
La lingua italiana è chiamata a misurarsi con le trasformazioni del nostro tempo: dall’intelligenza artificiale alla comunicazione digitale, dalla globalizzazione dei linguaggi alle nuove sensibilità sociali. Ne discutiamo con il Professor Paolo D’Achille, Ordinario presso l’Università “Roma Tre” e Presidente dell’Accademia della Crusca.
Presidente, nel panorama culturale l’Accademia della Crusca rappresenta un presidio fondamentale: quali sono oggi i suoi obiettivi?
Il ruolo dell’Accademia è chiaramente definito dal suo statuto: tutelare la lingua italiana e promuoverne lo studio e la conoscenza, in Italia e all’estero. Si tratta di una missione che parte da una lunga tradizione di studi storici e filologici e si confronta con l’evoluzione dell’italiano contemporaneo.
Il ruolo dell’Accademia è chiaramente definito dal suo statuto: tutelare la lingua italiana e promuoverne lo studio e la conoscenza, in Italia e all’estero
La nostra attività di ricerca viene diffusa attraverso riviste, pubblicazioni e tramite il nostro sito web, ma guarda naturalmente anche al di là di una dimensione squisitamente accademica. In tal modo è possibile superare il rischio di far percepire la Crusca come una ‘torre d’avorio’, lontana dall’evoluzione reale della lingua e dal suo rapporto con la società. Anche in tale prospettiva, l’Accademia ha sviluppato nel tempo attività come il servizio di consulenza linguistica che risponde alle domande rivolte dagli utenti avvalendosi del lavoro di accademici, ricercatori ed esperti qualificati.
Svolgiamo inoltre un’importante attività divulgativa attraverso il periodico “La Crusca per voi”, che, tra l’altro, risponde a domande provenienti dal mondo dell’istruzione ma non solo, e attraverso progetti strutturati come “Crusca scuola”, coordinato dalla Vicepresidente dell’Accademia, che prevede cicli di lezioni per docenti, in presenza e a distanza, uno dei quali destinato anche ad insegnanti di italiano all’estero.
Grande attenzione è riservata altresì alla dimensione degli eventi di carattere pubblico: cito, ad esempio, manifestazioni come “La piazza delle lingue”, da noi realizzata in collaborazione con istituzioni del territorio toscano. L’ultima edizione, tenutasi a Firenze lo scorso novembre, è stata dedicata al tema “Usi e percezioni dei dialetti italiani”.
A tutto ciò si aggiungono numerosi eventi trasmessi anche online, molto seguiti dal pubblico, le diverse azioni sui social media. Non posso non ricordare, infine, il patrimonio della nostra biblioteca e del nostro archivio, che rappresentano un punto di riferimento preziosissimo per gli studi linguistici. Questo mosaico di opportunità contribuisce a rendere l’Accademia capace di parlare al presente, pur nel pieno rispetto della sua storia.
E muoversi nell’attualità vuol dire certamente confrontarsi con un contesto sempre più tecnologico. Eppure, la formazione umanistica si dimostra ancora di grande importanza, anche per la platea manageriale. Che ne pensa?
Per molto tempo si è ritenuto che ai manager fossero richieste quasi esclusivamente competenze tecniche. Oggi, invece, si sta riscoprendo l’importanza di un’ampia competenza comunicativa, che passa anche attraverso un uso consapevole e sicuro della lingua italiana, da adattare ai diversi registri.
Proprio per venire incontro alle esigenze manifestate da alcune categorie professionali, l’Accademia ha sviluppato negli anni collaborazioni con il mondo del giornalismo, della magistratura e della P.A., organizzando corsi sugli specifici linguaggi da utilizzare. Vi è una crescente attenzione a una comunicazione che sia chiara, efficace e responsabile: esigenza questa che riguarda molto da vicino anche il mondo manageriale.
Nel linguaggio aziendale l’uso di termini di derivazione inglese è ampiamente diffuso: in quali casi può diventare un limite per la chiarezza?
Il punto centrale è distinguere i contesti. Nella comunicazione istituzionale e in quella aziendale rivolta all’esterno, l’uso eccessivo di anglismi rischia di compromettere l’efficacia del messaggio. Se il destinatario non comprende i termini utilizzati, la comunicazione risulta inefficace.
Nella comunicazione istituzionale e in quella aziendale rivolta all’esterno, l’uso eccessivo di anglismi rischia di compromettere l’efficacia del messaggio
Il problema più grande nasce però quando l’inglese sostituisce sistematicamente l’italiano, come accade in alcuni ambiti universitari. Se l’italiano viene espulso da interi settori del sapere, la conseguenza è una regressione culturale e linguistica. Naturalmente l’uso individuale non può essere regolamentato, ma ridurre l’abuso di anglismi è auspicabile: la nostra lingua dispone di risorse lessicali adeguate e precise, spesso immotivatamente trascurate.
Invece, a suo giudizio, che impatti può avere l’intelligenza artificiale sulla qualità della comunicazione e sulla redazione dei testi?
Siamo ancora in una fase esplorativa. Le potenzialità dell’intelligenza artificiale sono notevoli, ma ancora da comprendere al meglio. Parlare di ‘intelligenza’ è in realtà improprio: si tratta di sistemi basati su enormi quantità di dati, capaci di supportare alcune funzioni, come la standardizzazione o l’organizzazione delle informazioni.
Tuttavia, il rischio maggiore è quello di pensare che questi strumenti possano sostituire il lavoro umano. In realtà, soprattutto quando si tratta di testi originali, complessi e scientificamente fondati, il ruolo della persona resta insostituibile. La tecnologia può costituire un supporto, non un sostituto del pensiero critico e della competenza linguistica.
Un’ultima domanda che interessa molto anche i contesti aziendali: come si possono conciliare inclusione e rispetto della lingua italiana nel dibattito sul linguaggio di genere?
Sicuramente, anche in questo caso, è necessario trovare un punto di equilibrio. L’Accademia della Crusca ha fornito negli anni indicazioni puntuali: bisogna puntare su soluzioni rispettose della lingua e al tempo stesso inclusive.
Ciò vuol dire femminilizzare i termini quando possibile, adoperare definizioni valide per entrambi i generi ed evitare duplicazioni inutili. Ci siamo espressi invece contro soluzioni che possono stravolgere la struttura dell’italiano, come l’uso del cosiddetto ‘schwa’, mentre mostriamo maggiore apertura verso segni come l’asterisco, soprattutto in contesti informali e nell’ambito della scrittura digitale. Il rigore linguistico, insomma, non è in contraddizione con l’attenzione alle trasformazioni sociali: la sfida è farli dialogare senza ricorrere a forzature.
