Questa è un’emergenza nazionale

Nel gennaio del 1997 il Financial Times pubblicò una lista destinata a diventare un appuntamento fisso per capire come gira il mondo: l’elenco delle società quotate in Borsa con la più alta capitalizzazione.

Per fare la classifica basta moltiplicare il valore della singola azione per il numero totale delle azioni. Quella prima classifica si riferiva ai dati del 30 settembre 1996. In quell’anno Bill Clinton era presidente degli Stati Uniti, Boris Yeltsin era stato rieletto in Russia, Romano Prodi aveva giurato come presidente del Consiglio di un governo che sarebbe durato poco mentre Silvio Berlusconi si era consolato con il 15esimo scudetto del Milan. In quel mondo il potere economico era nelle mani di cinque colossi: General Electric, Royal Dutch Shell, The Coca Cola Company, Nippon Telegraph and Telephone, Exxon Mobile. Molto petrolio, molto America.

Dieci anni dopo, nel 2007, il mondo era molto cambiato (George W. Bush stava concludendo il secondo mandato alla Casa Bianca, Vladimir Putin aveva preso il controllo della Russia e Romano Prodi era tornato a palazzo Chigi alla guida di un governo che sarebbe stato più breve del precedente); e anche la classifica era molto cambiata: Exxon Mobile era salita al primo posto davanti a PetroChina, Wal-Mart, China Mobile e Procter & Gamble. Sempre molto petrolio e l’ascesa della Cina, volendo fare un titolo.

E veniamo ai giorni nostri. Alla fine del 2017 la classifica recita: Apple, Alphabet (Google), Microsoft, Amazon, Facebook. Insomma a poco più di venti anni dalla nascita del web, la rivoluzione di Internet è al comando del mondo.

Di più: si tratta di cinque società con alcuni tratti in comune oltre al fatto di essere state fondate negli Stati Uniti e di stare sulla West Coast. Sono tutte partite come startup in qualche garage o in un dormitorio universitario; sono fondate sul digitale, software o hardware che sia; e per avere successo sono state finanziate subito da potenti iniezioni di capitali di rischio. Il venture capital.

Questa breve digressione storica, queste tre fotografie, spiegano meglio di qualunque altra analisi perché il 5 febbraio scorso come AGI abbiamo organizzato il primo StartupDay, convocando a Roma gli Stati Generali del settore nella speranza, vana per ora, che i partiti capissero l’importanza del tema mettendo l’innovazione in cima ai loro programmi elettorali. Lo abbiamo fatto perché parlando solo di Ilva, di Alitalia, di Embraco, di Ideal Standard, di Almaviva, di Alcoa e così via, un paese muore. Lentamente, muore.

Intendiamoci. Le crisi aziendali vanno risolte. Vanno affrontate e risolte pensando in primo luogo a mettere al sicuro i lavoratori. Ma un paese che davvero voglia garantirsi un futuro non può limitarsi a giocare in difesa. A tappare falle. Altrimenti fra poco le falle saranno così numerose che non ci sarà nulla da fare.

Un paese che voglia garantirsi un futuro prospero, scommette sul futuro. Investe sul futuro. Parliamo di talento e capitale. La prima voce è relativa al sistema scolastico, un discorso lungo; ma la seconda riguarda il capitale di rischio. Ebbene su questo fronte siamo gli ultimi in Europa. Ultimi. Non indietro. Ultimi.

Nel 2017 abbiamo investito gli stessi soldi di cinque anni fa, tornando al punto di partenza quando il fenomeno startup era agli albori, e i politici facevano a gara per farsi fotografare con  qualche startupper che faceva tanto giovane, e le grandi aziende si riempivano la bocca di parole – purtroppo vuote – come open innovation – per indicare che avevano organizzato qualche finto evento con in palio una stretta di mano e una fotografia.

Per cinque anni gran parte del circo che ruota attorno alle startup è stato questo: chiacchiere e qualche distintivo. Con poche strepitose eccezioni di ragazzi che sono riusciti a farsi largo nonostante tutto.

Ma se vogliamo costruire le aziende di domani, i posti di lavoro di domani, i profitti che faranno muovere tutta l’economia domani, abbiamo bisogno di rimettere l’innovazione al centro. E destinare alle startup, i capitali di rischio necessari a giocarsi davvero la partita globale con le altre startup del mondo ed entrare in quella classifica del Financial Times.

Non è una cosa nuova per l’Italia. Nel secolo scorso tante imprese italiane sono partite in un garage e sono diventate marchi globali. Il glorioso made in Italy. Ora serve quello spirito lì, quella voglia di rischiare dei nostri padri e dei nostri nonni. Ma serve anche, rispetto ad allora, una classe politica consapevole del fatto che l’innovazione è una emergenza nazionale e che una parte delle risorse del paese vanno destinate lì se vogliamo tutti avere un futuro.

  Direttore AGI  – Agenzia  Giornalistica Italia –