Vecchia Europa: uniti si cresce

La prossima Commissione europea dovrà riprendere il filo del dialogo commerciale con Usa, Cina e Sud America per garantire la crescita delle sue imprese. Ci riuscirà se davvero unita. L’opinione di Gabriele Iacovino, direttore del CeSI

Un Pil che vale il 20% di quello mondiale, volumi commerciali in crescita con esportazioni annue di oltre 2.560 miliardi di euro e importazioni attorno ai 2.400 miliardi. Sono i numeri dell’Europa, la più grande economia del mondo, dal cui commercio internazionale dipendono 30 milioni di posti di lavoro e migliaia di imprese. Come ricostruire i rapporti con gli Usa e con che occhi guardare alla Cina? Sono solo alcune delle domande a cui l’Unione europea dovrà rispondere. Obiettivo: reggere la concorrenza mondiale. «In questo, le prossime elezioni potrebbero giocare un ruolo-chiave, ma l’Europa deve però ritrovare unità». Ne parliamo con Gabriele Iacovino, direttore del CeSI, il Centro studi internazionali.

Gabriele Iacovino, direttore del CeSI

Direttore, iniziamo dal rapporto con gli Usa. Dallo stallo sul TTIP (l’accordo sul partenariato transatlantico su commercio e investimenti) alle minacce di Trump sull’import delle auto europee: la prossima legislatura europea può essere “ri-costituente” nei confronti dei rapporti con Washington?

Nei rapporti commerciali con gli Usa ad avere maggiore peso è la variabile-Trump, poco dipende dall’Europa. È lui che per primo ha osteggiato gli accordi come il TTIP in nome dell’American First e con lui alla Casa Bianca il TTIP potrebbe non vedere mai luce. Ovviamente altri tipi di relazioni commerciali sono possibili. L’Europa dovrà anche fronteggiare la diffidenza che molte forze sovraniste nutrono nei confronti di questi accordi. E sono forze queste date in netta crescita alle prossime elezioni.

Tra Bruxelles e Washington c’è però un altro tema di attrito: la tassazione delle multinazionali della Silicon Valley. E il dibattito comunitario sulla web tax è ancora in stand by

Qui il problema è però tutto interno all’Ue. Da una parte esiste la necessità di superare una legislazione troppo vantaggiosa per le imprese della cosiddetta web economy, dall’altra non si può prescindere dagli investimenti di queste aziende. Su questo equilibrio si gioca tutta la divergenza interna all’Europa: pensiamo al caso irlandese e allo sforzo di Dublino di incentivare gli investimenti di colossi come Amazon o Google. Come si concilia una politica come quella irlandese con quella degli altri paesi? È qui tutta la sfida.

In Europa da una parte esiste la necessità di superare una legislazione troppo vantaggiosa per le imprese della web economy, dall’altra non si può prescindere dagli investimenti di colossi come Google e Amazon

Sfide che si fanno ancora più dure se pensiamo a un altro gigante: la Cina. Il memorandum Roma-Pechino rappresenta un’occasione oppure un rischio per il nostro made in Italy?

Né totalmente uno, né totalmente l’altro. Partiamo da un assunto: tutti vogliono fare accordi con la Cina. Anche gli Stati Uniti, nonostante la questione-dazi. Esempio eclatante è la Francia che nei giorni scorsi ha sottoscritto un deal con Pechino per oltre 30 miliardi. L’Europa teme che con questi memorandum la Cina entri nella nostra economia come un cavallo di Troia. Ma l’intesa siglata dall’Italia può essere sicuramente un esempio e fungere da stimolo affinché l’intera Europa guardi a Pechino con maggiore apertura…

Apertura che in questo momento appare molto lontana: il Consiglio d’Europa del 21 marzo scorso ha definito Pechino un “rivale sistemico”.

Da quando negli ultimi tempi la Cina ha bloccato alcuni investimenti in Europa, Bruxelles sta riconsiderando la presenza cinese nel Vecchio continente. Da un lato ci sono indubbie opportunità economiche, dall’altro ci sono anche estremi rischi politici e di sicurezza. In questo momento l’Unione è costretta a fare la voce grossa per evitare che i paesi si muovano in ordine sparso: questo esporrebbe ogni singolo Stato a grossi rischi, visto l’impari confronto con la Cina. Solo se si trovasse una quadratura a livello europeo la questione cambierebbe. Il grande problema è che all’interno dell’Unione ci sono paesi, come quelli dell’Est del blocco di Visegrad che hanno atteggiamenti molto ambigui e di estrema vicinanza nei confronti della Cina.  Solo l’Europa unita con una posizione unica può dialogare con profitto con la Cina. Se vanno avanti i singoli paesi i rischi aumentano.

Ovviamente c’è tutto un altro mondo, oltre a Cina e Usa, che cresce. Penso ai paesi dell’Area Mercosur del Sud America…

Assolutamente sì, si tratta di aree commerciali che meritano uno sguardo di grande interesse. Purtroppo l’Ue sembra al momento in stand by, come se fosse in attesa di qualcosa. In questo senso le prossime elezioni potrebbero cambiare gli equilibri e aprire a una vera sterzata. L’Ue negli ultimi anni ha pensato troppo a casi interni come la Brexit e poco alle tante opportunità aperte in continenti più lontani come il Sud America. Questo la Cina lo ha capito e su Africa e Sud America si è mossa da tempo e con profitto.

Direttore, c’è un altro tema che riguarda direttamente anche il mondo delle imprese: la lotta ai cambiamenti climatici. Dopo lo sprint della COP 21 di Parigi registriamo un rallentamento. Visti i movimenti di opinione come i Friday For Future, pensa che l’Europa dopo le elezioni possa ritornare a giocare un ruolo centrale in questo dibattito?

Per tanti anni Bruxelles ha guidato l’agenda, ma è vero, ora vive una fase di stanca interna. Francia e Germania sembrano aver perso lo sprint “verde” iniziale per motivazioni interne, mentre ad Est intere nazioni basano la propria economia ancora sul carbone e sembra difficile convincerle a una transazione energetica per loro dispendiosa. Anche da questo punto di vista le ombre sono più delle luci.

L’Ue negli ultimi anni ha pensato poco alle opportunità aperte in continenti più lontani. Questo la Cina lo ha capito e su Africa e Sud America si è mossa da tempo e con profitto

Possiamo concludere dicendo che l’Europa deve ritrovare sé stessa?

Non solo, deve aprirsi alle opportunità per il bene delle sue imprese. Per farlo deve tornare a dialogare al suo interno, agire in maniera unitaria e uscire da questa fase di stand by che alla fine nuoce in primis alle sue imprese e alla loro crescita economica.

Grafico 1: Confronto 2007-17 Volume di esportazioni-importazioni Unione Europea (in miliardi di euro)


(*) Excluding Hong Kong
Fonte: Eurostat

Grafico 2: Confronto 2012-2017 Principali beni importati in Unione Europea dai principali partner mondiali (in miliardi di euro)

Fonte: Eurostat

Grafico 3: Confronto 2012-2017 Principali beni esportati dall’Unione Europea verso i principali partner mondiali (in miliardi di euro)

Fonte: Eurostat