Luca Pancalli: io, manager dell’interesse pubblico

In un momento storico in cui la diversità spaventa, viene dimenticata o perfino oltraggiata, ci sono testimonianze che meritano più attenzione di altre.

Uomini e donne che è bene ascoltare, perché quella diversità l’hanno trasformata in un punto di forza.

Luca Pancalli è di questa stoffa. Dall’incidente che lo ha costretto su una sedia a rotelle a soli 17 anni, ha costruito prima un’eccezionale carriera d’atleta, poi un percorso professionale che lo ha portato alla guida del Comitato Italiano Paralimpico.

Siede su quella poltrona dal 2005. «Non è un po’ troppo, presidente?» Gli chiedo nel suo ufficio sulla via Flaminia, a Roma. «L’interesse pubblico ha bisogno di tempo per essere realizzato», risponde. «Io continuo, finché sarà impopolare tornare indietro. Finché avrò passione, io vado avanti».

Pancalli prende un foglio bianco e inizia uno schizzo. La mappa della sua visione. Traccia le linee organizzative, i riporti, indica le funzioni. Alla fine cerchia gli obiettivi.

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Presidente, qui sembra che lei abbia tratteggiato i prossimi 20 anni del Cip…

«Un bravo artista deve sapere cosa andrà a comporre. Come se si costruisse un puzzle. La vision è più importante degli obiettivi»

E cos’altro serve?

«Aver chiaro il percorso che ti conduce sulla via della vittoria che, come insegnava Churchill, è piena di sconfitte. Poi c’è la forza di volontà: bisogna essere perseveranti, saper affrontare i sacrifici, superare gli ostacoli e avere tanta tanta passione».

Queste sono le qualità di ogni bravo atleta. Quali sono quelle del manager Pancalli?

«La consapevolezza che il tuo obiettivo è importante, che è destinato a produrre un cambiamento non per te, ma per la tua organizzazione, per le tue persone. Noi qui contribuiamo al benessere della collettività. Il CIP è un pezzo di welfare».

In che senso?

«L’obiettivo non è lo sport. Le pari opportunità lo sono. Non è possibile misurare ogni cosa dal punto di vista del valore economico. Le attività sportive paralimpiche offrono certamente una risposta alla disabilità in termini di servizi, ma non possono essere valutate sulla redditività. Producono un valore diverso per la società, che non si quantifica in numeri».

Quindi, lo sport come valore intangibile?

«Uno strumento per realizzare inclusione. Noi portiamo avanti politiche per il Paese. Per questo dico: utilizzateci! Siamo un ente pubblico».

Aver trasformato il CIP in un ente pubblico è uno dei risultati più manifesti della sua Presidenza. Immagino non sia stato facile…

«Trasformiamo gli assistiti in contribuenti, diceva Roosevelt, e faremo del bene a loro e al Paese. Se siamo riusciti a dichiarare il Comitato paralimpico ente pubblico è perché è stato riconosciuto l’investimento sul capitale umano di questo Paese. Questo significa minori costi sul servizio sanitario nazionale. Ma anche meno costi sociali».

Basta guardare il Tre Fontane di Roma, aperto a tutti gli sportivi paralimpici e anche ai normodotati. I lavori non sono ancora finiti, manca il Palazzetto e l’indoor, ma è un’opera unica nel suo genere. Esiste qui e in Norvegia. Come ci è riuscito?

«Tanto coraggio. Si sarebbe fermato chiunque. Io ci credo in quell’impianto, ci credo dal momento in cui ho immaginato quell’opera. Poi, nel 2004 iniziai a parlarne con l’allora sindaco di Roma, Walter Veltroni, l’abbiamo realizzata l’anno scorso e c’è ancora molto da fare. Se non ci avessi creduto con tutto me stesso, non l’avrei mai vista nascere, dopo quasi 12 anni, in una città come Roma».

Ci vuole una buona attitudine politica anche. Non è così?

«In un certo senso sì. Posso definirmi un manager di un interesse pubblico. Io infatti non parlo di sport, ma di politiche sportive. Che fanno bene ai nostri ragazzi e fanno bene al Paese. Ricordiamoci che ci sono anche coloro che a causa di disabilità gravi non possono più fare sport. Quindi il segnale che diamo con questo impianto sportivo è che esprimere le proprie abilità residue, ergo pari opportunità, realizza inclusione».

Spieghiamoci meglio…

«Anche per il ragazzo più grave che non farà mai sport, stiamo dimostrando che, se creiamo percorsi di opportunità rispetto alle abilità residue, ne faremo un cittadino integrato. Altrimenti, Stephen Hawking non sarebbe diventato Stephen Hawking».

Dal punto di vista manageriale, quali scelte organizzative ha fatto per raggiungere questo genere di obiettivi?

«Ho iniziato a creare dei dipartimenti specializzati per le diverse discipline sportive. Rispetto al tavolo misto che decideva su tutto senza averne consapevolezza specifica, ho creato lo spogliatoio. Così ho sviluppato le competenze. Sensibilità e competenze. Io ho creato una Federazione solo dopo aver raggruppato un team di persone con competenze e forte motivazione. Oggi le Federazioni olimpiche si occupano e preoccupano delle attività paralimpiche. Ad eccezione di 9 Federazioni che sono esclusivamente paralimpiche, le altre 19 olimpiche hanno la responsabilità anche del mondo della disabilità».

Che cosa insegna la cultura della disabilità a chi non la conosce?

«Insegna a guardare le persone. Oltre l’apparenza. Ad approfondire i temi, invece di sacrificarli sull’altare dei 140 caratteri di Twitter».

Quanto conta una buona comunicazione su questi temi?

«Dagli anni Duemila ho smesso di parlare di sport per disabili. Lo sport è uno e ha un valore universale. Ho utilizzato il termine paralimpico per eliminare il riconoscimento dell’atleta dalla aggettivazione corporea. Abbiamo dato dignità al sostantivo atleta, facendo prevalere la dimensione sportiva. La stampa mi ha seguito, senza farci molto caso in realtà.

Le aziende che prima facevano donazioni al movimento chiedendo di non comparire per non associare il loro brand alla disabilità, oggi hanno atleti paralimpici come testimonial. I bambini fanno la fila per un autografo di Alex (Zanardi, ndr) o di Bebe (Beatrice Vio, ndr). Questo per me è fare cultura. Questo è il senso della mia vision».

*   Giornalista e Vice Direttore Progetto Manager