Gabriella Di Michele: il vero aiuto non si fa attendere

Nella sua carriera lavorativa ha sempre ricoperto ruoli di prestigio e responsabilità. Dalla nomina a dirigente a soli 33 anni è arrivata alla vice presidenza di Equitalia, a governare le Entrate e quindi a guidare l’Istituto nazionale di previdenza italiano, di cui è direttrice generale dal gennaio 2017. Gabriella Di Michele racconta il suo percorso professionale, che ha preso il via dalla città dell’Aquila e l’ha condotta fino alla Capitale dove – confessa – “sono arrivata senza grandi sponsor”.

Direttrice, da dove è cominciata la sua scalata all’Inps?

Dopo la laurea in giurisprudenza desideravo diventare magistrato. Poi ho perso mio padre, la mia strada è cambiata. Ho partecipato al concorso Inps, l’ho vinto e ho iniziato a lavorare all’Aquila, la mia città. Si può dire che provengo dal territorio profondo, dove bisogna imparare ad affrontare grandi e piccole avversità. Da allora, mi sono distinta per verve e determinazione. Il progetto del Durc e del Durc online (Documento unico di regolarità contributiva, ndr) è quello di cui vado più fiera, un progetto complesso e davvero innovativo che mi ha portato molte soddisfazioni.

Nei vari step di carriera, ha mai sofferto la sua condizione di donna?

Non ho mai subito discriminazioni né durante gli studi né sul lavoro. Non ho mai ricevuto molestie. Ma riconosco di essere stata fortunata.

Il settore pubblico certamente assicura maggiori tutele alle lavoratrici rispetto al settore privato in tema di maternità e di pari opportunità di fatto. Ciò non toglie che per una donna la conciliazione tra lavoro e famiglia sia una gran fatica. Lo facciamo volentieri, certo, ma io stessa, con due figli ormai grandi e un marito che è un medico affermato, ho chiesto aiuto a persone di fiducia per farcela.

Quanto incide l’organizzazione del lavoro per riuscire a essere contemporaneamente donna, madre e manager?

Quando ero direttore di struttura, ho utilizzato il telelavoro. Mi è capitato di concedere flessibilità di orario alle mie collaboratrici che si sono trovate nella condizione familiare che io per prima ho sperimentato.

Ho concesso misure di fatto, quando non erano previste di diritto. Ho promosso istituti come la banca ore per riuscire ad ottenere alcuni giorni al mese liberi dall’ufficio. La gestione del tempo rappresenta un nervo scoperto. Nella pubblica amministrazione è più facile venire incontro alle esigenze delle donne lavoratrici, nel privato servono azioni sia da parte delle imprese sia delle istituzioni. Deduzioni fiscali, incentivi premianti, l’esistenza stessa di asili nido aziendali, possono fare la differenza.

Nella posizione che ricopre ha la possibilità di tenere costantemente sotto osservazione il mondo del lavoro. Gli ultimi dati Eurostat registrano un incremento dell’occupazione femminile in Italia (+ 2,4 punti tra il 2013 e il 2017), ma con un forte ritardo nel Mezzogiorno, dove lavorano meno di 3 donne under 35 su 10. A cosa si deve il trend crescente di occupazione femminile e come valuta la situazione del Sud Italia?

Sicuramente siamo di fronte a un incremento complessivo del numero di occupati in termini quantitativi. Capiamo però che si tratta spesso di rapporti di lavoro a tempo determinato e di part-time, dove si nasconde anche molto lavoro nero.

Quello che registriamo dal nostro osservatorio è un forte incremento delle entrate contributive, in maniera superiore all’aumento del Pil. Se stiamo incassando di più, questo è merito delle politiche che l’Inps sta portando avanti. Quanto ai dati sulla componente femminile della popolazione, l’andamento può essere collegato alla crescita occupazionale che si è concentrata principalmente nel settore dei servizi. Più certo, invece, il dato sul Sud Italia, da sempre fanalino di coda, dove la donna che lavora è ancora un’esperienza marginale.

Nell’ambito pensionistico, provvedimenti come l’“Opzione Donna” riconoscono la specificità del lavoro femminile. Come valuta l’introduzione di misure ad hoc per le donne? Sanano davvero il gender gap?

A me non piacciono le quote rosa, anche se va riconosciuto che contribuiscono ad aumentare l’attenzione sul problema. Ad esempio, la presenza di donne negli organi legislativi è di fatto aumentata e non possiamo che esserne felici. Tuttavia ritengo che le donne vadano aiutate quando ne hanno davvero bisogno: è quello il momento in cui servono risposte legislative appropriate. Provvedimenti come l’opzione donna sono tardivi, perché arrivano in soccorso alle donne che stanno per andare in pensione. Tra l’altro, l’opzione donna, finché non entrerà a regime il sistema contributivo, rischia di essere troppo penalizzante per la maggioranza delle lavoratrici.

Il vero aiuto deve quindi arrivare durante la carriera, quando si affronta la maternità o quando aumenta il carico familiare. Per questo, voglio dire un grazie a Federmanager che ha promosso un progetto in favore della parità tra manager uomini e donne perché questo genere di iniziative aiutano a sensibilizzare la cultura aziendale e a ridurre il gap che pone l’Italia molto indietro rispetto ai Paesi scandinavi, alla Germania, alla Gran Bretagna.

Stiamo parlando di cambiamenti che richiedono tempo ma, rispetto a ieri, sono stati fatti passi avanti incoraggianti.

 * Giornalista e Vice Direttore Progetto Manager