere. Basta chiedere. Oggi la nostra Matrix ha l’aspetto rassicurante delle interfacce dei chatbot di intelligenza artificiale. Chiedi e ti sarà dato. La ricetta del tiramisù. La storia della scoperta dell’America. Un business plan per un negozio di elettronica. Uno sconfinato sapere, che non è detto che però siamo in grado di utilizzare in tutta la sua complessità. Anzi. Secondo Eurostat, l’Italia si colloca al di sotto della media europea nell’adozione da parte delle imprese di sistemi di AI nel 2025, stimata in un 20% se si considerano le aziende da 10 dipendenti in su. L’Italia, al 17%, è diciassettesima dietro Danimarca, Finlandia, Svezia (ai primi posti) e ancora Germania, Belgio, Francia, Spagna e Irlanda.
Abbiamo macchine potentissime parcheggiate in rete ma non corriamo a prendere la patente per guidarle. O ci illudiamo di saperlo fare. È l’epistemia, l’illusione di conoscere amplificata dalla plausibilità delle risposte fornite dai sistemi di AI ed evidenziata nel 2025 in uno studio pubblicato su Pnas da un team di ricerca guidato da Walter Quattrociocchi, docente dell’università La Sapienza di Roma e al timone del Center of data science and complexity for society. Lo studio ha analizzato per la prima volta in modo sistematico come sei modelli linguistici di ultima generazione, tra cui ChatGPT di OpenAI, Gemini di Google o Llama di Meta, hanno trasformato il concetto di affidabilità per chi li interroga.
Abbiamo macchine potentissime parcheggiate in rete ma non corriamo a prendere la patente per guidarle. O ci illudiamo di saperlo fare. È l’epistemia, l’illusione di conoscere amplificata dalla plausibilità delle risposte fornite dall’AI
In Italia siamo più esposti perché la cultura digitale arranca da tempo, relegando il Paese nelle retrovie europee mentre la richiesta di competenze tecnologiche schizza verso livelli senza precedenti. Appena il 45,8% della popolazione tra 16 e 74 anni possiede competenze digitali almeno basilari, posizionando l’Italia al quintultimo posto nell’Unione europea, se si fa riferimento al Digital Decade Report 2024 pubblicato dalla Commissione europea. Siamo sotto di dieci punti rispetto alla media del continente. Un divario che non si colma in un batter d’occhio.
E che diventa ancora più grave man mano che percepiamo in modo sempre più chiaro quale sia il ruolo che gioca la tecnologia nel garantire sviluppo economico, sicurezza nazionale e opportunità per le nuove generazioni. Non a caso tra i cinque trend aziendali individuati da Ibm in un suo sondaggio globale e menzionati dall’amministratore delegato in Italia, Alessandro La Volpe, in un incontro con la stampa alla fine dell’anno scorso vi è anche la richiesta delle persone di avere più AI sul lavoro. La gente ha capito che conta, che rappresenta il fattore che farà evolvere ciò che fa, che è la chiave per non trovarsi ai margini del mercato del lavoro. E dunque chiede di averne di più.
Tra i ritardi che l’Italia sconta sul piano della cultura digitale emerge quello generazionale. Tanto che secondo i dati Istat del 2023, appena il 19,4% degli over 65 dispone di competenze digitali di base. È una fascia sì fuori dalle dinamiche delle aziende e del mondo del lavoro, ma non per questo da tralasciare. Dopodiché non è che la soluzione di tutti i mali sia anagrafica.
L’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) ha smontato il mito del nativo digitale. Sebbene il 92% dei giovani nei paesi membri utilizzi internet, meno del 50% dimostra competenze digitali solide, soprattutto nel valutare criticamente i contenuti online e nell’identificare la disinformazione.
Poi c’è il divario territoriale. Altro storico cruccio nazionale, altra frattura sociale che il digitale non è riuscita a sanare. Anzi. Sempre ricorrendo a dati europei, in questo caso degli osservatori sulle competenze professionali, emerge che la Calabria è ferma al 33,8% della platea complessiva della sua popolazione, contro il 52,9% del Lazio. Il risultato è che quei 184mila annunci comparsi su LinkedIn tra gennaio 2023 e agosto 2024 e rivolti a figure professionali in ambito informatico, secondo l’Osservatorio Competenze Digitali 2024 realizzato da AICA, Anitec-Assinform, Assintel e Assinter Italia, rischiano di rimanere lettera morta. Manca chi abbia la conoscenza per occupare quelle posizioni. E i pochi che le hanno o emigrano all’estero, alla ricerca di condizioni migliori, o vengono contesi in modo battagliero dalle aziende che devono riempire le caselline dei loro organici.
Puntare sulle tecnologie e sulla cultura digitale richiede un cambio di approccio verso queste discipline. Prendiamo i robot, per esempio. La Cina ci sta puntando molto. Da dodici anni ormai è il principale produttore mondiale, ma non solo di applicazioni industriali e di presentazioni al mercato è fatta la narrativa di un paese che ha nella tecnologia il perno del suo sviluppo. Spettacoli di danza. Gare sportive. Spot. I robot sono nell’intrattenimento. E ci sono da protagonisti. Questi momenti servono a chi sviluppa i dispositivi per testarli in ambienti reali.
Lo scorso agosto, per esempio, Pechino ha ospitato i World humanoid robot games, durante i quali si sono svolti partite di calcio, gare di atletica leggera, corsa a ostacoli, salto in alto, combattimento, e questi momenti sono serviti per sperimentare i robot nel mantenimento dell’equilibrio e della velocità. Ma questi contesti servono anche per abbattere barriere e creare dialogo, immaginario. Per stupire le persone. Per abituarle a vedere ballerini umani che si esibiscono con colleghi robot. Band ibride. Spettacoli mixati. Si creano così i presupposti per l’epica tecnologica asiatica. Alla quale noi dobbiamo offrire in controcanto la nostra. Da costruire da zero.
Il principio è conoscere. Interessarsi. Sperimentare.
Perciò oggi, più che mai, vale un vecchio adagio: «So di non sapere», ammoniva Socrate.
Detto altrimenti, sono consapevole dei miei limiti. E che la conoscenza non è scontata. Non è data per assodata. Ma anche che, a voler sapere, si possono aprire nuovi orizzonti.
